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riassunto della pagina

Amici dall'infanzia, Upatissa e Kolita si promettono l'un l'altro che il primo che fosse riuscito a realizzare il Dhamma sarebbe venuto ad insegnarlo al secondo.

Un giorno, quando tutti e due erano asceti, uno di essi incontra Buddha. Ben presto, i due amici divengono i due principali discepoli del Beato.

L'integrazione nel saṃgha dei Venerabili Sāriputtarā e Mahā Moggalāna

La presa di coscienza di Upatissa e di Kolita

A quei tempi vi erano due villaggi, a media distanza da Rājagaha, che si chiamavano Upatissa e Kolita. In ciascuno di essi nacquero contemporaneamente due bebè. E venne dato loro il nome del rispettivo villaggio: Upatissa e Kolita (Upatissa è noto anche con il nome di Nāḷaka). Il padre di Upatissa — ossia, del futuro Sāriputtarā — era un bramino, capo del villaggio; si chiamava Mahāsāla, ed il suo altro nome era Vaṅkanta. Quanto a sua madre, portava il nome di Rūpasārī.Proprio come il bramino Mahasala, il padre di Kolita — del futuro Mahā Moggalāna — era bramino e capo del suo villaggio. Si chiamava Sujāta; mentre la madre era Moggali. Ancor prima della nascita di Upatissa e di Kolita, queste due famiglie avevano delle eccellenti relazioni reciproche. I loro membri erano molto versati nelle scienze, particolarmente in astrologia. Quando crebbero, Upatissa e Kolita divennero i più dotati della loro famiglia rispettiva, in tutte le discipline; cosa che valse le frequenti felicitazioni da parte dei loro parenti,vicini e lontani.

Un giorno, Upatissa e Kolita assistettero ad una grande festa, a cielo libero, celebrata, come voleva la tradizione, sotto una volta celeste del tutto scoperta, che permetteva di vedere ogni stella. Mentre si teneva un magnifico spettacolo di danza,Upatissa prese improvvisamente coscienza dell'onnipresenza del dolore, in seno alla vita:

"Questo corpo è costituito solo da cose assolutamente ripugnanti; non è altro che un sacco di spasimi, assoggettato, in ogni istante, alle malattie ed ai mali diversi. La vita umana dura, tutt'al più, un centinaio di anni, al termine dei quali sopravviene, in modo irrimediabile, la morte. Per sovrappiù, si è costretti a innumerevoli pene e difficoltà, onde provvedere ai propri bisogni alimentari, al vestirsi, all'alloggio, all'igiene...Mettere su casa, con una moglie (o, uno sposo) ed avere dei bambini a proprio carico, costituisce altrettante fonti di problemi supplementari. E'del tutto incredibile e sbalorditivo constatare a quale punto gli esseri possano compiacersi di una esistenza così miserevole! Ed è inimmaginabile a quel punto si possa divenire ciechi."

Pensando a queste cose, il suo viso si rabbuiò. Nel vedere il suo amico, Kolita gli chiese la ragione della sua aria desolata. Quando Upatissa gliene spigò la ragione, quello ebbe subito la stessa presa di coscienza, confidandogli di essere pienamente d'accordo con lui, e concluse:

"Esisterà pure un posto che ci permetta di essere liberati da tutto questo."

Upatissa e Kolita chiesero, allora, il permesso ai propri genitori di potere abbandonare la vita di famiglia, per seguire quella dell'ascetismo; cosa che ottennero subito. Prima di partire domandarono ai loro numerosi amici se fossero pronti a seguirli.E tutti coloro che furono d'accordo di farlo, si avviarono con essi.

L'asceta Sañcayabelaṭṭha

Si recarono, subito, da un rinomato asceta della regione, dal nome di Sañcayabelaṭṭha. Dato che la gente aveva molta ammirazione per Upatissa e per Kolita, ebbe la tendenza ad effettuare delle numerose offerte e segni di rispetto verso il nuovo maestro dei due giovani asceti. E i nuovi rinuncianti adottarono scrupolosamente le istruzioni che furono esposte dal loro maestro. La pratica di Upatissa e di Kolita era di una notevole nobiltà. A quell'epoca, il rinunciante Buddha non era ancora giunto allo stadio di Buddha, ed era alquanto sconosciuto. In due, o tre giorni dal loro incontro con l'asceta Sañcayabelaṭṭha, Upatissa e Kolita sapevano ed avevano sperimentato tutto ciò che il loro maestro sapeva e che aveva praticato. Avendolo appurato, lo interrogarono:

"Maestro, delle cose di vostra cognizione che ci avete esposto, cosa dovete ancora rivelarci?

