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riassunto della pagina

Analisi delle parole che riassumono l'intera pratica del Dhamma:

«Astenersi da tutto quello che è nocivo»

«Fare ciò che è benefico»

«Purificare la propria mente»

i principi base per ogni buddhista

L'insegnamento di oggi ci conduce sui principi di base per ogni buddista. Nel termine "buddhista", troviamo la parola "Buddha", in pali, che significa:"colui che conosce la quattro verità; concetto che include due aspetti...

a) Colui che ha realizzato la conoscenza delle quattro verità da solo.

b) Colui che ha la capacità di insegnare le quattro nobili verità agli altri

Le quattro nobili verità sono:

  1. dukkha saccā (la nobile verità della sofferenza)
  2. samudaya saccā (la nobile verità dell'origine della sofferenza)
  3. nirodha saccā (la nobile verità dell'estinzione della sofferenza)
  4. maggasaccā (la nobile verità della via che permette di giungere all'estinzione della sofferenza)

Così, colui che è capace di scoprire le quattro nobili verità attraverso la propria saggezza e che è in grado di beneficiare gli altri con questa conoscenza è un buddha. Il buddista è chi dà fiducia agli insegnamenti rivelati da Buddha. E' colui che segue questa dottrina e che la mette in pratica, con trasporto. Molte persone pretendono di chiamarsi buddhisti unicamente perché sono nati in una "famiglia buddhista". Non essendo buddhisti per tradizione, questa gente non ha alcuna fede reale nel Dhamma, né alcuna solida convinzione. Non si trovano mai interessati in profondità all'insegnamento di Buddha. Generalmente, si accontentano di partecipare alle cerimonie religiose, che i loro parenti hanno sempre avuto l'abitudine di fare. Dato che non posseggono alcuna profonda conoscenza dell'insegnamento del Dhamma, possono, se l'occasione si presenta, convertirsi a non importa quale religione.

Questi "buddhisti tradizionali", non avendo alcun saddhā (fede) profondo, non sono liberi dal rischio di ricadere indefinitamente negli apāya (i mondi inferiori). E', dunque, cosa fondamentale acquisire una conoscenza basilare del buddhismo. Il vero buddhista, che abbia una saddhā profonda è chi osserva i seguenti tre punti maggiori, stabiliti da Buddha:

  1. astensione dagli akusala (atti, parole e pensieri malsani)
  2. sviluppo, in ogni istante, dei kusala (atti, parole e pensieri benefici)
  3. disciplina nel mantenere la mente libera dai kilesā (impurità mentali)

In altri termini:

  1. Astenersi da quanto è nocivo
  2. Fare quanto è benefico
  3. Purificare il proprio mentale

Questo è l'insegnamento di ogni Buddha.

Il primo maggior punto è di astenersi dal produrre degli akusala. Gli akusala sono delle azioni non innocenti e che provocano dei risultati negativi. Per esempio, il fatto di commettere un omicidio non è cosa innocente e provoca un risultato negativo. Questo risultato negativo non si circoscrive all'assassinio di per sé ed alle sofferenze causate nell'ambiente del morto, ma si traduce egualmente in conseguenze dolorose per l'uccisore, come una rinascita breve, o una cattiva salute, o il cadere in mondi molto inferiori. Il fatto di volere qualcosa che appartiene ad altri è pure un akusala. Ciò conduce in errore e provoca, nella prossima rinascita (o anche prima), delle noie e dei risultati indesiderabili per il ladro. Allo stesso modo, le menzogne, le calunnie, i pettegolezzi futili ed ogni altra forma di parole che feriscono, o sono nocive, rappresentano degli akusala.

Tutte le azioni, le parole ed i pensieri nocivi sono akusala. Agendo, parlando o pensando così, una persona non è innocente. Non è libera dal subire, quindi, delle conseguenze tristi. Ecco perché Buddha ci esorta ad astenercene.

Se una madre vede il suo bambino mettersi in bocca degli oggetti puntuti, glieli tirerà subito fuori, e con la forza. Agirà in questo modo per prevenire suo figlio dal pericolo. Eppure, non comprendendo le ragioni di questo gesto, il piccolo sarà irritato e piangerà per la collera. Malgrado ciò, sua madre avrà agito, mossa dalla benevolenza, con compassione, per proteggerlo dal male. Similmente, per salvaguardare gli esseri dalla sofferenza, per evitare loro delle dolorose conseguenze, dall'alto della sua compassione, Buddha ci "proibisce" di uccidere, di adottare una cattiva condotta sessuale, di costruire delle menzogne, e di commettere ogni altro atto akusala fisico, verbale e mentale.

