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riassunto della pagina

Pippali e Bhaddakāpilānī sono dotati di una maturità e di una virtù esemplari. Tutto il loro ambiente desidera unirli in matrimonio, ma ad essi interessa solamente la purezza della condotta.

Un giorno, mentre stanno partendo, ognuno, per una diversa direzione, nella foresta, Pippali incontra Buddha...

il passato del Venerabile Mahā Kassapa (2)

La ricerca di persone degne di doni

A quell'epoca, la speranza di vita era molto lunga. Un giorno, da che il re Nandiya regnava da diecimila anni, egli si ritrovò con la sua regina nella parte più alta del palazzo, proprio sotto il tetto a piani. E disse alla sposa:

«Se siamo così ricchi, oggi, questo è dovuto alle nostre azioni meritevoli, da noi compiute nelle vite passate. Affinché questo florido destino duri, ci conviene proseguire, senza cessa, la produzione di kusala. Per farlo, dobbiamo trovare delle persone meritevoli di doni.»

Sotto i saggi consigli del suo sposo, la regina mandò degli uomini nelle otto direzioni, alla ricerca di tali persone. Al termine del sesto mese, non avendo trovato una sola persona che rispondesse ai criteri voluti, il re e la regina si recarono, nuovamente, nel piano alto. Il re espresse la sua convinzione:

«In questo regno vi sono di sicuro delle persone, dotate di una virtù pura. Non posso credere che non ne esistano.»

Si voltarono tutti e due verso est, deposero i loro gioielli e assunsero gli otto precetti. Fecero portare un'immensa quantità di oggetti, utili a persone molto pure di sīla, come lo sono i rinuncianti. E attesero sino alla sera, augurandosi intensamente che giungessero da loro simili individui. Poiché nessuno si era fatto vivo, essi donarono tutti questi oggetti ai mendicanti ed ai viaggiatori di passaggio nella capitale. L'indomani, raccolsero di nuovo un'immensa quantità di cose, in grado di essere utili a degli esseri molto puri in sīla, e, continuando ad osservare sempre gli otto precetti, si voltarono verso il sud, accompagnando ogni loro pensiero con lo stesso augurio. Poiché nessuno si era ancora presentato, al calare della notte, donarono tutte queste cose ai mendicanti ed ai viaggiatori. Il giorno seguente, fecero la stessa cosa, girandosi verso ovest; ma, ebbero lo stesso insuccesso. Il quarto giorno, guardarono verso nord, in attesa della tanto sperata venuta di individui, ricchi di sīla puro, e degni di ricevere le numerose offerte che avevano raccolto quello stesso giorno.

I cinquecento fratello pacceka buddha

A quel tempo, sulla montagna Himavantà, vivevano cinquecento pacceka buddha, tutti fratelli. La madre di questi esseri nobili era una regina, di nome Padumadevì. Il più anziano tra di essi si chiamava Mahā Paduma. Dopo essersi lavati il viso nel lago Anotatta, situato nella loro montagna, i cinquecento pacceka buddha spiccarono tutti assieme il volo — grazie ai loro poteri psichici — e viaggiarono assieme, sino alla capitale del regno di Bārāṇasī. Quando la gente del palazzo, con gli occhi rivolta verso il cielo, al nord, li videro avvicinarsi, si affrettarono ad andare ad avvisare il re e la regina. Appena i cinquecento fratelli atterrarono, la coppia regale accorse fuori del palazzo per accoglierli ed invitarli ad entrare nel loro immenso palazzo. Contando la grande famiglia reale, i numerosi principi e principesse, la corte, i ministri, i valletti, i cuochi, i giardinieri ed ogni altro domestico, le persone che vivevano nel palazzo ammontava a sedicimila individui. La coppia reale traboccò dalla gioia, potendo, alla fine, donare a sì nobili esseri gli oggetti che avevano preparato a questo scopo.

Dopo avere offerto il pasto ai pacceka buddha, venne ascoltato un insegnamento del Dhamma, esposto dal maggiore di essi, con la più grande felicità del re, della regina e di tutta la corte. Avvicinandosi ai pacceka buddha, il re Nandiya si prosternò rispettosamente e si rivolse ad essi:

«Oh, nobili Venerabili! Vogliate gradire di vivere qui; vi invitiamo a dimorare nel grande giardino reale. Penseremo ad ogni vostra necessità, di sorta che non possiate mai incontrare la minima delle difficoltà. Dateci l'occasione di praticare dāna e sīla, verso di voi, mentre ci prendiamo cura di voi, sino alla morte!»