— Di quanto io so e voi ancora non conoscete, non c'è più nulla. Vi ho esposto già quanto era di mia nozione.

— Non siamo soddisfatti. La pratica per la quale ci avete istruito non conduce alla fine della malattia, della vecchiaia e della morte."

Upatissa e Kolita presero, allora, assieme una decisione:

"Questo asceta non sa proprio nulla, e non riceviamo alcun vantaggio a restare ancora con lui. Il paese è vasto, vi sono numerosi maestri; andiamo a cercarne un altro."

Presero, di coseguenza, la determinazione di ricercare la libertà interiore, senza rilassare i propri sforzi e sino alla morte, se fosse stato necessario. Una deterrminazione che si basava su di una mutua promessa: il primo tra di essi che avesse trovato il Dhamma che permetteva di porre un fine alla vecchiaia, alla malattia ed alla morte, avrebbe avvisato l'altro. Dopo questo impegno, Upatissa e Kolita si congedarono dall'asceta Sañcayabelaṭṭha e partirono alla ricerca di un altro maestro; un maestro che fosse stato in grado di insegnare loro una pratica che poteva condurli alla fine della malattia, della vecchiaia e della morte.

Quando incontrarono un altro asceta, egualmente molto reputato, si intrattennero per qualche istante con lui, interrogandolo su dei punti essenziali che concernevano la pratica che insegnava. Ciò facendo, si accorsero, tutti e due, che le conoscenze dell'asceta erano disperatamente limitate. Non soltanto egli non fu in grado di rispondere in modo soddisfacente alle domande poste dai due giovani asceti, ma, per di più, percependo chiaramente la superiorità della saggezza dei due rinuncianti sulla sua, chiese ad Upatissa e a Kolita di prenderlo come loro discepolo. I due, allora, proseguirono la loro strada, verso i numerosi maestri noti, i quali tutti, dopo avere confessato di non essere capaci di soddisfare la richiesta dei giovani asceti, chiesero loro di accettarli come discepoli. Così, dopo essersi recati dai numerosi rinunciatari, noti in quel tempo, Upatissa e Kolita ritornarono da Sañcayabelaṭṭha — il loro primo aestro — accompagnati dai nuovi discepoli, che ammontavano a duecentocinquanta. Tornarono da lui, poiché non avevano trovato degli esseri più saggi e lo preferirono, piuttosto di un altro, soprattutto perchè era stato il primo.

Ancora ignoravano di essere nettamente più maturi di lui, sulla via della conoscenza. Tuttavia, questo maestro non sapeva, per così dire, nulla. Quando lo si interrogava, rispondeva sempre quello che la gente voleva ascoltare: quando gli si chiedeva se vi fossero altre esistenze dopo la morte, lui, di rimando, chiedeva: "Cosa ne pensate, voi?". Se gli si rispondeva: "Io penso di sì." affermava: "Allora, probabilmente, deve essere così."; se, invece, si diceva: "Penso di no", egli assentiva, allo stesso modo. Quando gli si domandava: "Le buone e le cattive azioni producono delle conseguenze?" lui eludeva il problema,con la stessa tattica della domanda sulle esistenze dopo la morte.

L'incontro tra il Venerabile Assaji e l'asceta Upatissa

Qualche tempo più tardi, dopo che Buddha si era risvegliato ed abitava da tre giorni nel monastero di Veḷuvana, il Venerabile Assaji si diresse, per raccogliere il suo cibo quotidiano, nel villaggio vicino. Mentre si avvicinava allo stesso villaggio, l'asceta Upatissa — il futuro Venerabile Sāriputtarā — lo scorse sul proprio cammino. Osservando il nobile monaco, egli pensò:

"Oh, che pelle chiara ha! Com'è luminoso il suo volto! Che sublime prestanza! Sarebbe veramente bene che io gli parli."