Il secondo maggior punto sta nello sviluppare dei kusala, in ogni momento, in modo ininterrotto. I kusala sono gli atti benefici: dāna (il dono), la generosità, l'osservazione di sīla (la virtù), e lo sviluppo della concentrazione e di vipassanā. I kusala sono delle azioni innocenti, che procurano dei risultati positivi. Per esempio, il fatto di fare un dono è cosa innocente e genera un risultato positivo. Questo risultato positivo non si limita al dono di per se stesso, ma si manifesta con della bontà, o con mettā (amore) da parte del ricevente e con delle conseguenze positive per il donatore, come una rinascita felice. Osservare sīla è anche molto lodevole. Colui che possiede un sīla puro rimane libero da lobha e da dosa, e trarrà beneficio da una lunga vita (presente, o futura). La pratica di metta è anch'essa innocente e benefica. Il mettā bhāvanā offre 11 vantaggi:

  1. Sonno pacifico
  2. Risveglio tranquillo
  3. Bei sogni durante il sonno
  4. Simpatia da parte delle persone
  5. Simpatia da parte dei deva
  6. Protezione da parte dei deva
  7. Protezione contro i rischi del fuoco, del veleno e delle armi
  8. Stabilità mentale
  9. Espressione serena e radiosa del viso
  10. Tranquillità nel momento della morte
  11. Guadagno di un'esistenza migliore dopo la morte

Tutti i vantaggi dei kusala, che sono stati appena elencati, rappresentano dei benefici ottenibili durante le esistenze, attraverso le nascite, le malattie, le vecchiaie e le morti, nel saṃsarā. Questo incessante processo non può venire interrotto se non con il realizzare lo stato di arahant. Quando effettuiamo un lungo viaggio, per recarci da un paese all'altro, abbiamo bisogno di biglietti aerei, della nave o del treno, di cibo, di bevande, di denaro, ecc. Per il nostro lungo viaggio attraverso il saṃsarā, noi abbiamo anche necessità di compere diverse. Tuttavia, non possiamo importare denaro, cibo, o titoli di trasporto, da una via all'altra. E' solo con l'aiuto di dāna, sīla e bhāvanā che ci è possibile realizzare questo "viaggio" in condizioni convenienti. Per questa ragione Buddha ci incita ad astenerci da atti akusala ed a produrre degli atti kusala.

Il terzo punto maggiore è quello di conservare una mente pura dai kilesā. La maggior parte della gente concede molte energie al mantenimento dell'estetica e della pulizia del corpo. Lavandosi e cambiandosi gli abiti molte volte al giorno, si occupano così di mantenere il proprio corpo nella massima cura. Al contrario, sono rare le persone che pensano con regolarità alla purificazione della loro mente, per pulirne i numerosi sudiciumi. La sporcizia del corpo non può far rinascere negli apāya. Però, quella della mente può far rinascere negli apāya (mondo animale, mondo dei peta, mondo degli asura e mondo degli inferi).

Abbiamo tutti veduto degli animali immersi in una miseria abominevole, come dei bufali, delle vacche, dei maiali, dei cani, dei polli, ecc. Codesti evolvono nella sofferenza, non perché hanno negletto di pulire le impurità del loro corpo, ma perché hanno — durante le loro precedenti esistenze — trascurato di purificare le sozzure della mente. I loro akusala li hanno condotti dunque a rinascere in tali condizioni. Ciò, comunque, non significa che bisogna negligere il proprio corpo. Una certa cura del corpo è necessaria per la salute; ma, per evitare rinascite dolorose sappiamo bene che nulla è più importante della purificazione della mente.

Come purificare la mente? Nel mahā satipaṭṭhāna sutta, Buddha insegna che:" la sola via che conduce alla purificazione della mente è il satipaṭṭhāna." Vi sono quattro satipaṭṭhāna:

  1. kāyānupassanā satipaṭṭhāna (il portare l'attenzione sui movimenti e sulla materia del corpo)
  2. vedanānupassanā satipaṭṭhāna (il portare l'attenzione sulle sensazioni)
  3. cittānupassanā satipaṭṭhāna (il portare l'attenzione sugli stati della coscienza e sui pensieri)
  4. dhammānupassanā satipaṭṭhāna ( il portare l'attenzione sui fenomeni, come le visioni, i suoni, gli odori, i gusti e i tatti)

La pratica in questi quattro satipaṭṭhāna rappresenta la sola maniera di purificare la mente. Quando un tovagliolo è nuovo, esso è pulito e bianco. Una volta che lo si adopera per pulirsi la bocca e le mani, diviene sporco. Bisogna, allora, lavarlo con l'acqua ed il sapone e la sporcizia sparirà. Il mentale, quanto ad esso, deve venire "pulito" dalle sue sporcizie — che costituiscono i kilesā — con l'aiuto di satipaṭṭhāna. La funzione della mente è quella di pensare e di osservare i sensi e le percezioni mentali. Durante il satipaṭṭhāna,lo yogī è cosciente delle attività della sua mente. Quest'ultima è qualcosa di molto particolare. Possiamo affermare che le invenzioni moderne annoverino le cose più strane e più sbalorditive, come la televisione, il nucleare, le navi spaziali, Internet, ecc. Anche la pittura e la scultura sono realtà sorprendenti. Tuttavia, è la mente l'oggetto più strano e stupefacente che esista, poiché è proprio essa che crea tutte queste cose.