I cinquecento nobili fratelli accettarono in silenzio. Così, il monarca fece costruire cinquecento alloggi e cinquecento sentieri — che permettessero la meditazione camminata — nel giardino reale, che era situato in un luogo molto calmo, nei dintorni della città. I pacceka buddha si potettero sistemare rapidamente. Da allora, il re e la regina li nutrirono ogni giorno, e pensarono a qualunque loro necessità.

Il parinibbāna dei cinquecento pacceka buddha

Poiché un conflitto ebbe a scoppiare in un lontana provincia del regno, il sovrano dovette recarvicisi. Prima di assentarsi, egli rivolse qualche raccomandazione alla sua sposa:

«Non dimenticatevi di occuparvi a fondo dei cinquecento nobili pacceka buddha. Badate a che il loro pasto sia servito per tempo e che ad essi non manchi nulla!»

Dopo queste raccomandazioni, il re Nandiya si incamminò verso la località del conflitto. Nel primo giorno, la regina curò con grande attenzione i pacceka buddha, vigilando che il loro pasto venisse servito in maniera adeguata. Appena tramontò e durante tutta le notte seguente, i cinquecento nobili fratelli si assorbirono negli jhāna. All'alba, tutti entrarono, nel medesimo istante nel parinibbāna, e si liberarono completamente dal ciclo senza fine del saṃsarā.

Il mattino seguente, come per la veglia, la regina giunse, accompagnata dai numerosi domestici, incaricati di servire i pacceka buddha. Poiché si rese conto che nessuno dei fratelli era uscito dal proprio alloggio, li. volle lasciare tranquilli e ordinò ai domestici di passare la scopa sui sentieri, attendendo che essi uscissero per conto proprio. Ma, visto che il tempo del pasto era trascorso, mandò un domestico in uno degli alloggi. Quando questi relazionò che il pacceka buddha che lo occupava si trovava privo di vita, tutti compresero che era entrato nel parinibbāna (essendo per definizione un arahant, un pacceka buddha, al termine della sua esistenza, entra in parinibbāna). Appena gli altri alloggi vennero aperti, si vide che i cinquecento nobili fratelli erano tutti spirati.

Prostrata dalla tristezza, la regina pianse. Fece cremare i cinquecento corpi, prima di recuperare, con cura, le reliquie, dalle loro ceneri. Quindi, comandò di costruire un cetiya nel giardino, per ognuno dei pacceka buddha. Quando il re Nandiya rientrò dal conflitto, la regina uscì dal palazzo per accoglierlo e gli annunciò il parinibbāna dei cinquecento pacceka buddha. Senza entrare nel palazzo, il re si recò immediatamente nel giardino, per prosternarsi davanti ai cetiya. Mentre rendeva loro omaggio, pensò:

«Questi nobili possedevano numerosi poteri; erano capaci di volare, alti, nel cielo; di spostarsi al di sotto della terra. Tuttavia, oggi sono morti. Anche io morirò, un giorno.»

Poiché la speranza di vita era molto lunga, capitava raramente di veder morire delle persone. Tuttavia, egli, quel giorno, prese pienamente consapevolezza del carattere irrimediabile della morte. Appena decise, immediatamente, di diventare un rinunciante, affidò il trono a suo figlio e ripartì verso il giardino, per condurvi una vita da eremita. Trovatasi sola, accanto a suo figlio, la regina rifletté:»

Che vantaggio me ne deriva dal restare nel palazzo, ora che mio marito è partito? Sarebbe molto meglio, allora, che opti per una vita di rinuncia, anche io.»

Fu allora che imitò il suo sposo, facendosi costruire un alloggio all'altro capo del giardino. I due svilupparono rapidamente degli jhāna. Vi restarono assorbiti regolarmente, per tutta la loro vita, alla fine della quale ripresero nascita nel mondo dei brahmā.

