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riassunto della pagina

Esposizione di un processo di contemplazione di fenomeni fisici e mentali.

Basandosi sul Mahā Satipaṭṭhāna Sutta, questo insegnamento presenta delle numerose divisioni e caratteristiche, sui fenomeni osservati durante il satipaṭṭhāna.

il kāyānupassanā sampajañña

Oggi, cercheremo di spiegare il kāyānupassanā sampajañña, esposto nel mahā satipaṭṭhāna sutta, che riguarda la contemplazione dei fenomeni fisici e mentali, in piena coscienza, con l'aiuto dell'esperienza personale.

L'elemento essenziale di satipaṭṭhāna è l'attenzione (sati). Tuttavia, esistono quattro divisioni, quattro caratteristiche, e quattro metodi di dispersione.

Le quattro divisioni dell'attenzione sono:

  1. kāyānupassanā satipaṭṭhāna: (lo stabilirsi dell'attenzione sul corpo)
  2. vedanānupassanā satipaṭṭhāna: (lo stabilirsi dell'attenzione sulle sensazioni)
  3. cittānupassanā satipaṭṭhāna: (lo stabilirsi dell'attenzione sulla coscienza)
  4. dhammānupassanā satipaṭṭhāna: (lo stabilirsi dell'attenzione sui fenomeni fisici e mentali)

In altri termini:

  1. Il fatto di osservare i movimenti e la materia del corpo è kāyānupassanā satipaṭṭhāna.
  2. Il fatto di osservare attentamente le sensazioni gradevoli e le sensazioni sgradevoli è vedanānupassanā satipaṭṭhāna.
  3. Il fatto di osservare attentamente i fenomeni fisici e mentali, come le visioni, i suoni, gli odori, i gusti ed i tatti è dhammānupassanā satipaṭṭhāna:

Le quattro caratteristiche della contemplazione sono:

  1. anicca, la caratteristica della fugacità
  2. dukkha la caratteristica della miseria
  3. anatta, la caratteristica del non controllo
  4. asubha, la caratteristica della spiacevolezza

I quattro metodi della dispersione sono:

  1. dispersione di nicca con l'aiuto della caratteristica di anicca
  2. dispersione di sukha con l'aiuto della caratteristica di dukkha
  3. dispersione di atta con l'aiuto della caratteristica di anatta
  4. dispersione di subha con l'aiuto della caratteristica di asubha

Buddha divide i kāyanupassanā in 14 parti:

  1. ānāpāna pabba; 2. iriyāpatha pabba; 3. sampajañña pabba; 4. paṭikūlamanasikāra pabba; 5. dhātumanasikāra pabba; 6. navasivathika pabba, che si divide in 9 parti. Il totale è, quindi, di 14 parti.
  2. ānāpāna pabba è la contemplazione dell'aria, che entra e che esce
  3. iriyāpatha pabba è la contemplazione delle quattro posture: in cammino, in piedi, seduta, allungata
  4. sampajañña pabba è la contemplazione di tutti i fenomeni fisici e mentali, in modo da conoscerli chiaramente

Nota: Il metodo vipassanā del Venerabile Mahāsī Sayādaw si basa essenzialmente sulle parti 2 e 3.

  1. paṭikūlamanasikāra pabba è la contemplazione sulle 32 parti del corpo ( i 32 koṭṭhāsa): i capelli, i peli, le unghie, i denti, la pelle, la carne, i tendini, le ossa, il midollo, i reni, il cuore, il fegato, le membrane, la milza, i polmoni, gli intestini, l'intestino grasso, la gola, gli escrementi, il cervello, la bile, il muco, il pus, il sangue, il sudore, il grasso duro, le lacrime, il grasso fluido, la saliva, il muco, la sinovia e l'urina.
  2. dhātumanasikāra pabba è la contemplazione sui quattro elementi: l'elemento terra, l'elemento acqua, l'elemento fuoco e l'elemento aria
  3. navasivathika pabba è la contemplazione sui cadaveri ripugnanti (questo pabba si divide in 9 parti)

Così, kāyanupassanā si divide in 14 parti.

L'insegnamento di oggi verte su sampajañña pabba, la terza parte. Cioè, sulla contemplazione di tutti i fenomeni fisici e mentali, con l'aiuto di una chiara coscienza.

Quanto scritto, consiste nell'osservare distintamente , nel profondo, in modo da conoscere ogni fenomeno, così come appare in realtà. Questa contemplazione deve venire applicata su ogni fenomeno, in ogni attività. Bisogna osservare camminando, stando fermi, guardando davanti a sé, guardando dietro di sé, sedendosi, curvandosi, stendendo le membra, mangiando, bevendo, masticando, leccando, defecando, urinando, stando in piedi, stando seduti, stando allungati, addormentandosi, svegliandosi, parlando, rimanendo silenziosi, ecc. Buddha ha dettagliatamente spiegato come notare tutti i movimenti del corpo.