Attese rispettosamente che il monaco andasse con tranquillità a raccogliere il suo pasto. Al suo ritorno dal villaggio, il Venerabile Assaji si sistemò sotto un riparo, accanto al luogo dove si trovava il giovane Upatissa. L'asceta gli si avvicinò per preparagli un posto destinato alla consumazione del pasto e per portargli dell'acqua. Quando il Veneraile ebbe terminato di mangiare, l'asceta Upatissa lo salutò rispettosamente, esprimendogli delle parole gioiose di cortesia, Avvicinandosi a lui, si sedette in un posto opportuno e si rivolse, così, al nobile monaco:

"Come vi chiamate? Presso chi siete divenuto monaco? Qual'è il vostro maestro? Che dottrina seguite?

— Sono il monaCO Assaji. Sulla terra vi è qualcuno che è divenuto arhat solo con i suoi sforzi. Quando l'ho incontrato, gli ho chiesto presso chi era divenuto monaco, chi fosse il suo maestro e che dottrina seguisse. Si tratta di un monaco che fu principe; un figlio di Sakya. Oggi, seguo le indicazioni di questo nobile monaco. E' questo nobile Buddha il mio maestro. E' l'insegnamento di questo nobile Buddha che io ho adottato.

— (l'asceta gioì alle parole del venerabile) Qual'è la credenza del vostro maestro? Qual'è il suo insegnamento?

— Questo insegnamento è diametralmente opposto a quello di asceti come voi. Non ha assolutamente nulla a che vedere con esso. E' un insegnamento che è fatto solo di sostanza. Si tratta della dottrina che conduce al nibbāna. Detto ciò, sappiate che ho appena visto il buddha. Nella sua comunità, per il momento, ci sono solo dei monaci nuovi. Non sono capace di elargirvi tutto il ddhamma, ma solo un estratto.

— Non fa nulla!Che sia molto, oppure poco, insegnatemelo, ve ne prego! Anche se è poco, giungerò, di sicuro, ad ottenerne molto (cosciente della sua grande saggezza, Upatissa sapeva che, tramite pochi elementi di una dottrina, era capace di comprendere molte cose, con l'aiuto della riflessione analitica).

— Buddha insegna questo. La nascita, la vecchiaia, la malattia e la morte sono fonte di sofferenza ed inevitabili. Così, l'esistenza è sofferenza.L'attaccamento è la causa della sofferenza. L'estinzione dell'attaccamento mena all'estinzione della sofferenza. La via mediana è quella che porta alla fine del dolore. Tale è la credenza di questo nobile monaco, che è il mio maestro. Il Dhamma ha la facoltà di fare sparire, di sradicare i più piccoli kilesā. Grazie al Dhamma, non vi è la minima inquetudina da ospitare in sè, ed esso ci permette di giungere alla meta finale. che è il nibbāna."

Solo per avere ascoltato quste poche frasi del Dhamma, Upatissa divenne sotāpana. Colmo di felicità, disse al Venerabile Assaji:

"Molto bene! Non ho bisogno di altri chiarimenti; ho colto in pieno questo insegnamento. Potreste indicarmi dove posso trovare Buddha?

— In questo momento abita in un monastero, che si trova nella foresta di Veḷuvana.

— (Pensando al suo compagno Kolita — il futuro Venerabile Mahā Maggalana) Conosco qualcuno che comprenderà egualmente il Dhamma di questo Venerabile Buddha. Andremo assieme a visitarlo."

La trasmissione del Dhamma dall'asceta Upatissa all'asceta Kolita

L'asceta Upatissa rientrò presso gli altri asceti. Vedendolo giungere, da lontano, l'asceta Kolita constatò:

"Che apparenza luminosa! Che nobile prestanza! Non sarei sorpreso che sia giunto ad una stabile realizzazione."

Mentre il mobile Upatissa si avvicinava, il suo compagno gli rivolse la parola, complementandosi:

"Come siete luminoso! Com'è pulita e chiara la vostra figura! Siete giunto allo scopo supremo del nibbāna?

