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riassunto della pagina

A proposito dei risultati delle azioni, qualunque esse siano:

Accade solo quando le condizioni lo rendono possibile; questo processo non si può controllare.

Questo insegnamento sottolinea in particolar modo di avere cura a non creare altro che azioni buone e benefiche, essendo lo stabilirsi dell'attenzione la cosa migliore che esista.

I risultati appaiono solo quando sono maturi

L'insegnamento di oggi ha per titolo:"I risultati appaiono solo quando il tempo è maturo". Ciò significa che gli esseri sono sottoposti ai risultati delle loro azioni sane, o insane, solamente quando i fattori necessari alla loro espressione giungono ad uno sviluppo completo. L'insegnamento di Buddha si basa sulla legge del karma. Il karma si traduce attraverso gli atti di ciascuno. A seconda del loro karma, gli individui prendono nascita sotto forme molto diverse, attraverso le esistenze del saṃsarā. Buddha spiega che le sole proprietà di ogni persona sono nel loro proprio karma. La causa di ogni risultato (positivo, o negativo) della vita presente non è altro che il proprio karma. Il karma è il nostro solo parente; è l'unica cosa su cui noi possiamo contare, e differisce da essere ad essere. I risultati si mostrano allorché giungono a maturità.

Vi sono i kusala karma e gli akusala karma. Buddha insegna che il principale fattore che provoca i kusala karma e gli akusala karma è la mente. Ogni minima azione è prodotta dalla mente. Se una persona esprime un atto, o una parola, sotto la spinta di uno stato positivo della mente (di un retto atteggiamento spirituale), raccoglierà un buon risultato. Nello stesso modo il cui l'ombra accompagna sempre una persona, i risultati delle sue azioni gli sono accanto sempre, lungo il saṃsarā. Se qualcuno crea delle buone azioni, dei risultati buoni lo accompagneranno. Se, al contrario, produce delle cattive azioni, appariranno dei cattivi risultati. I risultati delle azioni fanno la stessa strada di colui che le produce, come la ruota di un carro segue unicamente gli zoccoli del bue. Finché il momento non è opportuno, i risultati dei comportamenti positivi o negativi non si mostrano. Essi appaiono soltanto quando maturano.

A suo tempo, il re Milinda domandò al Venerabile Nagasena:

«Venerabile Nagasena, voi — i bhikkhu — pretendete che producendo degli atti positivi, si beneficia di atti positivi. Qual' è la quantità di questi atti positivi? E' di una spanna? Di quattro cubiti? Mostratemelo con il dito! Non credo che a quel che vedo.»

Il Venerabile Nagasena rispose al re, tramite una domanda, seguendone il modo di esprimersi:

«Nobile re, ho anch'io una domanda da porvi. Guardate questo albero: beneficia di una buona terra e di acqua; sembra fertile. Potete dirmi se questa albero avrà dei frutti?

— Venerabile, questo albero sembra effettivamente molto maturo. Poiché gode di buona terra e di acqua, certamente darà dei buoni frutti.

— Poiché siete certo che questo albero è atto a dare dei buoni frutti, mostratemi i suoi frutti! Dove sono? Nella radice? Nel tronco? Nelle foglie? Nei rami? Mostratemelo con il dito! Anche io non credo se non a quello che vedo.

— Venerabile, dato che i frutti non sono ancora spuntati, non è possibile mostrarli, adesso. Tuttavia, sono sicuro che questo albero li darà, quando il tempo sarà maturo.

— Nobile re, avviene la stessa cosa riguardo ai risultati dei kusala e degli akusala: nessuno può dire in quale quantità si riprodurranno, né mostrarli con il dito. Tuttavia, proprio come la vostra certezza che questo albero darà della frutta, grazie a delle favorevoli condizioni (presenza di terra buona e di acqua), i kusala e gli akusala genereranno, in modo certo, dei risultati (rispettivamente) favorevole e sfavorevoli.»

Il re Milinda approvò la risposta del Venerabile Nagasena. I risultati appaiono solo quando sono maturi.

A volte esistono dei casi suscettibili di provocare dei dubbi. Alcune persone sono di continuo occupate a compiere buone azioni: fanno dei doni (dāna), osservano una buona condotta (sīla) e si immergono nella concentrazione (bhāvanā). Malgrado ciò, la loro casa è un terreno di frequenti dispute, di lamentele, di malattie, di povertà e di pene d'ogni genere. Per contro, altri commettono continuamente degli atti malsani, eppure la casa è piena di prosperità ed ognuno vi gode buona salute ed ottima situazione finanziaria. Come mai succede questo? — qualcuno potrebbe domandarsi. Gli atti buoni producono dei risultati cattivi e quelli malvagi dei risultati favorevoli? Naturalmente, non è così. Se le persone che tramano beneficiano di buone condizioni di vita, questo vuole semplicemente dire che il momento non è ancora maturo affinché appaiano i risultati di queste cattive azioni. Malgrado tutto, non appena tali akusala avranno raggiunto la loro piena maturità, si esprimeranno in modo ineluttabile, e gli aspetti vantaggiosi della vita si sbilanceranno, all'improvviso, verso situazioni penose.

