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Insegnamento che descrive il carattere privo di un sè di tutto ciò che esiste.
(2a delle 2 parti)
Ecco quel che il monaco Gotama ha scoperto. Questo mondo è del tutto vuoto di sostanza. Non c'è Buddha nel nostro cuore, o spirito, più di quanto esistano Brahma, o Dio. Non v'è dualità, non v'è anima, non v'è ego. E neppure non-ego, né trascendenza dell'ego; non esistono i veli del karma, inquinati, che dovremmo purificare e detergere sino ad attendere infine questo continuum di coscienza, questa coscienza primordiale e immutevole. Non vi è nulla di tutto questo, ci ha detto.
Ma, allora, egli cosa ha affermato? Esiste un dato di fatto, che è palpabile, visibile per ognuno di noi. E' che noi siamo QUI. In effetti, non è veramente Dio, o la "buddhità", che sarebbe una specie di essenza, a trovarsi qui. Si tratta semplicemente di noi, nel nostro quotidiano. Ed è giustamente questo il problema, che lo si voglia oppure no, qualunque sia la riflessione che portiamo su codesto mondo, è un fatto che noi ci stiamo dentro e che noi ci siamo invischiati sino al collo!
Ma, allora, quale può essere la porta di uscita, quale può essere la liberazione? Esiste una porta di uscita da questo mondo? No. La vita è come una prigione. Ci sono delle sbarre alla finestra. Anche se avventurosamente si riesce a ricevere qualche tratto di luce, ci sono delle chiusure alle finestre. Non si può evadere dalla vita, non vi sono usci di sorta, si gira su se stessi. Si va in tondo perché siamo noi a imporre questo movimento. E se lo facciamo ruotare, è perche immaginiamo delle concezioni del tutto false. Si crea il vortice perché trascorriamo il nostro tempo a buttarci dietro a dei risultati, a delle realizzazioni,a delle esperienze che, beninteso, sono sempre descritte come sublimi, meravigliose, piene di felicità, di gioia e delizia (sia attraverso le esperienze materiali, che quelle spirituali).
Nel peggiore dei casi, quanto ci può succedere è di vivere veramente una di queste esperienze di unità, di fusione con il divino, o con la "buddhità". poiché, a meno di avere una solida conoscenza di quanto il tathāgata Buddha ha insegnato, sarebbe veramente molto difficile rendersi conto che è proprio questa, la trappola finale, l'illusione totale.
Sicuramente il mondo non è un'illusione, poiché se lo fosse, come mai si troverebbe dove sta? Sicuramente no, i nostri dolori, le nostre pene, le nostre difficoltà non sono degli abbagli. E un dato di fatto è che essi sono là, vi è qualcosa che accade, di cui noi siamo consapevoli e da cui traiamo una certa insoddisfazione. Siamo più o meno coscienti del loro costante movimento. Di sicuro, al di là di quel che percepiamo, esiste solo il NULLA.
Così, quel che Buddha ha scoperto non è un'essenza, o una sostanza celata dietro il mondo. Ciò che lui ha scoperto - ed è qui che l'insegnamento del theravāda si trova seriamente opposto a tutte le tradizioni spirituali dell'umanità - è che giustamente non vi è NULLA!
Ecco la ragione per la quale, quando gli chiedono: "In questo concerto di maestri spirituali, in questo concerto di scuole, in questo concerto di esseri risvegliati, di Buddha pienamente illuminati, che insegnano una sacco di cose, voi, cosa è che esponete, in fondo?" Buddha risponde: "Istruisco sulla sofferenza e sulla fine della sofferenza". Dicendolo, egli ci lascia comunque intravedere che vi è la possibilità, alla fine, di giungere alla fine di tanta insoddisfazione. Vi è dunque l'opportunità di raggiungere la fine della sofferenza, ma non attraversando porte, né passando per finestre, né dai granai, e neppure togliendo le tegole dai tetti. Non è procedendo per qualche cosa, o cercando di sfuggire alla gravità che ci attrae sempre, ineluttabilmente, in questo mondo, che giungeremo alla fine del dolore.
Allora, come fare? Cosa accade quando un essere raggiunge la cessazione, la fine di questa insoddisfazione e di questa sofferenza? Accade quel che precisamente avviene quando CESSA il mondo, quando i fenomeni che costituiscono il mondo TERMINANO di apparire, di riprodursi. Più semplice di cosi! E' una cosa semplice come il cavolo, ma bisognava pensarci, bisognava ancora farci l'esperienza.