L'acqua può venire accumulata tra le dighe affinché non si disperda, sparpagliandosi nei dintorni. Allo stesso modo, a che la mente non si smarrisca nei piaceri sensoriali, conviene controllarla con l'aiuto di satipaṭṭhāna bhāvanā. All'origine, l'acqua è chiara e pura. Se vi aggiungiamo una tinta, essa risulterà conseguentemente colorata. Nello stesso modo, per natura, il mentale è puro; ma, "tinto" da lobha, dosa e da tutti i kilesà, diviene sudicio, corrotto.

Uno scultore di marionette è capace di scolpire sia dei bei principi e delle belle principesse, che dei brutti demoni e draghi. In uno spettacolo di marionette, ogni sorta di sentimento (crudeltà, bontà, paura, gioia, ecc.) può venire rappresentato, attraverso le diverse marionette. Similmente, gli esseri "scalpellano" la loro mente con i kilesā. Costruendo quest'ultima, assieme a stati dello spirito pieni di lobha, dosa, e moha, le sculture così ottenute sono degli esseri infernali, dei demoni, degli animali e degli esseri umani poveri ed infelici. Scolpendo il mentale sotto l'ispirazione di kusala e di akusala, le sculture così ottenute sono degli esseri umani deformi, o dei deva inferiori, con delle membra incomplete. Costruendo, invece, il mentale, con l'aiuto di kusala, di stati spirituali sani e benevoli, otterremo dei bei risultati, come degli esseri umani di alta natura, o dei deva superiori.

Il mentale può anche venire paragonato ad un elefante. Gli elefanti selvatici non offrono vantaggi per nessuno. Al contrario, sono un danno. Per catturarne uno, gli uomini lo seducono con l'aiuto di un'elefantessa addomesticata, e lo conducono in un luogo, circondato da un fossato. Quindi, lo privano di acqua e di alimentazione, sino a che egli sia sufficientemente indebolito perché lo si possa avvicinare, per incatenarlo. Non rimarrà che addomesticarlo gradatamente, nutrendolo, in piccola quantità, sino a farlo divenire completamente docile. A questo punto, darà un aiuto molto vantaggioso agli uomini.

Proprio come un elefante selvatico, una mente non educata si immerge senza moderazione nel piacere dei sensi; piaceri degli occhi, delle orecchie, del naso, della lingua, e del corpo. Lasciandola in questo stato, essa sarà abbandonata ai kilesā. Non avendo altra soluzione che sviluppare numerosi akusala, la prossima esistenza avverrà in seno agli apāya. Ecco perché bisogna domare la mente. Per farlo, si devono impiegare saddhā e chanda — come l'elefantessa che serve da esca — per condurre la mente nel solco rappresentato da sīla. Le persone che si disciplinano in profondità nella meditazione, o in satipaṭṭhāna sono, di fatto, degli individui che osservano gli otto precetti. Così, si astengono dai pasti il pomeriggio, dall'ascoltare musica, da canti, da danza, ecc.

Per favorire l'addomesticamento della mente conviene, dunque, non consumare cibo in maniera eccessiva, proprio come nel processo educativo dell'elefante. Infine, la stessa mente deve ugualmente venire "incatenata", come l'elefante, grazie ad un allenamento intensivo alla concentrazione. L' addestramento alla meditazione, oppure al satipaṭṭhāna, permette di educare del tutto la mente, poiché impedisce il piacere dei sensi. E come un elefante diviene molto utile agli uomini, la mente controllata diviene un veicolo che trasporta verso delle esistenze superiori, o meglio, verso il nibbāna.

Nello stesso modo in cui laviamo la sporcizia dei nostri piedi con l'aiuto dell'acqua, noi mondiamo le impurità del mentale, con l'aiuto della contemplazione dei fenomeni fisici e mentali, rappresentato da satipaṭṭhāna. Attraverso questa disciplina lo yogī giungerà a realizzare le conoscenze di vipassanā, come la distinzione tra nāma e rūpa (la coscienza e la materia) e la distinzione tra le cause e gli effetti, sino a divenire sotāpana. La purezza della mente è allora raggiunta.

Abbracciando tale disciplina, l'individuo realizza i tre punti maggiori insegnati da Buddha: — astenersi da tutto ciò che è nocivo; fare quello che è benefico; purificare il proprio mentale; e, di conseguenza, è un vero buddista. Dotato di una fede ferma, sarà libero di rinascere negli apāya. Restando fedele all'osservanza di questi tre punti maggiori, presto o tardi giungerà al nibbāna, la definitiva cessazione di ogni sofferenza.

Per concludere questo insegnamento, auguriamo a tutti gli yogī, come ogni Buddha ha insegnato, di "astenersi da quanto è nocivo, di fare ciò che è benefico e di purificare il proprio mentale". Possano, dunque, essere sempre capaci di disciplinarsi in questo modo, per così giungere all'esperienza del nibbāna, attraverso la realizzazione di maggañāṇa e di phala ñāṇa, il più facilmente ed il più rapidamente possibile!

sādhu! sādhu! sādhu!


info su questa pagina

Origine: Insegnamento dato al centro Mahāsī di Yangon (Birmania)

Autore: Venerabile Jaṭila

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Marzo 2003

Aggiornamento: 29 settembre 2011