Quando uno yogī effettua un movimento in avanti o indietro, deve osservarlo con attenzione. Non deve compiere mai un gesto senza conoscerlo, in piena riflessione. Deve sempre conoscere con precisione il movimento che si trova in procinto di compiere. Ciò facendo, nota "avanzare, avanzare" quando va avanti e "rinculare, rinculare" quando arretra; e così di seguito, per ogni movimento effettuato. Guardando avanti a sé, deve notare "guardare avanti, guardare avanti"; guardando di lato, deve notare "guardare di lato, guardare di lato". Piegando e stendendo il suo corpo, deve notare "piegare, stendere". Durante le attività quotidiane ed i pasti esistono numerosi movimenti. Bisogna osservarli tutti, in modo dettagliato.

Quando i monaci indossano le loro vesti, oppure quando gli yogī laici si vestono, debbono farlo, notando, attentamente, ogni dettaglio. Durante gli spostamenti, se un vestiario indossato necessita di essere tolto, oppure infilato correttamente, bisogna, in primo luogo, fermarsi. Ed è una volta immobili che la veste, oppure l'abito deve essere tolto, oppure rimesso, osservando con cura ogni gesto effettuato. Durante il pasto, lo yogī deve osservare tutti gli avvenimenti, sforzandosi di non mancarne uno: il fatto di sedersi a tavola, di guardare su di essa, di prendere il cucchiaio, di preparare una cucchiaiata, o un boccone di cibo; di portare la posata, o la mano, alla bocca, di mettervi il cibo, di masticare, di ingoiare, di accorgersi di un gusto, ecc. Lo yogī deve notare tutti i dettagli percepiti durante il pasto:" "masticare, masticare", "ingoiare, ingoiare", ecc.

Anche quando lo yogī fa i suoi bisogni, deve osservare, in modo da conoscere ogni dettaglio; non esiste nulla che non convenga considerare. Durante i compiti igienici anche, lo yogī deve analizzare in modo da considerare ogni dettaglio; facendosi la doccia, insaponandosi, lavandosi la faccia, pulendosi i denti, ecc.

Quando giunge la notte, lo yogī deve essere attento, i n modo da esaminare ogni movimento effettuato per raggiungere la sua camera, aprendo e richiudendo la porta, serrando il chiavistello, stendendo la zanzariera, allungandosi sul letto, ecc. Una volta che i suoi occhi sono chiusi, lo yogī deve notare il movimento dell'addome, la postura allungata e il trovarsi a contatto del corpo e del letto:" salire, scendere, allungato, toccare". Quando l'osservazione è buona, è possibile che lo yogī non dorma. In tal caso, sempre con gli occhi chiusi, deve continuare ad scrutare, sino a che non si addormenterà in modo naturale. Se egli si sveglia nel mezzo della notte, deve ugualmente seguire il riflesso di notare il movimento dell'addome, la postura e il tatto, come anche i movimenti che potrebbe essere spinto a produrre.

Durante il sonno, il problema dell'osservazione non si pone, poiché la coscienza non è funzionale. Risulta imperativo riprendere il processo del notare dall'istante del risveglio. Lo yogī deve, dunque, osservare l'aprirsi dei suoi occhi, l'intenzione di alzarsi, i movimenti effettuati nel mettersi in piedi, nel piegare la zanzariera, nel piegare le coperte, nel lavarsi, ecc. Bisogna osservare ogni movimento ed ogni fenomeno in maniera ininterrotta, chiara e dettagliata.

Uno yogī deve limitare le sue parole allo stretto necessario. Se ha qualche cosa da dire, lo deve comunicare con la più grande attenzione possibile.

Se uno yogī esamina con precisione ed attenzione, in modo da conoscere con esattezza tutto ciò che fa e tutto ciò che percepisce lungo l'intera giornata, dal primo istante di coscienza, quando si risveglia al mattino, sino all'ultimo istante, prima di addormentarsi alla sera, il sampajañña sarà raggiunto.

Le quattro conoscenze del sampajañña:

  1. sātthaka sampajañña
  2. sappāya sampajañña
  3. gocara sampajañña
  4. asammoha sampajañña
  • 1. La prima è sātthaka sampajañña. Prima di fare, o di dire qualunque cosa, bisogna riflettere per considerare se essa sia benefica, oppure no. Se è benefica, per sé, il fatto è conveniente. Se è senza beneficio per sé, ma buono per altri, è, pure, conveniente. Dopo una retta riflessione, se si considera che la cosa è benefica per sé, per altri , o per ambedue, essa è appropriata. Ma, se non è benefica, né per sé, né per altri, allora non è opportuna. Nello stesso modo, se la cosa è positiva per il presente, o per il futuro, o per il presente e per il futuro, essa è confacente. Se non è benefica né per il presente, né per il futuro, allora non è indicata.
  • Per esempio, il fare dei doni, o il compiere dei compiti diversi per aiutare gli altri nella loro pratica, o nello studio del Dhamma, può essere una cosa molto benefica; ma, diviene un ostacolo al progresso durante un ritiro intensivo di satipaṭṭhāna. In questo caso, essa non sarà benefica. Durante il suo ritiro intensivo, lo yogī deve accantonare ogni progetto — anche per il bene del Dhamma — per consacrarsi solo a quanto è salutare nel momento; nella fattispecie, la contemplazione dei fenomeni.