E' giustamente questa esperienza che il monaco Gotama ha fatto, e nessun altro (prima di lui), ha visto, ha sperimentato qualche cosa di completamente nuovo, che è la CESSAZIONE. La cessazione di questi stati di coscienza trascendente. E siccome era ignorante ed in cerca della "verità", di "qualche cosa", come molti tra di noi, ha beninteso cominciato a praticare tutti questi yoga, tutti questi esercizi mistici. Ed è giunto al massimo (fatto ben precisato nelle scritture canoniche), con il suo maestro spirituale; ha raggiunto la "buddhità", la divinità, chiamiamola come si vuole.
A differenza del suo maestro, non ha creduto che questo fosse il massimo. Ha avuto l'intuizione, fatto naturale in un essere come lui, che si trattasse ancora di "qualche cosa"; che aveva raggiunto qualche cosa e che il problema stava proprio in questo. Si trattava, dunque, di un quid; ancora di un fenomeno costitutivo del mondo, anche se si pretende che questo genere di esperienze sia al di là del samsāra.
Quindi, da solo, con la sua intuizione, la sua intelligenza, la sua pazienza, ha veduto quel che accade allorché ciò cessava di apparire. Per farlo, ha assunto come oggetto della sua osservazione e della sua attenzione, proprio questi stati di divinità, di "buddhità". Quando ha realizzato che questi stati appaiono e spariscono, quando ha sviluppato, a questo punto, una visione diretta della realtà, che è LA realtà, ma non è LA "verità", ha sperimentato in sè qualcosa di completamente nuovo, di cui non avrebbe mai dubitato. Ha verificato la cessazione completa della coscienza che ne fa l'esperienza. A quel punto, ha sperimentato anche nibbāna.
Non si tratta di un annichilimento, né di un annientamento, né di una sparizione. Quando il ciclo dei fenomeni cessa di riprodursi, si tratta di nibbāna. E' così, in natura. E' così che funziona il mondo. Il mondo appare, ed ha la possibilità di non esprimersi. Quando accade questo, si tratta di nibbāna.
Questo, il monaco Gotama ha insegnato. Così, per quanto paradossale ed incredibile possa sembrare, si può dire che l'insegnamento del theravāda, l'insegnamento di questi monaci, di questi rinuncianti, allievi del monaco Gotama, comincia là dove gli altri si fermano.
Per certuni, la meta è la "buddhità" totale, la divinità totale, "l'essenza" finale. Per noi, figli di Sākhya, allievi del monaco Gotama, è proprio LI' che comincia il problema.
Ho cercato di spiegare succintamente questa dottrina (forse, non necessariamente con l'abilità e la linearità che un tale soggetto avrebbe richiesto); questo fatto avverato, testato, sperimentato e provato dal monaco Gotama, che noi tutti possiamo verificare, e constatare che sia effettivamente così. Cioè, che non esiste assolutamente NULLA; dico bene: assolutamente NULLA, né nel mondo materiale, e né nel mondo immateriale, che possa esistere, che possa essere, che possa vivere in un sè, attraverso un sè, in maniera eterna ed immutevole.
Dopo avere letto tutto ciò, sperando sinceramente che esso vi dia il desiderio di fare questa esperienza e di verificare per conto vostro un'affermazione tanto incredibile e tanto contraddittoria con ciò che ascoltiamo abitualmente, vi auguro sinceramente di pervenire al nibbāna il più rapidamente possibile e nelle migliori condizioni.
Tutto l'insegnamento che precede spiega unicamente che non esistono degli "atta". Quindi, non si possono scoprire degli "atta", qualunque esso sia il modo.
Lo si può figurare, lo si può immaginare, lo si può concepire, ci si può attaccare, ma in REALTA' essi non esistono.
Questo è l'oggetto di insegnamento del theravāda. Non solo dirlo, ma soprattutto condurre ognuno a farne l'esperienza.
Qualunque cosa voi produciate non correte il rischio di raggiungere "atta", né di entrare in "atta", perché non esistono degli "atta".
Questo è il dilemma: le persone vengono, molto spesso, confrontate con la problematica dell'ego, o di se stessi, pensando di essere vittime dello stesso ego, mentre, di fatto, non esiste un io. Dunque, essi non ne sono vittime. Di conseguenza, qualunque cosa compiate non correte rischi.
Le religioni, i sistemi religiosi, le filosofie religiose ci legano all'idea che, oggi, noi siamo delle persone ordinarie, le quali vivono in un mondo condizionato. Un mondo di ignoranza, nel quale quanto facciamo, noi lo eseguiamo sotto la spinta del peccato, di cui ci si dovrebbe purificare. Oppure, sotto la spinta dei veli del karma (avete già inteso questa espressione), che bisognerebbe pulire e trascendere.
