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riassunto della pagina

Istruzione circa lo sviluppo della purezza della condotta.

sīla visuddhi (la purezza della condotta.)

L'insegnamento di oggi verte su sīla visuddhi (la purezza della condotta), che è il primo dei sette visuddhi. Il sīla è il fondamento di ogni allenamento alla concentrazione; senza di esso è impossibile accedere al nibbāna. Se vogliamo prendere un oggetto collocato troppo in alto, solo con l'aiuto di una scala lo potremo fare.

Allo stesso modo, se desideriamo realizzare le conoscenze vipassanā di magga e phala ñāṇa, solo con l'aiuto di visuddhi ci riusciremo. Vi sono sette visuddhi: sīla visuddhi, citta visuddhi,diṭṭhi visuddhi, kaṅkhāvitaraṇa visuddhi, maggañāṇa dassana visuddhi, paṭipadā ñāṇa dassana visuddhi e dassana visuddhi. Fra tutte, oggi, spiegherò la prima: sīla visuddhi, sutta maya ñāṇa

Chi desidera esercitarsi in vipassanā deve, in primo luogo, osservare sīla. Se la sua mente non è ben protetta da sīla, lo yogī non potrà sviluppare samadhi. Di conseguenza, i vipassanā ñāṇa non verranno realizzati. Ecco la ragione per cui, la tappa iniziale, prima di intraprendere la disciplina per vipassanā, è di purificare il proprio sīla.

Per fare questo, i laici (e le monache ed i sāmaṇera) debbono prendere i (otto o dieci) precetti; mentre i monaci hanno il loro pātimokkha (codice di condotta peculiare ai monaci), che sono immancabilmente tenuti a rispettare, sempre, senza intaccarlo. Il fatto di osservare senza fallo il sīla che hanno deciso di adottare (otto, o dieci precetti, o il pātimokkha) è chiamato sīla visuddhi. Esistono diversi sīla; vi è il sīla ordinario, l'upasīla (un sīla più nobile) ed il paramattha sīla (il sīla migliore).

Il sīla ordinario è quello che non si osserva, se non quando si rischia di danneggiare se stessi, o di rovinare i propri affari. Il sīla più nobile è quello che si interrompe solo quando si rischia di nuocere alla propria vita, o di perdere gli organi del proprio corpo (una mano, un piede, un orecchio, il naso, ecc.). Infine, il miglior sīla è quello che non si segue, se non quando è a rischio la propria vita.

Tra questi tre sīla, dedicandosi al sīla inferiore, che è quello "ordinario", è possibile realizzare un'esistenza umana, in cui si gode dei poteri di un re, o di una regina. Manifestando il sīla intermedio, che è il "sīla più nobile" si beneficerà della nobile esistenza di un deva. Osservando il sīla nobile, che è il "miglior sīla" e seguendo correttamente il satipaṭṭhāna, si perviene alla nobile pace del nibbāna.

Le persone che osservano sīla senza negligenze usufruiscono, già in questa vita — di cinque vantaggi:

  1. una grande qualità di vita
  2. una grande gloria ed una grande rinomanza
  3. un grande benessere e la massima confidenza nel parlare di fronte a non importa quale pubblico
  4. una grande calma ed una grande serenità davanti alla morte
  5. una splendida rinascita, nel mondo dei deva

In più, sīla è una virtù sempre giovane e profumata. I vestiti sembrano belli quando sono nuovi. Appena invecchiano, o vengono usati, cessano di esserlo. Ora, sīla resta splendente; è come un ornamento sempre alla moda ed inalterabile, che si dovrebbe indossare in ogni momento, a qualunque età. Un bambino che osservi sīla non diverrà oggetto di critica da parte di nessuno; al contrario, tutti gli faranno dei complimenti. Una persona di età media che segua sīla è sempre positiva, degna di complimenti da parte della gente. Un individuo anziano, che sia fedele a sīla, si rende piacevole al proprio ambiente, che ha solo dei complimenti da fargli. Questa è la ragione per la quale sīla è un'eccellente virtù da osservare, a qualunque età, sino al termine della propria esistenza.