Il rifiuto di Pippali a sposarsi

Dopo una lunga esistenza nel mondo di brahmā, essi nacquero al tempo di Buddha Gotama, nel paese di Maghada. Lui — il futuro Venerabile Mahā Kassapa — si trovava in un villaggio di bramini, chiamati Mahātittha, di cui suo padre, chiamato Kapila, era il capo. La sua famiglia apparteneva all'etnia Kassapa, ed il nome che gli venne dato era Pippali, che significa «adorabile». Lei, si trovava in un villaggio di bramini, chiamato Sāgala, di cui suo padre, Kosiya, era il capo. Il nome che le venne attribuito era Bhaddakāpilānī, che significava «bella colore oro».

Un giorno, il bramino Kapila e la sua sposa parlarono al proprio figlio Pippali, che aveva venti anni:

«O figlio! E' venuto il tempo di pensare ad una discendenza della nostra etnia. Cercatevi una donna che vi piaccia; noi organizzeremo il vostro matrimonio.

— Non voglio una donna! L'attività sessuale è una cosa che non mi interessa affatto! Preferisco occuparmi di voi, sino alla morte; dopo, seguirò la via del rinunciante.»

Quattro, o cinque giorni dopo, quando i suoi genitori gli tennero lo stesso discorso, si tappò fermamente le orecchie. Malgrado ciò, sua madre insistette per tutto il tempo e con tutti i mezzi, affinché il figlio si cercasse una femmina; insomma, non lo lasciava mai tranquillo. Il giovane Pippali era talmente importunato da sua madre, la quale aveva fatto divenire questo matrimonio una sua fissazione, che si dette da fare per cercare un'idea che gli permettesse di ritrovare la sua tranquillità. Modellò, allora, con le sue proprie mani, utilizzando dell'oro, una giovane donna, di eclatante e sublime bellezza, in misura naturale, che vestì come se fosse stata in carne ed ossa. Andò a mostrare la sua opera alla madre:

«Oh, Madre! Guardate questa giovanetta...Io accetterò di sposarmi, a condizione che mi troviate una ragazza esattamente come questa!»

Rassegnata a non importunare più suo figlio, e tuttavia ansiosa di farlo sposare, costasse quel che costasse, la madre rifletteva, di continuo, per trovare un mezzo che le facesse raggiungere i suoi fini. Un giorno, pensò:

«Dovrà certamente esistere una giovane identica a questa statua d'oro!»

La ragazza d'oro

La bramina prese la statua e la fece deporre in una carrozza, incaricando otto bramini di percorrere il paese, sino a che non avessero trovato una giovane identica. In caso vi fossero riusciti, ella ingiunse loro di dare la statua d'oro in dono ai suoi genitori, se costoro avessero accettato di fare sposare la propria figlia con Pippali. Dopo che la vettura ebbe attraversato numerose città e altrettanti villaggi, essa giunse, un giorno, all'entrata del capoluogo di Sāgala, alle sponde di un fiume, dove una folla di persone facevano il bagno. Poiché, in quel posto, vi era molta gente, gli otto bramini presero la statua d'oro e la deposero in mezzo alla folla, accanto al fiume. Quindi, indietreggiarono, cercando di scorgere a chi potesse assomigliare, come facevano ogni volta che raggiungevano un luogo abitato.

La figura di Bhaddakāpilānī, che allora aveva sedici anni, con il suo colore dorato, era rigorosamente identica a quella della statua d'oro, forgiata da Pippali. Quanto la domestica titolata della giovinetta, che si chiamava Khujjā, avanzò sulla sponda del fiume, per farsi un bagno, rimase stupefatta nello scorgere, in mezzo alla folla, quella che prese per la sua padrona:

«Bhaddakāpilānī! Cosa fate, qui? Rientrate, presto; non restate per un altro istante, qui! Sapete bene che non è decoroso che una signorina di casta nobile come la vostra resti in un simile posto!»

Vedendola restare immobile, sorda alle sue parole, Khujjā la volle trarre a sé. Ma, quando la sua mano urtò la spalla dura della statua, ella realizzo, alla fine, che si trovava di fronte ad un blocco di oro modellato; fatto che la fece ridere. Avendo visto la domestica mentre parlava alla statua, gli otto bramini si avvicinarono ad essa, per interrogarla:

«La giovine donna che avete scambiato per questa statua è simile ad essa?

— Non esiste nessuna differenza tra lei e questa statua; è lei.

— Ella brilla come questa statua?