— Ho raggiunto lo ascopo supremo del nibbāna.

— In quale modo ci siete riuscito?

— Ho incontrato un monaco che stava andando a raccogliere il suo cibo. Si chiama Assaji. Quando si è sistemato vicino al posto in cui mi trovavo, mi sono avvicinato a lui, a preparargli uno spazio dove potesse mangiare, e per portargli dell'acqua. Quando il Venerabile Assaji ha terminato di mangiare, l'ho rispettosamente salutato, dicendogli paroli gioiose. Avvicinandomi a lui, mi sono seduto in un posto conveniete e gli ho chiesto.: "Qual'è il vostro nome? Presso chi siete divenuto monaco? Chi è il vostro maestro?". Mi ha risposto: "Sono il monaco Assaji. C'è,su questa terra, qualcuno che ha raggiunto lo stadio di arhat da solo . QUando l'ho incontrato, gli ho chiesto presso chi fosse divenuto monaco, chi era il suo maestro e quale dottrina seguisse. Si tratta di un monaco che fu principe, un figlio di Sakya. Oggi seguo le indicazione di questo nobile uomo. E' questo nobile Buddha il mio maestro. E' il suo insegnamento che adotto."

"L'asceta gli descrisse, parola per parola, l'incontro con il Venerabile Assaji. Quando venne il momento in cui il monaco si apprestò ad esporre brevemente il Dhamma scoperto da Buddha — tale quale il Venerabile Assaje glielo aveva riassunto —, l'asceta Kolita, premuroso di prenderne conoscenza, esclamò:

"Insegnatemelo! Insegnatemelo presto, questo nobile Dhamma!"

Appena venne fatto, l'asceta Kolita divenne sotāpana, a sua volta. A questo punto propose al suo compagno:

"Andiamo da questo Venerabile Buddha! Egli sarà il nostro maestro! Rechiamoci ad informare i nostri discepoli!"

Allorché questi ultimi — che erano duecentocinquanta — vennero messi al corrente, scelsero tutti di seguire i loro due giovani maestri Upatissa e Kolita, da Buddha.

L'abbandono dell'asceta Sañcayabelaṭṭha

Prima di partire per raggiungere Buddha, gli asceti Upatissa e Kolita vollero avvisare della loro partenza il maestro ed i duecentocinquanta altri asceti. L'asceta Upatissa prese la parola:

"Maestro. Abbandonate le vostre credenze e le vostre prediche, perchè sono errate. Ho trovato la via giusta. Buddha si è risvegliato: il Dhamma ha cominciato ad espandersi. Vi informo, da parte nostra, che abbandoniamo la vostra setta, per unirci alla comunità di questo Buddha. La pratica che insegnate non offre nessun beneficio. Abbandonatela e raggiungeteci dal Venerabile Buddha!

— No, resto qui. Ho una grande reputazione. Ho numerosi discepoli e tante persone mi venerano. Non voglio perdere tutto questo. Sarebbe come se versassi il contenuto di un grande pozzo pieno (di una materiale prezioso) in un piccolo pozzo. Non voglio più trovarmi sotto l'autorità di nessuno. Tengo molto al mio prestigio. Piuttosto,lasciate che vi proponga un'altra cosa: restate con me, e dirigeremo, in tre, la setta, con il Dhamma che avete appena scoperto. Beneficieremo di un grande prestigio e saremo rispettati da molti discepoli, mentre riceveremo altrettante donazioni.

— Maestro, non siate vanitoso per un insegnamento che non ha sostanza.

— Tra gli esseri saggi e quelli non pieni di saggezza, chi sono i più numerosi?

— Gli esseri che non ne hanno sono i più numerosi, maestro.

— Cari discepoli! Le persone cattive si uniscono. I poveri si uniscono. I folli si uniscono. E' una regola universale.Per questo, chi non è saggio verrà da me e chi lo è se ne andrà da Buddha. Non preoccupatevi per me; avrò, sempre,molti discepoli. Ora, se volete partire, andatevene!"

Finalmente, tutti si avviarono — 500 asceti —, anche i discepoli dell'asceta Sañcayabelaṭṭha. Furono così tanti,che egli restò solo, negli alloggi deserti. E ne fu così depresso, che vomitò del sangue caldo. Quando lo si seppe, qualche anziano discepolo ritornò da lui, per prendersi cura e nutrire il povero maestro.