  • 2. La seconda è sappāya sampajañña. Se una realtà è positiva, bisogna rifletterci sopra per sapere se conviene farla in quel momento. Dopo l'analisi, solo quando è opportuno realizzarla in quel momento la si affronterà. Al contrario, non converrà compierla.
  • Parallelamente, una parola necessaria dovrà venire pronunciata solo all'istante adatto. Detta in un cattivo frangente, la parola resterà priva di benefici.

    Buddha ha esposto sei criteri per la formulazione di una parola:

    1. giusta, benefica ed apprezzabile (per altri)
    2. giusta, benefica, ma non apprezzabile
    3. giusta, senza beneficio, ma apprezzabile
    4. giusta, senza beneficio e non apprezzabile
    5. errata, senza beneficio, ma apprezzabile
    6. errata, senza beneficio e non apprezzabile

    Tra queste sei formulazioni di parola, solo le due prime sono corrette. Che una parola sia apprezzabile, oppure no, è sempre conveniente dirla, nella misura in cui essa è giusta e benefica per colui che l'ascolta e nel momento in cui è pronunciata. Per esempio una parola potrà essere valida in una data regione e non valida in un'altra. Il fatto di considerare la pertinenza di una parola è sappāya sampajañña.

    Il sātthaka sampajañña ed il sappāya sampajañña costituiscono un beneficio inestimabile per la via della liberazione. Permettono anche di beneficiare di una certa felicità in seno a questa stessa esistenza presente. Riguardo a samatha ed a vipassanā possono accordare un rapida realizzazione del samadhi (limpidezza del mentale), o di pañña (saggezza).

  • 3. La terza è gocara sampajañña. Restando nel proprio dominio è possibile resistere al nemico. Il dominio dello yogī è l'esercizio ininterrotto dei quattro satipaṭṭhāna, per lo sviluppo delle conoscenze di vipassanā. Appena lo yogī esce dal suo dominio, diventa passibile dell'attacco dei nemici, che sono lobha, dosa e moha. Il fatto di decidersi a contemplare le percezioni dei quattro satipaṭṭhāna, senza rilassarsi, senza interruzioni, è gocara sampajañña.
  • 4. La quarta è asammoha sampajañña. Si tratta della conoscenza che sa direttamente, senza esitare. Le persone che non osservano pensano:" IO cammino, IO faccio un passo, IO vedo, ecc.". Lo yogī che si allena in satipaṭṭhāna sviluppa la capacità di notare i fenomeni fisici e mentali tali quali essi sono in realtà. Di conseguenza, realizza che il movimento del passo durante il cammino è rūpa e che la coscienza che conosce questo movimento è nāma. Realizza anche quanto l'intenzione di camminare sia la causa, mentre il camminare sia l'effetto. Così, giunge a conoscere con chiarezza e senza il minimo dubbio la legge naturale delle cause e degli effetti.
  • Dopo di ciò, lo yogī giunge a sperimentare l'apparizione e la dissoluzione dei fenomeni. Quindi, sviluppa la conoscenza di anicca, dukkha ed anatta; cioè, dei caratteri effimeri, penosi e sprovvisti di ogni sostanza in sé dei fenomeni. Queste conoscenze della realtà non possono venire sviluppati se non con l'aiuto di satipaṭṭhāna. Il fatto di osservare attraverso queste conoscenze, che tolgono ogni esitazione allo yogī, è chiamata asammoha sampajañña.

    Quando lo yogī applica satipaṭṭhāna, con l'aiuto di queste quattro sampajañña, con diligenza, il samadhi si sviluppa inevitabilmente e rapidamente. Le conoscenze di vipassanā vengono allora progressivamente realizzate, sino a quelle più alte: maggañāṇa e phala ñāṇa.

    Per questa ragione, ogni yogī si dovrebbe allenare con perseveranza e sforzo allo sviluppo di satipaṭṭhāna, con l'aiuto delle quattro sampajañña, che Buddha ha insegnato. Così, possa ogni yogī pervenire il più rapidamente possibile a nibbāna, la cessazione definitiva di tutta la miseria del mondo!

    sādhu! sādhu! sādhu!


    info su questa pagina

    Origine: Insegnamento dato al centro Mahāsī di Yangon (Birmania)

    Autore: Venerabile Jaṭila

    Traduttore: Guido Da Todi

    Data: Marzo 2003

    Aggiornamento: 29 settembre 2011