Buddha, originariamente, afferma: "No. E' FALSO". Questo problema non esiste. La sola cosa di cui noi siamo, tutt'al più, vittime, sono i nostri desideri, le nostre concezioni errate. Questa problematica dell'ego e della sua trascendenza è assente, nell'insegnamento theravāda. Solo per il fatto di ascoltare quanto appena affermato, si ha di già l'impressione di avere raggiunto un certo grado di liberazione.
E' più difficile per loro, che per noi. Nel mondo umano, viviamo in un ambiente che è diviso tra pena, dolori, desideri e soddisfazioni. Abbiamo, quindi, più opportunità di loro a intuire l'urgenza di questo tipo di cammino, in tale direzione. Esiste qualche vantaggio inerente anche al fatto di vivere nei mondi celesti: è perché si provano, giustamente, meno colpa e afflizione. In regola generale, per essi è più difficile giungere al nibbāna.
Salvo quando appare un buddha onnisciente, che sappia trovare le parole, abbia il talento per giungere ad attirare la loro attenzione ed insegnare ad essi. Per quanto riguarda coloro che vivono nelle sfere più elevate, che sono i brahma, per essi è impossibile per definizione, poiché giustamente vivono in quelle sfere coloro che hanno raggiunto quel che ci viene presentato come "buddhità", come stato divino.
Certi religiosi non hanno per nulla torto in quello che insegnano. Nel senso che si tratta della verità, che dopo la morte è possibile restare, dimorare in una sorta di stato d'essere di pura felicità, di pura gioia, senza venire assoggettati ai tormenti ed agli ostacoli di un corpo. Di quanto ci viene presentato come una panacèa, Buddha ci dice che non è proprio il caso di crederci. Lui ha veduto, proprio tramite la sua scienza, la sua onniscienza, che anche se si tratta effettivamente di stati estremamente giubilatori, del tutto puri, e, comunque, delle situazioni che durano incommensurabilmente a lungo, ciò non impedisce di ricadere nel ciclo delle morti e delle rinascite, da queste sfere divine.
Per natura, noi tutti abbiamo una certa memoria, una certa capacità di ricordarci la nostra vita, da quando iniziò. Tuttavia, ognuno se ne sarà accorto, nel mondo umano non giungiamo a rammentarci i primissimi istanti della nostra esistenza, quelli che seguono la nostra fecondazione. E neppure giungiamo a ricordarci i mesi ed i primissimi anni dopo la nostra nascita (quando il bebè uscì dal ventre).
Allo stesso modo, questi esseri non si ricordano quando sono entrati, quando hanno preso nascita in questo mondo, o in questa sfera. Essi divengono estremamente convinti che vi si trovano dell'eternità; di essere eterni. Ora, non è proprio questo il caso. Giungere a far comprendere a tali persone l'insegnamento di Gotama è cosa francamente molto difficile.
Sappiamo pure che è possibile avere raggiunto nibbāna, nel mondo umano, e rinascere, in seguito, in queste sfere "divine". Vi sono, quindi, in questi mondi anche una quantità di esseri che hanno già raggiunto nibbāna nell'esistenza umana e che hanno la possibilità, se lo desiderano, di sperimentare nibbāna quando lo vogliono. Con molte più possibilità, visto che non provano le nostre costrizioni. Sottolineiamo che si tratta di persone che hanno già toccato il nibbāna nel mondo umano.
Tuttavia, per colui che non ha sperimentato ancora nibbāna, una volta che egli sia arrivato "là, in alto", il fatto di ascoltare l'insegnamento, praticare l'insegnamento e raggiungere nibbāna, è cosa impossibile.
E' possibile anche se non lo si è raggiunto. Molti esseri hanno il potere di vedere tutti i mondi, di spostarvisi senza avere mai raggiunto nibbāna. E' quel che spiega Buddha; egli afferma che certuni hanno questa capacità e la utilizzano. Sfortunatamente, essi ne traggono certe conclusioni che sono erronee.
Si può fare questo anche se non si è raggiunto nibbāna ed il fatto di averlo toccato non rappresenta un aiuto propizio a realizzare tale genere di cose. E' un fatto indipendente; sono semplicemente delle facoltà che noi chiamiamo, a volte, poteri psichici.
Ecco il problema. Più si avanza in una via, qualunque essa sia, più si è evoluti; cosa che rappresenta giustamente un'incognita. Più si evolve, più di giunge alla conclusione che si è raggiunta qualche cosa, ossia che si è raggiunta la realizzazione completa.