L'incontro degli asceti Upatissa e Kolita con Buddha

Quando i 500 asceti si avvicinarono al monastero di Veḷuvana, Buddha stava elargendo un insegnamento, davanti ad una vasta assemblea. Egli scorse, da lontano, gli asceti Upatissa e Kolita, distinguendoli immediatamente tra la folla degli asceti. Li indico a tutti i monaci, dicendo:

"MOnaci! Questi due rinuncianti saranno, su questo mondo, i miei due più grandi (più nobili) discepoli.

— (Gli asceti Upatissa e Kolita si prosternarono ai suoi piedi) Venerabile Buddha, accettateci come discepoli monaci!

— Venite, monaci! E' opportuno praticare correttamente il mio insegnamento. Per sbarazzarvi di ogni soofferenza e di tutta la miseria, adottate una nobile pratica!"

Attraverso queste parole, Upatissa e Kolita si unirono al saṃgha (la comunità dei monaci), ottenendo istantaneamente ciotola e vesti, grazie ai poteri del Perfetto.

Appena tutti i rinuncianti ebbero preso posto, Buddha dette un insegnamento extra (chattahakatha), al termine del quale tutti gli asceti presenti divennero arhat, salvo i Venerabili Upatissa e Kolita. Di conseguenza, integrarono tutto il saṃgha (essendo un arhat un monaco per eccellenza). Il Venerabile Upatissa e Kolita non divennero ancora arhat, poichè erano destinati a beneficiare di una distinzione particolare, che avrebbero ottenuto, una volta arhat; mancavano ad essi ancora alcune pāramī, per questa distinzione, che esige molto più che essere "semplicemente" arhat. Queste distinzioni sono peculiari ad un numero definito di monaci; appaiono identicamente per ogni buddha, e sono attribuite in funzione di un desiderio specifico, di una determinazione profonda e di un allenamento, che riguarda un periodo di tempo estremamente lungo. La distinzione destinata ad ognuno dei Venerabili Upatissa e Kolita si chiama aggasāvaka, che significa "discepolo supremo". In effetti, come lo stesso Buddha aveva precisato, questo due monaci sarebbero divenuti i suoi due più grandi discepoli.

Nota: Integrando un nuovo monaco nella sua comunità, Buddha pronunciava, ogni volta, "Venite, monaco(i)!" ("ehi, bhikkhu", in pāḷi); ed una ciotola, assieme a tre vesti, apparivano spontaneamente per colui, o coloro che divenivano monaci. Tuttavia, egli faceva venire dal nulla ciotola e vesti solo per coloro che ne avevano fatto dono a dei monaci, nelle loro precedenti esistenze. Se questo non era il caso — ed aveva la capacità di verificarlo, instantaneamente, consultando le vite passate di qualunque persona — non diceva "Venite, monaco!" quando accettava nel saṃgha qualcuno che non aveva mai offerto una ciotola, o una veste.

I due discepoli supremi di Buddha

Per ottenere le ultime pāramī che mancavano loro, onde diventare aggasāvaka, i Venerabili Upatissa e Kolita si allenarono, in modo intenso e senza rilassarsi, a vipassanā, ognuno per conto suo. Per farlo, il Venerabile Kolita prese posto sotto un albero. Dopo sette giorni, Buddha andò a vedere se la sua disciplina era condotta in buone condizioni. Quando giunse davanti al Venerabile Kolita, lo vide, mentre la testa gli vacillava, sotto il torpore. Gli disse semplicemente:

"Colui che cerca la cessazione della nascita, della vecchiaia, della malattia e della morte deve evitare il torpore e la pigrizia. Scuotetevi e controllatevi, per non affondare pietosamente nel torpore e nella pigrizia!"

Molto determinato a riprendersi, il Venerabile Kolita si raddrizzò immediatamente e, dal primo istante di attenzione, pervenne allo stadio di arahanta.