— Oh, sì! Il suo colore dorato è luminoso proprio così. Ella può rischiarare un ambiente grande dodici cubiti per lato. In più, emana una tale fragranza naturale, che se ne può percepire il profumo per sette case messe in fila.»

Felici di essere riusciti nel loro compito, gli otto bramini caricarono nuovamente la statua nella diligenza, vi fecero salire Khujjā e si recarono al palazzo della splendida Bhaddakāpilānī. Quando giunsero dal bramino Kosiya, il messaggero gli spiegò la ragione della sua venuta, esponendo l'intera storia: dal matrimonio voluto dai suoi sovrani , i genitori del giovane Pippali, sino alla costruzione della statua in oro, ed all'incontro con la domestica titolata della giovanetta. Precisò pure che il suo signore Kapila era un bramino molto noto, capo del villaggio Mahātittha, la cui fortuna ammontava a 800.000.000 «valute» dell'epoca. Il bramino Kosiya considerò, allora, la situazione:

«Questo giovane deve possedere un kamma eccezionale per avere avuto una simile idea e, per di più, per avere forgiato una statua identica alla nostra preziosa figlia.»

Poiché accettò di dare la mano della propria figlia al bramino Kapila, gli otto bramini gli consegnarono la statua d'oro. Non appena la giovane Bhaddakāpilānī intese parlare di Pippali dai suoi genitori, provò stranamente un amore profondo per lui, come se egli fosse nati dal proprio ventre; tuttavia, questo amore era privo di ogni desiderio carnale.

Il matrimonio di Pippali e di Bhaddakāpilānī

Quando gli otto bramini rientrarono a Mahātittha, esposero ai loro sovrani il successo della loro missione, l'incontro che avevano avuto con il capo bramino del villaggio Sāgala, ed il di lui consenso a dare la propria figlia in matrimonio. Apprendendo tutto ciò, Pippali rimase sconcertato:

«Come hanno fatto a trovare un giovane identica? Non lo avrei mai creduto possibile! Ma, non posso mancare alla mia promessa. Eccomi qui, ben imbarazzato: sono costretto a maritarmi!»

Deluso, le scrisse una lettera su di una foglia d'oro:

«Cara Bhaddakāpilānī,

Non saprei troppo incoraggiarvi di sposarvi con un ragazzo della vostra età e della vostra etnia.

Per quanto mi concerne, non ho alcun desiderio di vivere nei piaceri dei sensi.

I miei genitori tengono molto a vedermi ammogliato, ma io aspiro soltanto alla vita da rinunciante.

Se riusciranno ad unirmi in matrimonio, finirò comunque per lasciare la vita da laico, quanto prima.

Se dovessi, però, divenire rinunciante, dopo una vita coniugale, questo fatto provocherebbe molta inutile sofferenza.

Vi sarei, quindi, grato della comprensione, se voi rifiutaste di sposarmi.

Rispettosamente,

Pippali.»

Da parte sua, Bhaddakāpilānī scrisse anch'ella una lettera, su di una foglia d'oro, destinata a Pippali:

«Caro Pippali,

Non saprei troppo incoraggiarvi di sposarvi con una ragazza della vostra età e della vostra etnia.

Per quanto mi concerne, non ho alcun desiderio di vivere nei piaceri dei sensi.

I miei genitori tengono molto a vedermi ammogliato, ma io aspiro soltanto alla vita da rinunciante.

Se riusciranno ad unirmi in matrimonio, finirò comunque per lasciare la vita da laica, quanto prima.

Se dovessi, però, divenire rinunciante, dopo una vita coniugale, questo fatto provocherebbe molta inutile sofferenza.

Vi sarei, quindi, grata della comprensione, se voi rifiutaste di sposarmi.

Rispettosamente,

Bhaddakāpilānī.»

Ognuno di essi affidò la lettera ad un messaggero, affinché andasse a consegnarla all'altro. A metà percorso, i due corrieri si incrociarono:

«O, messaggero! A chi state portando la lettera che tenete?

— Si tratta di uno scritto di Pippali, il figlio del bramino di Kapila, di Mahātittha, diretta a Bhaddakāpilānī, la figlia del bramino Kosiya, di Sāgala.

— Guarda che strana coincidenza; io sto portando una lettera di questa Bhaddakāpilānī a Pippali!»