Ai tempi di Buddha viveva un giovane, di nome Subha. Un giorno egli venne ad interrogare il Beato:

«Venerabile Buddha, come mai alcune persone sono spesso malate ed altre restano in buona salute?

— O, Subha! Certi non osservano sīla e la loro abitudine a compiere atti malsani le ha rese malate. Altri osservano, invece, fermamente, sīla e la loro fedeltà a esprimere azioni sane le tiene in buona salute.»

Così, Sila è un fattore importante, che contribuisce al beneficio di una buona salute, durante una prossima esistenza. Buddha disse:" sīlaṃ yogīssalaṅkāto", che significa:" sīla (la virtù) è l'ornamento di uno yogī". Lo yogī è colui che si allena allo sviluppo della concentrazione. Gli ornamenti delle persone ordinarie sono: le collane, i braccialetti, gli anelli, l'oro, l'argento, i vestiti di seta, di velluto, ecc. Per gli yogī che seguono la disciplina di bhāvanā, il loro ornamento è sīla. L'odore di sīla non è come quello di un fiore. Il profumo di un fiore viene trasportato solamente secondo la direzione del vento; se la direzione del vento va da noi al fiore, non possiamo sentirne il profumo. Di qualunque fiore si tratti, esso non può emettere il suo buon odore se non quando il vento soffia nel giusto senso. Al contrario, sīla radia la propria fragranza in ogni direzione, sempre, e senza che questa affievolisca.

E'importante osservare un sīla puro. Buddha affermava che un solo giorno di vita con un sīla completo è più nobile di cento anni di vita, con un sīla incompleto. Nel suttanta, vi è una storia a proposito del sāmaṇera Saṃkiccasā. Un giorno, trenta monaci si erano riuniti accanto a Buddha. Ognuno di essi aveva scelto un supporto meditativo, prima di ritirarsi, per allenarsi allo sviluppo della concentrazione. Buddha chiese:

«Dove avete intenzione di recarvi per realizzare il vostro ritiro?

— Abbiamo previsto di andare in un villaggio a 120 yūjanā da qui, Venerabile Buddha.»

Dall'alto della sua onniscienza, Buddha sapeva che un pericolo minacciava questo luogo. Sapeva pure che solo il sāmaṇera Saṃkiccasā, che viveva presso il Venerabile Sāriputtarā, era in grado di evitarlo. Così, il Beato suggerì ai monaci di andare a rendere omaggio al Venerabile Sāriputtarā, prima della loro partenza per il villaggio scelto. Quando essi giunsero dal Venerabile Sāriputtarā, quest'ultimo chiese loro:"Qual è la ragione della vostra visita?" I monaci replicarono:" Buddha ci ha esortato a farvi una visita prima di partire per un villaggio per praticarvi la meditazione." Il Venerabile Sāriputtarā, dopo avere bene studiato la situazione, comprese che Buddha voleva che il sāmaṇera accompagnasse i trenta monaci a quel villaggio.

Già a sette anni, il sāmaṇera Saṃkiccasā era arahant. Sua madre fu una ricca dāyikā del Venerabile Sāriputtarā. E morì proprio poco prima della nascita del figlio. Quando il suo corpo venne bruciato, solo l'utero venne risparmiato, che restò intatto nelle ceneri. La notte seguente, la persona incaricata di bruciare il corpo dei cadaveri forò l'utero con un bastone di bambù, che andò ad urtare proprio accanto all'angolo dell'occhio del bambino. Al mattino, tutti restarono stupiti di scoprire questo infante, che se ne stava coricato sul mucchio di ceneri. Fu reso alla sua famiglia, che si incaricò di allevarlo. Un giorno, studiandolo, un veggente divinò che se fosse stato adottato dalla sua famiglia, le sue sette generazioni (le tre precedenti, la sua e le tre future) sarebbero tutte cadute nella più grande miseria. Il veggente aggiunse che, al contrario, se l'infante fosse stato assegnato al saṃgha, per vivere un'esistenza monacale come sāmaṇera (novizio), sarebbe divenuto molto celebre e benefico per il suo ambiente.