Questa è la ragione per la quale Buddha ci dice che costruendo degli atti nocivi, possiamo beneficiare di buone condizioni sino a che il risultato di queste cattive azioni non sia giunto a maturazione. Nondimeno, una volta che esso si sarà sviluppato integralmente, se ne subiranno gli effetti penosi.

Parallelamente, facendo degli atti buoni, si potranno subire delle condizioni difficili, fino a quando l'esito di questi buoni comportamenti non si sia mostrato in pieno. Tuttavia, una volta avvenuto questo, si gioirà degli effetti favorevoli di un simile risultato. Da cui il detto: "gli esiti non appaiono che quando essi giungono a maturazione".

In tal modo, gli akusala generano delleconclusioni sfavorevoli ed i kusala degli sbocchi favorevoli. Il fatto di uccidere, di rubare, di seguire una cattiva condotta sessuale sono degli atti akusala, mentre lo sviluppo di dāna, sīla, bhāvanā sono delle azioni kusala. Quando un puthujjana compie degli atti sani, essi sono motivati dai suoi kilesā (le impurità mentali) e questi atti sani contribuiscono a migliorare il suo karma. Tuttavia, quando Buddha, un paccekabuddha, oppure un arahant esprimono un atto di bontà, essi non sono motivati dai kilesā, perché non ne hanno più. Così, quando Buddha offre una veste al Venerabile Sāriputtarā, oppure quando qualunque altro arahant compie un atto simile, ciò non gli procura alcun karma. Se egli agisce in questo modo, è solo per mostrare un esempio. Ciò permette agli altri di fare la stessa cosa e di garantirsi allora dei risultati favorevoli.

Generalmente, quando un puthujjana produce delle buone azioni, è nella speranza di beneficiare di migliori condizioni esistenziali, attraverso il saṃsarā. Simili atti, benché li si possa considerare dei kusala, restano legati, in un modo o nell'altro, al desiderio; ossia, ai kilesā, suscettibili di produrre, a loro volta, dei cattivi risultati. Tra questi due aspetti, se domina l'akusala, verrà generata della miseria: delle sofferenze fisiche, o mentali, oppure una rinascita negli apāya. Il solo modo di sforzarsi ad essere risparmiati da tali conseguenze disastrose, è di giungere allo stadio di sotāpana. Se viene realizzato il sotapatti magga, i risultati dei grossi akusala sono eliminati. In questo modo, le rinascite negli inferi, presso i peta, oppure nel mondo degli animali sono evitate.

Una persona che ha rinunciato agli akusala, a favore dei kusala può attendersi il beneficio di rinascere nel mondo umano, in quello dei deva, o in quello di brahmā. Agli occhi dei puthujjana queste rinascite si mostrano come un fatto eccellente. Tuttavia, rispetto agli ariyā, tali esistenze, per quanto siano confortevoli — risultano indesiderabili. Essi considerano le vite attraverso il saṃsarā come degli escrementi. Che ve ne siano molti, o pochi, gli escrementi restano qualcosa di disgustoso. La stessa cosa è per le esistenze, qualunque sia la quantità della sofferenza, anche nei mondi più alti. Il processo delle malattie, delle vecchiaie e delle morti attraverso il saṃsarā è un ciclo vizioso. Fondamentalmente, la vita non ha, in verità, nulla di buono.

Chi desidera non conoscere più il ciclo delle esistenze deve sbarazzarsi di ogni karma. Per fare questo, è necessario che si sforzi di giungere allo stadio di arahant. Colui che giunge a liberarsi completamente del karma si risparmia ogni nuova rinascita e, di conseguenza, malattie, vecchiaie, morti e qualsiasi altra sofferenza. Fino a quando tale stadio non è raggiunto, i risultati delle cattive e delle buone azioni potranno subirsi quando questi karma giungeranno a maturità. Tuttavia, le conseguenze buone o cattive delle azioni non appariranno se tutto il karma è stato evitato, prima che esse siano giunte a maturità.

Il caso del Venerabile Ananda illustra bene quanto precede. Durante una precedente esistenza egli fu un orafo, tanto ricco che bello. Conducendo una vita da seduttore, egli si impadronì delle donne altrui, dedicandosi così alla cattiva condotta sessuale. In conseguenza di quella vita, rinacque come figlio di un uomo ricco. Visse felice per l'intera nuova esistenza, poiché i risultati degli akusala dovuti alla cattiva condotta sessuale della sua vita precedente non erano ancora maturati. Durante questa esistenza, egli produsse dei kusala con perseveranza, come la pratica di dana, di sīla, di metta e di bhāvanā, fino alla sua morte, dopo la quale prese nascita nell'inferno Yoruva, nel quale sperimentò una vita tra le più infelici. I risultati delle buone azioni generate lungo l'intera sua esistenza precedente non erano ancora maturati. Per contro, lo erano quelli degli atti malefici prodotti durante la sua penultima vita.