Sotto la spinta di un'incontenibile curiosità, i due messaggeri non potettero impedirsi di leggere le due missive. E quale fu il loro stupore quando si accorsero che erano perfettamente eguali. Ma, il loro dispiacere per la delusione che esse rischiavano di provocare nei destinatari non fu meno grande, quando si resero conto delle conseguenze che potevano generare i loro contenuti. Per non turbare la gioia dei quattro genitori, che avevano così tanto esultato per il matrimonio, essi riscrissero interamente le due lettere, facendo dire ai due mittenti, che essi languivano, in attesa delle nozze, e riempirono ogni lettere con le più dolci parole d'amore che esistevano. Alla loro ricezione le due lettere non mancarono di deliziare immensamente i genitori dei due giovani. E allorché i parenti dell'uno si incontrarono con quelli dell'altra, immaginando che i loro rispettivi figli non aspettavano che il momento di venire uniti, organizzarono senza indugi una sontuosa cerimonia nuziale per sposarli.

La sera delle nozze, la giovane coppia si ritrovò, malgrado essa, nella medesima camera. Avuta la stessa idea, ciascuno di loro prese una corona di fiori, prima di coricarsi, e la pose in mezzo al letto, tra l'uno e l'altra. Assumendo una solida determinazione, Pippali indicò una delle due ghirlande alla sua nuova sposa, dicendole:

«Se questi fiori appassiscono, significherà che provate un desiderio sensuale per me. Se ciò avviene, io divorzierò.»

Prendendo la stessa decisione, Bhaddakāpilānī mostrò l'altra ghirlanda al suo novello marito, pronunciando la stessa frase che lui che aveva indirizzata. Durante l'intera notte, nessuno toccò l'altro. L'indomani all'alba, i fiori che componevano le due corone non erano appassiti. Passarono i giorni e le notti, ma essi rimasero sempre intatti, come il dì dello sposalizio. Così, ambedue vissero in una grande purezza mentale, senza mai toccarsi. A tal punto, che i loro genitori finirono per credere che non si amassero affatto. Tuttavia, essi nutrivano un amore reciproco, privo di qualunque attaccamento e di ogni desiderio sensuale. Alla morte dei suoi genitori, Pippali ereditò tutti i beni, che ammontavano a 870.000 «valute» e che consisteva in terre e villaggi interi, con gente che lavorava le campagne. La coppia, di conseguenza, prese a vivere in mezzo ad una massiccia ricchezza.

La presa di coscienza dei vizi della vita laica

Un mattino, Pippali andò a vedere come si svolgessero le attività dei suoi contadini, che lavoravano nei campi. Quel giorni, i dipendenti del bramino accudivano la terra, portando alla luce, dal suolo, numerosi vermi ed insetti, che ben presto venivano divorati da centinaia di uccelli, che si tuffavano a beccare dal cielo, prima di assaporare il frutto della loro caccia, sui rami degli alberi. Sbigottito da questo spettacolo, egli si mise seriamente a ragionare:

«Se tante creature si fanno spietatamente maciullare dal becco degli uccelli, di chi è la colpa? Non può essere del contadino, che lavora la terra, e che non fa altro che obbedire al proprietario dei campi. Se io non avessi chiesto loro di accudire la campagna, non avrebbero smosso la terra, ed i vermi, con gli insetti, sarebbero rimasti nascosti, così che gli uccelli non li avrebbero mangiati. Sono, quindi, io il responsabile di questi akusala, dato che le terre mi appartengono.

Queste osservazioni lo fecero sobbalzare, a tal punto che rifiutò di tenersi questa responsabilità infernale. Prese, di conseguenza, in quello stesso istante, la decisione di donare ogni suo bene alla propria sposa e di andare a condurre solamente la vita del rinunciante.

Quello stesso mattino, Bhaddakāpilānī era andata ad ispezionare, nell'opposta direzione, i campi che dirigeva lei stessa. Giunta presso una coltivazione di sesamo, ove i contadini lavoravano, curandosi della piantagione, vide uno stormo di corvi, che afferravano con il becco un grande numero di insetti, sulle piante di sesamo. Ebbe, quindi, una reazione simile a quella del suo sposo:

«Se tutte queste creature sono divorate crudelmente dai corvi, di chi è la colpa? Non può essere del contadino che pianta il sesamo, poiché egli non fa che obbedire al proprietario dei campi. Se io non avessi chiesto loro di piantare del sesamo, queste piante non sarebbero cresciute, gli insetti non vi sarebbero andate ad abitare, ed i corvi non li avrebbero potuti mangiare. Sono io, dunque, la sola responsabile di questi akusala, considerato che i campi mi appartengono.»