Qualcuno può credere di essere importante in questo mondo, di avere raggiunto una gerarchia sociale più elevata degli altri perché ha il potere di spostarsi da un continente all'altro nel suo jet privato. Ciò non fa di lui un essere libero, perché, per quanto si sposti nel suo jet privato, gira sempre attorno alla terra.
Allo stesso modo, questi essere evoluti che hanno sviluppato il potere di passeggiare da mondo a mondo, non fanno altro che andare in giro, NEL mondo.
Una sorta di missione caritatevole spirituale? Un "bodhisattva" (bodhisatta) non è per definizione ben messo per liberare gli altri. perché se è "bodhisattva" non ci è arrivato da solo. Un buddha è molto più efficace, in proposito.
In effetti, una volta che raggiunse il risveglio completo, Buddha viaggiò molto, da mondo a mondo, per liberare gli altri (eccetto, beninteso, le sfere inferiori, i mondi animali, là ove non c'è gran che da fare), per illustrare il suo insegnamento al più gran numero possibile di esseri. Prima di sperimentare questa cessazione, non poteva ovviamente essere utile agli altri.
Nessuna intenzione può avere uno stato di essere. Nibbāna è quando non vi sono più intenzioni e neppure azione. E' la cessazione di tutto il processo, dell'intera "macchina". Fino a che esiste un'azione, fino a che c'è un'intenzione, qualunque speculazione filosofica se ne possa trarre, ciò non è nibbāna. Si tratta solo di samsāra.
Assolutamente. Non si può rimanere senza fare nulla; è inconcepibile. Non si può altro che fare, lasciare fare, subire, oppure agire. E' la natura del mondo; è così che esso funziona. Un magnetoscopio non può altro che leggere, o registrare delle cassette video; ma non giungerà mai a macinare il caffè, o a scaldare il latte. Allo stesso modo, il mondo perpetuerà solo se stesso. Gli esseri non compiranno altro, come voi dite, che delle azioni, delle intenzioni.
Vi sono diverse ragioni in proposito. Quella essenziale è che è meglio per un ascoltatore non guardare chi fa il suo esposto, per non elaborare dei giudizi personali sulla sua bellezza, sulla sua bruttezza, o sulle espressioni che, eventualmente, potrebbero nascere nel suo volto.
L'idea è che ognuno riceve l'insegnamento, la parola di Buddha, in modo bruto. Tale quale. Un po' come se uscisse dal magnetofono. E' questa la ragione per cui Buddha insiste che i monaci non esteriorizzino, non esprimano assolutamente nulla sul loro viso, mentre essi espongono e parlano, in tono perfettamente monocorde e monotono, perché quanto è importante è solo quel che viene detto. E nulla dei dettagli non essenziali. Uno dei modi migliori di farlo consiste nel nascondere l'oratore.
La maniera più consona di ascoltare un insegnamento è di chiudere gli occhi, per essere più concentrati su quanto si ascolta. O, eventualmente, di posare il proprio sguardo al suolo, di evitare di guardare attorno a sè, per non fare riflessioni su quanto si osserva.
Intanto, non esiste una natura, quindi sarebbe vano cercare di trovarne una, ed è, in ogni caso, quel che viene insegnato nel theravāda; ed il sorriso, cosa intendente per "sorridere" nella sua natura umana?
Si ha la tendenza a confondere certi momenti di piacere intenso con giustamente una gioia di vivere. Non si sopporta di renderci conto che si tratta solamente di un attimo di piacere intenso, magari astratto, magari spirituale, puramente mentale; ma, che resta sempre un momento di piacere intenso. E noi siamo, beninteso, alla ricerca di esperienze di questo genere.
Assolutamente! Ed è valso, d'altronde, al primo monaco che ha esposto questo argomento dei tentativi di assassinio. Pensate che i (pretesi) grandi buddha incarnati che vivevano al suo tempo, quando videro che i loro discepoli li abbandonavano in massa per andare dal monaco Gotama ad ascoltare "ciò", lo apprezzassero?
Il problema che avevano i monaci a quell'epoca era legato al fatto che essi attiravano molta gente. Il problema che hanno, invece, oggi i monaci è che abbiamo, piuttosto, la tendenza a fare FUGGIRE tutti (risate).