La sua famiglia si occupò del bambino sino a che ebbe l'età di correre, esercitarsi e giocare. Quando giocava al gioco della vita e della morte con gli altri bambini, questi perdevano non appena "morivano". Lui, al contrario, diceva che provava sempre della calma quando moriva, perché resuscitava immediatamente, uscendo, così piccolo, dal cadavere. Asseriva anche:" Ho un'immensa fortuna di nascere come essere umano, ed è molto difficile ottenere una simile esistenza. Per cui non ci tengo veramente a sprecare questa vita in cose futili. Vorrei fare il necessario per liberarmi dal saṃsarā. "Rivelò alla famiglia il suo desiderio di entrare nel saṃgha. Trovandosi tutti d'accordo, il bambino venne portato dal Venerabile Sāriputtarā. Mentre gli rasavano il cranio, il Venerabile Sāriputtarā dette le istruzioni basilari per lo sviluppo di vipassanā al giovine novizio, che le mise in pratica senza indugio. Prima che si finisse di rasarlo, egli realizzò lo stato di arahant. In quel momento, il sāmaṇera Saṃkiccasā non aveva che sette anni.

Un giorno, il Venerabile Sāriputtarā gli chiese, dunque, di accompagnare i trenta monaci che erano venuti a fargli visita. Quando questi trenta monaci ed il novizio giunsero nella foresta situata accanto al villaggio — distante 120 yūjanā — essi dettero inizio alla loro meditazione. Un pericolo apparse all'improvviso: cinquecento briganti nascosti nel fitto della foresta irruppero accanto ai monaci. Poiché avevano bisogno, per effettuare un sacrificio, del sangue ottenuto tagliando la gola di un essere umano, esigettero che venisse loro dato un monaco. Questo fu il pericolo previsto da Buddha. Il più anziano affermò che fosse il suo dovere quello di offrirsi come volontario. E invitò gli altri monaci a proseguire in pace la loro meditazione, mentre si apprestava a seguire i briganti. A quel punto, il secondo (monaco) sollecitò il monaco anziano a non offrirsi in sacrificio, poiché gli altri bhikkhu si sarebbero trovati in difficoltà, non avendo più un capo per guidarli. Chiese allora che lo si lasciasse seguire i briganti. Un terzo tra i bhikkhu formulò un simile argomento, rivendicando il proprio corpo come sacrificabile. Avvenne lo stesso per tutti gli altri monaci, sino a che intervenne il sāmaṇera Saṃkiccasā: "O Venerabili! Questo è un mio dovere! Se il Venerabile Sāriputtarā mi ha mandato con voi, è precisamente a causa di questo pericolo".

Prima di lasciare partire il giovane novizio verso il luogo del sacrificio, il più anziano dei monaci chiese ai briganti di non mostrargli la spada e di trattarlo in modo corretto, sì da non spaventarlo, data la sua giovanissima età. Questi monaci non sapevano che il sāmaṇera Saṃkiccasā era arahant. I briganti portarono con sé il novizio e lo sistemarono sotto un albero ombroso. Quindi, affilarono le proprie spade. Mentre si trovavano occupati nei preparativi al sacrificio, il giovane novizio era assorbito nel phala samāpatti. Quando tutto fu pronto per la cerimonia, il capo dei briganti si avvicinò al novizio, armato di una grande spada. Con un gesto sicuro e pronto, fece roteare la sua spada verso collo del sāmaṇera Saṃkiccasā. Essendo quest'ultimo assorbito nel phala samāpatti,la lama si spezzò sul collo, che venne così risparmiato. Era come se la lama avesse urtato contro una roccia. Il brigante afferrò subito un'altra spada e colpì di nuovo il collo del giovane Saṃkiccasā: il risultato fu lo stesso; il novizio era invulnerabile. Impressionato, il brigante non comprendeva come il collo del ragazzo potesse restare intatto, dopo questi due fendenti, mentre le altre persone che aveva precedentemente sacrificato si erano ritrovati la gola ben tranciata sin dal primo colpo. Scosse allora il novizio, dicendogli:

«O, giovane novizio, vi ho indirizzato due fendenti. Non avete paura di morire? Abitualmente, le persone che si trovano sul punto di farsi uccidere piangono, singhiozzano, si prosternano, supplicando di venire risparmiati. Voi, al contrario, ve ne rimanete tranquillissimo; non sembrate essere spaventato, il vostro viso è sereno; addirittura radia una grande purezza, e mostrate un controllo perfetto. Veramente non provate alcuna paura?