Questa considerazione la fece trasalire, a tal punto che rifiutò di sostenere ancora più a lungo tale infernale responsabilità. Prese, dunque, da quell'istante, la ferma decisione di abbandonare ogni proprietà al suo sposo e di partire, per condurre una vita da rinunciante.

La partenza della coppia per la foresta

Quando i due sposi rientrarono dalla loro ispezione campestre, si ritrovarono, come ogni sera, nella sala superiore della loro grande casa. Qui, i domestici servirono il pasto. Appena lo ebbero terminato, e tutti i servitori si furono congedati, si ritrovarono soli, nella casa. Ed ebbero tutto il tempo per discutere:

«Bhaddakāpilānī, di quale fortuna disponevate, giungendo qui?

— Mio padre mi ha lasciato 5.500 «valute».

— Potete, allora, aggiungere a questa somma le 870.000 «valute», che io ho ereditato e tenervi tutto. Questa esistenza laica non mi interessa più; ho deciso di abbandonare ogni cosa, per condurre una vita da rinunciante.

— Proprio come voi rinunciate a questa fortuna, anche io non la voglio più. Dobbiamo solo partire tutti e due, per seguire il sentiero della rinuncia.»

In quel momento ignoravano l'esistenza di Buddha, che aveva raggiunto da poco il risveglio. Appena il sole tramontò, ognuno di essi preparò una veste brunastra da rinunciante e si attrezzarono con una ciotola di terracotta, assieme alle poche cose necessarie all'esistenza del rinunciante: un filtro per l'acqua, un ago con del filo, un rasoio ed una cintura. Appena venne la notte, si tagliarono mutualmente i capelli. E pronunciarono le seguenti parole:

«Se veramente in questo mondo esiste un arahant, allora è il nostro maestro. Da questo momento, siamo dei rinuncianti!»

Senza altri indugi, si vestirono con gli abiti dei rinuncianti ed abbandonarono ogni loro bene. Quando tutti si furono addormentati, poterono partire discretamente. I villaggi abitati dai loro domestici erano talmente tanti che essi non ebbero il tempo di attraversarli tutti, prima dell'alba. Quando le prime persone uscirono dalle loro case, videro i loro signori, con i capelli tagliati, vestiti con l'abito brunastro dei rinuncianti e che possedevano, in tutto, una ciotola di terracotta. Esse rimasero profondamente colpite:

«Oh, cari, nostri signori! Dove vi recate, dunque, così?

— Partiamo per la foresta. Abbiamo scelto di rinunciare all'esistenza laica.»

I domestici si misero a piangere. Si raggrupparono, numerosi, attorno a loro, inginocchiandosi e supplicandoli di non abbandonarli. I nuovi rinuncianti vollero rassicurarli:

«Non vi turbate! Non vi lasceremo senza un lavoro. Non ce ne andiamo senza darvi nulla. Tutto vi appartiene, adesso! Non siete più i nostri servitori. Vivete liberamente, come desiderate, gestendo le terre come volete.»

I domestici singhiozzarono ancora di più, mentre i loro signori si allontanavano. Poco dopo, essi si trovarono sul punto di entrare nella spessa giungla. Quando Bhaddakāpilānī, che camminava dietro Pippali, lo vide girarsi per parlarle, si prosternò rispettosamente e congiunse le mani, ascoltandolo dire:

«Se la gente ci vede stare assieme, dato che siamo un uomo ed una donna, ci criticheranno, affermando che siamo una coppia di falsi rinuncianti, che non è capace di separarsi. Se la pensano così, rischiano di ritrovarsi nei mondi inferiori, a causa dei cattivi pensieri, generati verso degli individui dalle pure intenzioni. Non ci conviene restare assieme. Per evitare tutto questo, dobbiamo separarci. Io imboccherò uno di questi due sentieri, mentre voi andrete nell'altro.»

L'incontro di Pippali con Buddha

In quel momento, Buddha si trovava nel monastero di Veḷuvana, nel regno di Rājāgaha. Quando sentì il tremore della terra e vide dei lampi, si chiese:

«Che cosa succede?»

