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riassunto della pagina

Istruzione sulle qualità terapeutiche della pratica del Dhamma.

la terapeutica del dhamma

L'insegnamento di oggi tratta le proprietà terapeutiche della pratica del Dhamma sulle malattie fisiche. Allenandosi nel satipaṭṭhāna, si possono guarire certe malattie. Questo insegnamento è rilasciato nella speranza che il Dhamma possa divenire una medicina efficace per tutti.

Nel mondo esistono numerose malattie. In passato, si diceva che esistessero 96 malattie, fra le quali 32 legate all'aria, 32 al muco e 32 alla bile. Ai giorni nostri sono state aggiunte altre numerose malattie alla lista, come il SIDA, le malattie del cuore, del sangue, ecc.

Al fine di combattere queste malattie sono state scoperte numerose medicine, tanto nei laboratori che in natura. Sfortunatamente, nessun prodotto ha provato la sua efficacia per ogni tipo di infezione. Così, Buddha ha detto:

«O monaci! Esistono nel mondo numerosi farmaci. Ciononostante, non v'è in terra alcun rimedio che sia tanto efficace quanto il Dhamma.» Vi esorto, dunque, ad applicare la terapeutica del Dhamma, praticandola diligentemente. La medicina del Dhamma non solo cura i mali fisici, ma pure i disordini causati dai kilesā. Grazie alla pratica del satipaṭṭhāna, le sofferenze fisiche, tanto quanto le mentali, possono venire sradicate.

L'assieme di ogni sofferenza può venire riassunto in due tipi: le sofferenze fisiche e le sofferenze mentali. Per liberarsi di esse conviene applicare la terapia del Dhamma. Modo di amministrazione: camminando, conviene conoscere in pieno il fatto che si sta camminando. Per realizzare questo, si annota ogni passo in una o più fasi: "passo sinistro, passo destro", "alzare, posare", o "alzare, avanzare, posare". Fermatisi, si osserva che si sta in piedi:"in piedi". Eseguendo un mezzo giro, si analizza il movimento del corpo che gira:"girare, girare". Il fatto di notare tutti questi avvenimenti in fase tra di essi corrisponde alla prese di medicamento del Dhamma. Stando assisi, questa terapia del Dhamma verrà applicata notando il movimento del gonfiarsi e dello sgonfiarsi dell'addome, la postura seduta, i punti dell'essere in contatto, il fatto di vedere, di ascoltare, di sentire, di gustare, di avvertire dei dolori, o dei pruriti, di pensare, ecc..

Buddha dava la medicina del Dhamma ai suoi discepoli. Una volta i Venerabili Mahākassapa e Moggalāna si ammalarono. Recatosi al loro capezzale, Buddha spiego loro i fattori di risveglio, che formano l' oggetto del bojjhaṅga sutta. Esistono sette bojjhaṅga (fattori di risveglio):

1. sati, l'attenzione; 2. dhamma vicaya, l'investigazione nella realtà; 3. vīriya, lo sforzo; 4. pīti, la gioia, l'entusiasmo; 5. passaddhi, la calma ; 6. samādhi, la concentrazione ; 7. upekkhā, l'équanimità.

I due bhikkhu, avendo ascoltato attentamente questo esposto sui sette fattori, che permettono la conoscenza delle quattro nobili verità, si liberarono della loro malattia. Un'altra volta, essendo lo stesso Buddha malato, egli chiamò accanto a lui il Venerabile Cunda, per chiedergli di recitare il bojjhaṅga sutta a suo vantaggio. Dopo averlo ascoltato con grande attenzione si rimise completamente dal suo male.

Ci si può domandare per quale ragione la recitazione di questo sutta costituisce un rimedio contro la malattia. Perché si ascolta il Dhamma? In virtù del Dhamma? Per il risultato dei sette bojjhaṅga? Si può rispondere positivamente alle tre domande.

1. La malattia è la conseguenza di atti malsani creati in passato. A questo punto, i kusala prodotti ascoltando il Dhamma possono porre un termine alla malattia. Il fatto può paragonarsi al meccanismo della pompa ad acqua: dell'aria, intrappolata all'interno della pompa, blocca il flusso dell'acqua. E' sufficiente inserire un po' d'acqua dall'esterno, onde permettere al resto dell'acqua di circolare normalmente nella pompa.

2. Il Dhamma — trasmessoci da Buddha — è nobile al suo inizio, al suo interno ed alla sua fine. Una delle sue grandi virtù è quella di potere, come la somministrazione di una medicina, guarire le malattie di chi lo mette in pratica, attraverso la contemplazione dei fenomeni fisici e mentali.

Una volta esisteva uno yogī, di nome U Thein Maungm colpito da un grave male. I medici gli davano una speranza di vita d'un solo mese. Dopo avere scelto il Dhamma, come terapia, egli si applicò al satipaṭṭhāna. Alla fine, questo yogī ha beneficiato di una lunga e felice esistenza.

3. Lo yogī che si dedica seriamente a vipassanā bhāvanā per un certo periodo sviluppa i fattori di risveglio. quando nota il movimento dell'addome con attenzione, sviluppa sati bojjhaṅga (l'attenzione). Restando attento, percepisce con chiarezza il movimento del suo addome, esanima questo oggetto in profondità, sviluppando così Dhamma vicaya bojjhaṅga (l'investigazione). Osserva senza tregua, sviluppando allora vīriya bojjhaṅga (lo sforzo). La sua perseveranza lo porta a sperimentare una grande leggerezza in tutto il suo corpo ed una grande chiarezza; questo è pīti bojjhaṅga (la gioia). Mentre il suo corpo e la sua coscienza restano tranquilli, estende passaddhi bojjhaṅga (la calma). Mentre il suo mentale è calmo, la sua osservazione si sincronizza con l'oggetto osservato; di conseguenza, lo yogī incrementa samādhi bojjhaṅga (la concentrazione). Infine, riesce a rimanere distaccato dalle sensazioni gradevoli, sgradevoli, o neutre, ogni volta che le nota; fatto che lo conduce allo sviluppo di upekkhā bojjhaṅga (l'equanimità).

La pace mentale che ne deriva contribuisce attivamente al ristabilirsi della salute, in caso di malattia.

C'era una yoghin giapponese, di nome Yoshiko, che soffriva di dolori alla schiena, dovuti ad un incidente stradale. Benché non ne sia mai guarita nel suo paese, ne fu totalmente alleviata, dopo una pratica intensiva di satipaṭṭhāna.

Un'altra volta, un bhikkhu coreano, il Venerabile Amarayano, afflitto da una malattia cardiaca giudicata incurabile, effettuò un ritiro di satipaṭṭhāna. Dopo la sua pratica, si ritrovò completamente ristabilito da questo male.

Così, per concludere questo insegnamento, auguro che tutti gli yogī possano essere liberati da ogni tipo di disordine fisico e mentale, grazie ad una pratica diligente di satipaṭṭhāna vipassanā bhāvanā; cioè, la visione diretta, attraverso la contemplazione dei fenomeni fisici e mentali.

sādhu! sādhu! sādhu!


info su questa pagina

Origine: Insegnamento dato al centro Mahāsī di Yangon (Birmania)

Autore: Venerabile Jaṭila

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Marzo 2003

Aggiornamento: 29 settembre 2011