Per quanto riguarda il Venerabile Upatissa, andò a praticare in una grotta, assieme a suo nipote, l'asceta Dighanakha. Al quindicesimo giorno dall'integrazione nel saṃgha del Venerabile Upatissa, Buddha entrò nella grotta, ove rimase, per insegnare il Dhamma all'asceta Dighanakha. Poichè il giovane monaco era proprio lì, al lato,egli tese l'orecchio per approfittare di questo insegnamento, grazie al quale pervenne allo stadio di arahanta. Se gli era stato necessario un pò più di tempo, rispetto al suo compagno, il Venerabile Kolita, fu a causa della sua saggezza, estremamente sviluppata, che lo spinse ad analizzare, mentalmente e in profondità, le tappe progressive del suo allenamento.

Lo stesso giorno, Buddha riunì il saṃgha, facendo disporre il Venerabile Upatissa alla sua destra ed il Venerabile Kolita alla sua sinistra. Attribuendo la distinzione ad ognuno dei due nobili monaci, egli si rivolse al saṃgha, in questi termini:

"A partire da oggi, il Venerabile Upatissa sarà dhamma senāpati (grande specialista del Dhamma; il che significava che egli era — dopo Buddha — il monaco più competente nel campo della saggezza e dell'analisi del Dhamma). Si sarebbe chiamato, da quel momento, Sariputtara. Il Venerabile Kolita, per quanto lo riguardava, sarebbe stato iddhimanta etadagga (grande specialista degli abhiñña; il che significava che egli era — dopo Buddha — il monaco più competente nel campo dell'esecuzione dei poteri psichici). Questi si sarebbe chiamato, da allora, Mahā Moggalāna.

Poichè era il giorno della luna piena, si doveva effettuare l'uposatha. Buddha, di conseguenza, presentò l'āṇāpātimokkha (l'enunciato della condotta dei monaci, sotto l'autorità di Buddha medesimo).

"Restare perfettamente pazienti, in ogni momento ed in ogni circostanza, è la più nobile delle pratiche, che conducono al nibbāna. Così è stato insegnato da ogni buddha. E' impossibile che un rinunciante possa maltrattare alcuno. Chi maltratta un altro essere senziente non può chiamarsi rinunciante.

Non bisogna compiere ciò che è nefasto; bisogna sviluppare quanto è positivo; è necessario albergare una mente pura. In tal modo, Buddha insegnò queste tre verità.

Non bisogna accusare il prossimo; non bisogna criticarlo; non bisogna manifestare dell'inimicizia; non bisogna opprimere nessuno; bisogna seguire correttamente la propria pratica di pātimokkha; bisogna mangiare a misura del proprio corpo (conoscere i limiti del nutrimento personale); bisogna evitare di abitare nei luoghi prossimi a città ed a villaggi ma, preferire le località calme, lontano dalla folla); bisogna sforzarsi di allenarsi a vipassanā (sviluppare una buona concentrazione, con l'aiuto della visione interna), per mantenere uno spirito puro e sereno.

Tutto questo ce lo ha insegnato ogni Buddha.

Certi monaci non furono contenti che Buddha avesse concesso tali alte distinzioni ai Venerabili Sāriputtarā e Mahā Moggalāna. Protestarono, argomentando che sarebbe stato più giusto rimetterle a dei monaci più anziani, come il Venerabile Kondanna, piuttosto che a dei nuovi entrati nel saṃgha. Buddha, allora, ne spiegò le ragioni:

"Ho concesso queste distinzioni secondo il loro kamma, comunque, e non ho personalmente deciso nulla. Esse appartengono a questi due monaci, perchè hanno formulato un desiderio profondo e adottato, da lungo tempo, un allenamento specifico, in vista di giungere a ciò. Hanno enormemente sviluppato delle pāramī, ed ecco perchè, in virtù di tale fatto, meritano di essere i miei due aggasāvaka.

— Venerabile Buddha, quali sono le pāramī eccezionali che certi esseri creano per giungere a queste distinzioni particolari?

— Vi spiegherò."

Per fare comprendere con chiarezza il perchè dell'attribuzione di queste distinzioni a certi monaci, il Perfetto raccontò la storia dello sviluppo delle pāramī di ognuno dei suoi principali discepoli, che la comunità aveva nel suo seno.


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011