Tramite i suoi poteri psichici, vide la separazione dei due rinuncianti. Volando in cielo, egli andò incontro a Pippali. Lo attese sotto un fico del Banian, chiamato Bahuputtaka, situato ai bordi del sentiero che aveva imboccato il futuro Mahā Kassapa, tra la città di Rājāgaha e quella di Nālanda. Buddha radiava con i suoi sei colori abituali. Appena Pippali lo scorse, disse a se stesso, immediatamente:

«Nei tre mondi (brahminico, devico e umano), costui deve essere il più nobile di ogni altro; senza dubbio, si tratta di un buddha incomparabile. Vado a chiedere a tale Perfetto di prendermi come discepolo.»

Da lì, dove lo aveva visto, gli disse:

«Oh, nobile Buddha! Voi siete il mio maestro. Consideratemi, d'ora in avanti, come vostro discepolo.»

«Oh, mio caro Kassapa! Venite verso di me!»

Buddha decise di chiamarlo con il nome della sua etnia. Il rinunciante si avvicinò e si prosternò davanti al Beato, che lo integrò nel saṃgha, pronunciando le tre frasi abituali:

«Non compite quanto sia nefasto! Ciò che è buono, fatelo! Alimentate in voi uno spirito puro.»

Dopo di ciò, se ne andarono tutti e due: il nuovo monaco, dietro il Beato.

Lo scambio delle doppie vesti

Dopo avere percorso molta strada, il monaco di fermò davanti ad un albero, desiderando prendere un po' di riposo. Afferrò la veste doppia che reggeva sulla spalla, la piegò in quattro e la depose in un posto conveniente, invitando Buddha a sedersi. Accomodandosi, Buddha toccò il tessuto della veste piegata per lui:

«Che tessuto tenero!»

Il monaco, allora, pensò che Buddha doveva ben apprezzare questa veste nuova, e che probabilmente sarebbe stato felice di indossarla:

«Vi prego di accettare questo abito, nobile Buddha!

— Se me lo date, cosa vi metterete voi, dopo?

— Se, in cambio, voi mi regalerete la vostra veste inferiore, il fatto non causerà alcun problema.

— Vi offrirò, piuttosto, il mio vestito doppio. Ma, comunque, il vostro è del tutto nuovo, mentre il mio è assai usato; si tratta di un abito abbandonato, che ho trovato molto tempo fa. Questo, non vi causa del fastidio? Potrete utilizzarlo? Quando l'ho raccolto, la terra si èmessa a tremare. Il mio gesto venne felicitato dai brahmā e dai deva. Tutti i buddha passati hanno abitualmente seguito questa usanza. Non sarebbe opportuno dare questo indumento particolare ad una persona non perfettamente stabilita nella virtù. Però, un individuo, dal sila puro come il vostro ben lo merita!»

Il monaco prese, allora, il vecchio capo che Buddha gli offriva, mentre il suo Maestro accettò quello sopra il quale era seduto. Nel momento dello scambio, ancora una volta la terra si mise a tremare.

Il più competente nella pratica del dhutaṅga

Più tardi giunsero al monastero di Veḷuvana. Una volta riposati, Buddha chiamò il suo nuovo discepolo, a cui insegnò le 13 pratiche del dhutaṅga. Seguendo le spiegazioni del Beato, egli iniziò ad osservare questi nobili tirocini ascetici. All'alba dell'ottavo giorno, divenne arahant, ed ottenne la conoscenza integrale del Dhamma, assieme alle 6 abhiñña.

Quando i monaci lo seppero, essi avvertirono Buddha, che felicitò il Venerabile Mahā Kassapa. E, allorchè si recò al monastero Jetavana, lo prese con lui. Lì, dopo avere riunito il saṃgha, il Beato gli attribuì la distinzione particolare di dhutaṅgadhara etadagga (il migliore osservante delle pratiche ascetiche). Fu così che il Venerabile Mahā Kassapa divenne il terzo più grande discepolo di Buddha.

Quanto a Bhaddakāpilānī, realizzò la sua integrazione nel saṃgha delle monache. Appena ascoltato l'insegnamento di Buddha, lei si assorbì nella contemplazione vipassanā, e non tardò, a sua volta, a raggiungere lo stadio di arahant.


Vedere anche: Le 13 pratiche ascetiche


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011