L'insegnamento di un tathāgata, per certi aspetti, è insopportabile. Se guardate bene, se cercate bene, non esiste alcun altro insegnamento, qualunque esso sia, che conduca allo sconforto. Ogni diversa dottrina cerca immediatamente di recare un certo sollievo, un certo benessere intellettuale, sulle prime. L'insegnamento di un tathāgata ha questo di assai peculiare; che è sconfortante. E' sconfortante giustamente perché ci punta, ci fa stare sulle scaglie, sulle schegge, sulle asperità, sui sassi, mentre noi abbiamo, sovente, la tendenza a dimenticarli, ad ignorarli.
Si tratta di un insegnamento realista; è la lezione della realtà; che afferma quanto questo mondo sia insoddisfacente. Appena ci accostiamo alla realtà è necessario che si provi molto disturbo. Al contrario, non ci si trova di fronte ad essa!
Per quanto mi riguarda, sta andando meglio. perché giunge comunque il momento in cui va meglio. In effetti, nella via, esistono tre fasi, più una conclusione, una "ciliegia sulla torta". La prima fase, è proprio questo disturbo; che può essere, a volte, doloroso, penoso, e si possono sperimentare delle cose molto sgradevoli. Dopo, quando si è avanzati di un poco, si giunge ad un secondo ostacolo, che è probabilmente peggiore del primo; cioè, si raggiunge un certo grado di soddisfazione e di confort; un certo stato di benessere. Si tratta ancora di una trappola. In terzo luogo, si giunge a qualcosa che è più difettoso, ed ancora più insidioso, più efficace, per il suo effetto anestetizzante; si tratta di quelle che si chiamano esperienze di equanimità, o di neutralità. E' uno stato traditore, perché non si è ancora giunti alla fine. Si arriva in fondo solo quando vi è la cessazione completa di ogni esperienza.
E' abbastanza facile indicare con il dito certe categorie, e dire: "Ecco, questi sono i pazzi". A ben guardare attorno a sè, la domanda che possiamo porci non è "Dove stanno i folli?", ma, piuttosto: "Dov'è chi non lo è?". Dopo tutto, la follia non è la condizione universale, naturale dell'uomo? Certo, vi sono dei gradi di follia più spinta presso alcuni e meno presso altri. Infine, non siamo tutti pazzi? Dementi, per sopportare questa vita? Per continuare ad errare ed a girare in tondo in questa esistenza, che non può darci nulla di nulla?
E'vero che esistono delle 'persone che, per varie ragioni, patologiche, mediche o psicologiche ci daranno l'impressione di essere del tutto incoscienti. Diciamo che non riescono ad esprimersi. perché esistono quelli che si chiamano disturbi mentali. La loro mente è un po' più disordinata della nostra. Tuttavia, ciascuno ha il suo modo di essere un folle, per giungere a sopportare la sofferenza che persiste, senza veramente rendersi conto in quale stato egli si trovi. Beninteso, vi è sempre un folle maggiore di noi. Di conseguenza, lo si indicherà con un dito, dicendo: "Lui, è veramente un pazzo cotto! Trascorre la giornata a prendersi per Napoleone. E' irrecuperabile!" In qualche modo, però, noi ci prendiamo per Pietro, ci prendiamo per Gelsomina, ci prendiamo per un uomo, per una donna. Di fatto, siamo esattamente folli come lui. Freud lo ha ben detto: "L'intera umanità è mia cliente."
Non bisogna credere che gli "alienati" non soffrano. Ho avuto personalmente l'occasione di accostarmi all'universo psichiatrico; è assai abominevole la sofferenza di queste persone, solo che esse non l'esteriorizzano al nostro stesso modo; cioè, non se ne lamentano, non si pongono delle grandi domande metafisiche; ma, nella loro testa vi è molta oscurità. Attraversano, a volte, delle fasi di sofferenza, spesso, terribili; si tratta di una sofferenza mentale. Fisicamente, bisogna paragonare la cosa a qualcheduno che soffre perché si trova in una metropolitana; ed è stretto, soffocato, fa molto caldo, le panche sono in legno, e ciò gli causa dolore alle natiche. Ebbene, a volte, a coloro che voi chiamate folli è come se entrasse letteralmente un ferro rovente nella carne, nel loro corpo. Questo sperimenta il loro spirito.
Quanto dite conduce a diverse riflessioni. Tutto è relativo. Un carcerato è rinchiuso in una prigione, sta in uno spazio ridotto; se, per voi, libertà è potere di scegliere tra New York e Hong Kong, si può affermare che "voi siete liberi". Tuttavia, al di là della superficie terrestre, oggi, non potete andare, in verità. Se voleste andare sulla luna, o sul pianeta Marte, non ci arrivereste. In qualche modo, un prigioniero è qualcuno che possiede un certo grado di libertà; può recarsi dalla cucina alla biblioteca, dalla biblioteca alle docce (a volte, pure accedere ad Internet!). Tuttavia, vi sono dei locali in cui non può entrare, per delle ragioni di costrizione. Vi sono delle porte blindate, delle sbarre alle finestre; tutto è molto relativo.