— Noi, gli arahant, non abbiamo paura di morire. Il corpo non è che un fardello per noi. Il solo fatto di alimentare e di sostenere questo corpo è una sofferenza quotidiana. Il giorno in cui ci disfiamo di questo fardello è quello più felice per noi. Gli arahant non conoscono mai alcun timore, né alcuna tristezza.

— Oh, un arahant! Questa spada senza vita conosce le virtù di un arahant, mentre io, che sono un uomo privo di conoscenza, sono incapace di vedere le virtù che qualificano un arahant. Mi trovo completamente immerso nell'errore.

Dopo avere pronunciato queste parole, il capo del briganti lasciò cadere la sua spada al suolo e si mise in ginocchio, ai piedi del giovane novizio. Domandandogli perdono, lo sollecitò:" Oh, sāmaṇera! Permettete che io prenda, qui stesso, i dieci precetti, prima di indossare la mia veste di sāmaṇera. Non ucciderò mai più, e mai più ruberò." Subito pieni di rispetto, i cinquecento briganti fecero lo stesso: si pentirono dei loro errori e sollecitarono al sāmaṇera Saṃkiccasā il permesso di divenire sāmaṇera. Il novizio accettò e dette loro i dieci precetti. Appena si ebbero procurato una veste color ocra, i cinquecento nuovi sāmaṇera accompagnarono il sāmaṇera Saṃkiccasā dai trenta monaci, che attendevano, inquieti.»

Sollevati nel vedere il giovane novizio giungere sano e salvo con i cinquecento briganti, i monaci furono deliziati di ascoltare il racconto degli avvenimenti. E dissero al giovane Saṃkiccasā: "sāmaṇera Saṃkiccasā, dovreste andare a visitare il Venerabile Sāriputtarā. Sarà molto felice di vedere voi ed i vostri cinquecento nuovi discepoli."

Quando ciò avvenne, il Venerabile Sāriputtarā suggerì, a sua volta, al sāmaṇera Saṃkiccasā di recarsi a rendere omaggio a Buddha, per parlargli del suo soggiorno nella foresta. Ed appena il Beato vide giungere tutti i novizi presso di lui, disse al giovane Saṃkiccasā:

«O, sāmaṇera, quanti discepoli avete! E' meraviglioso!

— Sì, Venerabile Buddha, erano tutti dei briganti, ed hanno preso i dieci precetti da me, per divenire sāmaṇera.

— O, sāmaṇera, disse Buddha, rivolgendosi stavolta ai recenti novizi, è meraviglioso. Voi, antichi briganti, avete vissuto per così lungo tempo senza virtù e concentrazione. Eravate tutti degli esseri inutili. Ora, siete pieni di virtù, come il vostro precettore. Una vita corta, ma virtuosa, è meglio di una lunga esistenza immorale.»

Fu in questo istante che Buddha insegnò il seguente gāthā:

«Cento anni di vita senza virtù non valgono un solo giorno di virtù nobile.»

Ecco perché ogni yogī dovrebbe sforzarsi di sviluppare un sīla puro — che costituisce il fondamento delle sette purificazioni — grazie al quale potrà facilmente realizzare le tappe di vipassanā, sino a magga e phala ñāṇa.Possa, così, ogni yogī giungere il più rapidamente possibile al nibbāna, la cessazione definitiva di ogni sofferenza!

sādhu! sādhu! sādhu!


info su questa pagina

Origine: Insegnamento dato al centro Mahāsī di Yangon (Birmania)

Autore: Venerabile Jaṭila

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Marzo 2003

Aggiornamento: 29 settembre 2011