Dopo avere subito una lunga e miserabile rinascita nell'inferno Yoruva, dato che rimanevano ancora degli akusala karma, il futuro Venerabile Ananda rinacque nel mondo animale, come capro. Grande e bell'animale qual'era, venne castrato e ridotto ad essere un semplice divertimento per gli altri; i bambini lo montavano, ed anche gli adulti. Invecchiando, il capro venne mandato ad una macelleria, dove lo uccisero per la sua carne. La vita seguente, divenne una scimmia. Il capo del gruppo di cui faceva parte era geloso di lui; aveva paura che una volta cresciuto sarebbe potuto divenire un rivale. A causa di questa paura gli schiacciò i testicoli e lo uccise. La sua esistenza successiva fu quella di un toro. Poiché questo toro era forte ed in buona salute, i suoi proprietari lo castrarono, per utilizzarlo come mezzo di trasporto di carichi pesanti. Una volta che l'animale divenne debole a causa dell'età, lo mandarono alla macelleria. Rinacque come essere umano, sprovvisto di sesso; cioè, non fu né uomo, né donna. In seguito a questa esistenza infelice, nacque cinque volte di seguito nel mondo dei deva, come femmina di deva. Durante la quinta di queste esistenze come angelo, fu Rūcā, la figlia del re Aṅgati. Tutte le penose esistenze che il futuro Venerabile Ananda conobbe, non furono altro che il risultato della sua cattiva condotta sessuale, manifestata quando era un ricco gioielliere.

Alla fine di questa esistenza, i tempi divennero maturi per i risultati degli atti sani prodotti durante la sua ricca vita, che segui quella dell' orafo. Liberato dalle conseguenze spiacevoli, nacque come deva (maschio), in una vita felice. La vita seguente lo condusse nel mondo umano, dove fu il cugino del principe Siddharta. Venti anni dopo che quest'ultimo ebbe raggiunto il risveglio e fiorì come sammāsambuddha (buddha onnisciente), il Venerabile Ananda divenne il suo preposto. Dotato di una memoria rimarchevole, fu la sola capace di memorizzare integralmente gli 84.000 insegnamenti che Buddha rilasciò lungo i suoi 45 anni di vita, come buddha onnisciente (egli riferì a suo cugino quelli che vennero trasmessi durante i venti primi anni che seguirono il suo risveglio). Cento giorni dopo il parinibbāna di Buddha, si tenne il primo grande concilio. Alla vigilia di quest'ultimo, il Venerabile Ananda era solo un sotāpana. Fu comunque scelto per condurre bene questo concilio, con i 499 arahant, poiché era il solo che avesse potuto memorizzare l'integralità degli insegnamenti di Buddha.

Poiché uno dei partecipanti aveva deriso il Venerabile Ananda per il fatto che fosse il solo dei 500 partecipanti a trovarsi impigliato nei kilesā, quest'ultimo decise di lavorare sodo ed ardentemente nel satipaṭṭhāna, prima dell'inizio del concilio. Alternando le sedute e il camminare, si esercitò tutto il giorno all'attenta osservazione dei fenomeni fisici e mentali. Si chiese come mai non avesse raggiunto ancora lo stato di arahant, quando lo stesso Buddha gli aveva dichiarato che stava per realizzarlo, a causa delle sue forti pāramī. Trascorsa la metà della notte, quando il sonno era sopravvenuto in modo schiacciante, egli provò la necessità di andare a dormire. Giunto davanti al suo giaciglio, osservò la sua postura in piedi, come anche tutto il movimento di abbassamento e di allungamento del corpo. Mentre era intento a notare il movimento del corpo, che si stendeva sul giaciglio, prima ancora che la sua testa ed i suoi piedi venissero in contatto con quello, realizzò in successione gli stadi di sakadāgāmi, di anāgāmi e di arahant. Nella stessa occasione fu il primo essere ad avere raggiunto lo stato di arahant, fuori delle quattro posture; cioè: in cammino, in piedi, seduto ed allungato.

Divenendo arahant, il Venerabile Ananda si sbarazzò, dunque, di ogni karma. Di conseguenza, si affrancò del tutto da nuove esistenze, poiché, sprovvisti di karma, i suoi atti non generarono più dei risultati.

Sapendo che i risultati di ogni azione buona e di ogni atto malsano si manifestano quando giungono a maturità, possa ogni yogī astenersi dagli akusala e non creare che dei kusala. Concludo questo insegnamento, augurando che ogni yogī sia capace di lavorare con diligenza, realizzando lo stato di arahant; e liberandosi, di conseguenza, di ogni karma. Possa ogni yogī emanciparsi dalla sofferenza senza fine del saṃsarā, grazie all'esperienza del nibbāna, nel più breve tempo possibile.

sādhu! sādhu! sādhu!


info su questa pagina

Origine: Insegnamento dato al centro Mahāsī di Yangon (Birmania)

Autore: Venerabile Jaṭila

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Marzo 2003

Aggiornamento: 29 settembre 2011