Quando un monaco insegna la parola del tathāgata è sempre a dei prigionieri che egli la espone, di fatto. Poi è una questione di ordine. Se esiste l'opportunità che si possa fare ascoltare l'insegnamento di un monaco in quello che la nostra società chiama un centro carcerario, di detenzione, egli lo farà. Tuttavia, il monaco non avrà l'impressione di parlare a delle persone più prigioniere, poiché esiste una certa unità di luogo. Insegnerà ad altri individui, pur trovandosi incarcerato lui stesso, nella gabbia del mondo, in quella della vita che conduce, attraverso le sue obbligazioni, le sue necessità sociali, professionali. La vita è una prigione. Qualcuno che ha un lavoro, che ha fondato una famiglia... Nella nostra esistenza siamo pieni di obblighi, e da qualche parte, qualcuno che si trova in carcere non è meno prigioniero dei suoi obblighi di quanto non lo siamo noi stessi.
Inoltre, esiste una situazione di valori, nella nostra società; noi abbiamo certi ideali di libertà, che ci fanno pensare che un detenuto è più vincolato di noi; che vivere in un centro carcerario è disonorevole, umiliante. Ed il fatto, d'altronde, può risultare doloroso. Di contro, vivere con la scelta tra Saint Tropez ed Avoriaz per le proprie vacanze vicine può indicarci, nelle nostre convenzioni sociali, come persone più "libere". Tuttavia, in ultima analisi non esiste una vera differenza. Come vi dicevo, non si sceglie, in fondo, quello che facciamo; non si controlla, in effetti, la "macchina".
Anche se vi sono molti inconvenienti, i detenuti posseggono comunque certi vantaggi; hanno il tempo di riflettere un po' a quanto li ha condotti, lì, dove si trovano, a quel che fanno; mentre, molto spesso, durante la vita attiva non ci si concede alcun tempo, poiché siamo occupati a fare un sacco di cose. Essi subiscono un certo isolamento, una certa solitudine corporale, che non può venire considerata una cattiva situazione per impegnarsi in una via spirituale e - non ridete, perché sono serio - vengono nutriti, alloggiati, non hanno un vero lavoro, sforzi da fare per recuperare il proprio cibo, per conservare il loro spazio vitale; tutto questo dona loro certe libertà che, qui fuori, noi non abbiamo. Dobbiamo fare le commissioni, cucinare, preoccuparci costantemente di trovarci da mangiare, per il nostro alloggio, pagare l'affitto.
Il problema di un detenuto è che, forse, si trova imprigionato, e vorrebbe ben uscirsene fuori. Nella mia esperienza personale posso dirvi che mi sono trovato, una volta, con un problema che era esattamente quello inverso; ossia, rischiavo di farmi espellere dal mio alloggio, e non ne avevo certo il desiderio!
Il monaco, il bhikkhu è colui che non si trova, in una certa misura, nella situazione di un prigioniero, detenuto in un centro carcerario e neppure di semplice prigioniero, o di colui che si crede libero. Si tratta di una realtà un po' diversa. Ma, di fatto, la libertà esiste solo nell'emancipazione; cioè, nel giungere a porre un termine definitivo a questa fede che abbiamo nella "verità", mettere un termine ultimo al nostro attaccamento, alla nostra fissazione, ai piaceri dei sensi e arrivare ad eliminare per sempre il nostro orgoglio.
Una volta giunti a tutto questo, ci si trova veramente liberi, emancipati completamente da questo mondo. Dopo, che il nostro corpo stia in una prigione, in un monastero, o nella strada, non fa più alcuna differenza.
Ho delle difficoltà a comprendere come le nozioni di poesia e di infanzia possano influire nella vostra domanda.
Non sono affatto uno specialista della psicologia infantile, ma per quel che mi ricordo dei giovani che mi è stato dato conoscere nella mia vita di adulto e, soprattutto, ciò che mi rammento del bambino che ero, non mi sollecita affatto a pensare che essi siano delle persone molto più libere e naturali degli adulti. Certo, gli adulti si formano un'immagine dell'infanzia, ma mi sembra che la vita dei giovinetti sia riprovevole, in qualche sua parte! Esteriorizzano una spontaneità molto intensa, hanno una capacità di gioire migliore della nostra. Un bambino che si reca nel parco delle attrazioni va a sgranocchiare a pieni denti, va ad essere felice in pieno della situazione. Noi abbiamo, forse, una minore capacità di fare questo genere di esperienze, una volta divenuti adulti; ma, per il resto, la vita di un giovinetto è abominevole. Deve seguire certe regole, quando non si tratta nettamente di schiaffi, o di umiliazioni.
In ogni caso si tratta di un assieme di principi che vengono loro inculcati, che sono completamente strampalati, dei quali essi non comprendono nulla; una disciplina alla quale sono obbligati ad attenersi. E non dimentichiamoci che siamo arrivati in Francia, ed è di essa che forzatamente stiamo parlando; ad una situazione in cui i bambini lavorano più degli adulti. Bisogna sapere che a scuola un giovinetto fornisce più ore di lavoro che un adulto. Senza, poi, parlare dei bambini che non lavorano a scuola, ma largamente nelle officine, o altrove.
Vi sono degli scoppi di risa, di spontaneità, che noi adulti amiamo vedere nei giovani. Ma, i nostri stati "beatifici", che possiamo provare, ascoltando delle cantate di Bach non sono simili? Anche la nostra pienezza non viene esteriorizzata allo stesso modo dei bambini? Dopo tutto, che differenza passa tra un giovinetto ed un adulto?
Ma, i bambini si trovano in uno stato naturale, in cui vivono in piena coscienza? Più di noi?
Immagino lo si attribuisca ai bambini che non hanno lo spirito intasato di sistemi filosofici, che percepiscono il mondo, il rumore di un fiume in maniera evidente. Questo sentimento di pace, di vivere l'istante presente, con una certa purezza mentale.
Sì. A livello di tutti questi pensieri ricorrenti che abbiamo, queste intense riflessioni, queste domande che poniamo, mentre i bambini non se le fanno. Si può dire effettivamente che esiste una forma di sofferenza che i bambini non conoscono. Bisognerebbe fermarne il paragone qui. Vi sono anche altre forme di dolore inerente all'infanzia, che gli adulti non conoscono; in particolar modo, la privazione totale della libertà. Quando entrano nel mondo adulto, molti di questi esseri fanno l'esperienza di una ricerca riguardo alla libertà: "Finalmente, ora, sono grande, guido la mia macchina, vado dove voglio!"
Abbiamo delle libertà che i bambini non hanno e questi ultimi provano delle forme di sofferenza meno marcata in essi. Per quanto io sappia, non essendo stato mai particolarmente un bambino cinico, ho avuto dei momenti di intense riflessioni e di pensiero, che mi recavano degli altri istanti di malessere intenso. Tuttavia, è vero che un bambino può provare piacere per un nulla, ma non bisogna idealizzare e, soprattutto, cercare questo stato mentale.
Si sta cercando di trovare, come voi vi esprimete, della comunione, cioè una semplice e spontanea relazione nella comunità dei monaci. Però, l'esperienza dimostra che ne stiamo molto lontani. Al contrario, chi arriva a perdere certuni di questi inquinamenti, e devianze, che in pāḷi vengono chiamati kilesā, più ci riuscirà e più avrà un contatto assai spontaneo, assai neutro, assai adulto e molto sano con il suo ambiente. Si può immaginare che una comunità di monaci, tutti emancipati, sia un modello di perfezione.
In affetti, esistono certe comunità, certe civiltà, tribù primitive, come oso ancora chiamarle, che danno l'impressione di una maggiore spontaneità, di una più grande facilità di scambi, è vero. Ma, una volta ancora, facciamo attenzione alle apparenze; qualcuno che è completamente nudo, con solamente un pareo attorno alla vita, il corpo dipinto con strisce di colore e che vive a piedi scalzi nella sua giungla non ha necessariamente maggiori rapporti di comunicazione e di spontaneità con certi adulti "civilizzati"; ovvero, come si dice, moderni, con telefono cellulare ed automobile. Tra questi ultimi si incontra della gente che è visibilmente assai semplice, con la mente molto chiara e che comunica con quanto l'attornia in un modo che sembra assai libero, assai spontaneo.
Bisogna badare molto a queste nozioni, a questi cliché, e soprattutto a non costruirsi un personaggio emancipato, "cool", "relax", "peace and love", ti amo, ti amo, si è tutti fratelli nella stessa umanità. Esiste, d'altronde, qualcosa di molto malsano in queste attitudini. In primo luogo quando esse divengono collettive e si esprimono attorno ad un maestro, ad un guru carismatico, sedicente, radiante, ecc.
In effetti, il nostro scopo non è quello di cercare di giungere ad una società emancipata, realizzata, umana, spontanea, chiara e limpida. Il nostro scopo è quello di giungere alla cessazione della sofferenza. Anche se si scommette che ci saranno più individui che avranno raggiunto lo scopo, o che avranno marcato sulla strada che mena ad esso delle tappe significative, oltre al risultato, se pur questo non era l'obiettivo originario, si tratterebbe di una società effettivamente assai equilibrata, emancipata, dove, come voi dite, si manifesteranno questi istanti di verità, di pienezza.
L'ostacolo più difficile da cui sbarazzarci in questa nostra concezione, è che esista una sostanza sulla quale si basano tutte le religioni del mondo.
Sfortunatamente, anche nel theravāda si può, a volte, ascoltare i monaci che cadono nella trappola. Mentre è chiaro nelle scritture (canoniche) che Buddha considera questa concezione come giustamente la prima degli inquinamenti della mente e la prima causa che ci porta a prolungare tutte le pene di questa terra.
Se vi dedicate al satipaṭṭhāna, al vipassanā, giungerete voi stessi, senza neanche parlare di attendere il risveglio, o chissà cosa, dopo qualche settimana di allenamento, ad intravedere effettivamente tutto quello che è ben vuoto! Che non esiste una sostanza di simile natura.
Si tratta ESATTAMENTE della stessa voglia che vi fa andare alle toilettes, quando avete desiderio di urinare. In realtà, è la stessa cosa. Vi è, sicuramente, una differenza: tutti vanno alle toilettes, o dietro un albero per urinare e sfortunatamente non tutti si impegnano a percorrere la via che, al suo termine, conduce alla fine della sofferenza. In ogni caso, ognuno ha un desiderio, in un modo o nell'altro, di raggiungere un certo benessere, una certa felicità. Ognuno, in rapporto alle sue affinità, alla sua maturità, si impegnerà in una via piuttosto che in un'altra. Le possibilità degli animali sono sicuramente ben limitate; ma, da qualche parte, anche un animale ha questa voglia, questo bisogno, questo desiderio di giungere ad una certa soddisfazione. Per lui, si tratterà di una cosa limitata; di trovare il suo cibo, un luogo per dormire, ecc. Per un essere umano, molte più possibilità gli vengono offerte, ma questa idea, questo impulso che ci incita ad intraprendere un certo cammino per giungere a sentirsi meglio resta una cosa, un istinto del tutto naturale.
Quando si arriva a constatare questo, ci si rende conto che si tratta della stessa cosa. Che è il medesimo meccanismo che avviene quando si va alle toilettes. Ci dobbiamo sbarazzare di una sensazione ingombrante. Quando ci si reca alle toilettes non è con conoscenza di causa; ossia, che esiste un ciclo biologico che sta avvenendo, e che il corpo sta eliminando in modo naturale le tossine. E non è neppure per orinare che ci si reca alle toilettes; è per trovare un sollievo.
Allo stesso modo, con questa idea, avviene quando ci si impegna su di un sentiero, in particolare quello che è stato aperto da Buddha. Dunque, non vi è un ego, ed è giusto che la natura funzioni. Anche se effettivamente c'è più tempo per riflettere, perché non si è coinvolti dall'urgenza, ci si pone molte domande; si hanno degli alti e dei bassi, ci si dice: "In qualche modo, io non sono che un piccolo egoista; eseguo la mia piccola meditazione, mentre attorno a me esiste molta sofferenza e miseria". Quando si sta seduti sul "trono", mentre si eseguono i propri bisogni, non diciamo, invece: "Io sono un piccolo egoista. Sto ottenendo sollievo, mentre attorno a me c'è tutta questa miseria."
Solo che tutto ciò avviene in un lasso di tempo talmente corto, che non si ha il tempo di porre tutte queste domande. Quando ci si impegna in una strada che deve condurci alla liberazione completa dell'intero fardello rappresentato dalla la vita, la situazione è molto più lunga. Abbiamo effettivamente il tempo di porci molte più domande. Difatti, è lo stesso processo, la stessa cosa che accade. Cioè, che si prova un certo bisogno di riuscire ad ottenere sollievo, di liberarci completamente di qualche cosa che percepiamo come un disturbo, un peso, un'oppressione. E' una cosa del tutto naturale impegnarci, in quel momento, in una strada, che ci porterà, in ogni caso, ce lo auguriamo, ad eliminare quel disturbo.
Origine:Insegnamento dato in Francia
Autore: Bhikkhu Sāsana
Traduttore: Guido Da Todi
Data: 1999
Aggiornamento: 29 settembre 2011