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Presentazione, punto per punto, degli elementi che costituiscono la base di ogni buona pratica del vivere.

In Occidente si parla molto della pratica,
ma non la si segue.
Quando parliamo di Buddha, ci riferiamo, di conseguenza, alla "pratica buddhista". Chi adotta un modo di vivere che concorda con gli insegnamenti del dhamma sarà, dunque, un "buddhista". E' opportuno definire bene questo termine.
Un "buddhista" non è affatto l'adepto di un rito mistico, o di una qualunque tendenza ai margini della società, che necessita di una conversione. Anche se, ai nostri giorni, molte persone che pretendono di essere buddhiste esprimono dei modi di essere e adottano dei costumi che si allontanano radicalmente da tutto ciò che definì, in origine, questo termine, il "buddhista" è solo una persona che vive in accordo con gli insegnamenti del dhamma. Se nostro padre si chiama Pietro, e ci offfre dei consigli, e noi li seguiamo, a questo punto saremo dei "pieristi". Allo stesso modo, saremo dei "paolinisti", seguendo i consigli di nostra madre Paolina. Così, un buddhista altri non è che colui il quale applica un modo di esistere, in accordo con gli insegnamenti del Buddha.
Non si tratta di una pratica che integriamo, di quando in quando, nella nostra esperienza; che integriamo allorché abbiamo un pò di "tempo libero" da consacrare ad essa. Non è un'attivitù che riempie i nostri diversivi, come la danza classica, o il tiro con l'arco. E' tutta la nostra vita, sino ai dettagli più celati della nostra quotidianità, con i quali facciamo pratica. In tal modo, la consuetudine "buddhica" si traduce essenzialmente in un modo di vivere, che viene applicato - o, piuttosto, che si cerca di applicare - poiché questo allenamento è, in definitiva, una sperimentazione permanente. Ci sforziamo ogni giorno, ogni momento, a seconda dell'energia che noi vogliamo metterci, a perfezionare tale disciplina di vita, dedicandoci a ridurre e ad evitare quanto è impuro, malsano, inutile e sfavorevole, e sforzandoci di sviluppare quanto è, invece, puro, sano e benefico.
Di conseguenza, è tanto assurdo affermare: "Sono buddhista, ma non praticante", quanto: "Sono vegetariano, ma mangio carne."
Dal punto di vista del dhamma esistono due categorie di persone: coloro che aderiscono al dhamma - ossia, hanno fiducia nelle parole del Buddha - e coloro che non lo seguono.
Tra coloro che non seguono il dhamma, che si tratti di adepti di una religione, oppure no; di una scuola di pensiero, o no, si ritrovano tutti coloro che adottano uno, o diversi credi, tra quelli che esistono al di fuori del dhamma.
A titolo di esempio, il fatto di pensare che non vi sia nulla dopo la morte è una credenza come tutte le altre.
In questo gruppo troviamo dei monaci e delle monache, che si consacrano in pieno alla pratica proposta dalla loro dottrina rispettiva, allo scopo di raggiungere l'obiettivo che questa propone.
Troviamo degli eremiti, che si isolano dai luoghi abitati, per praticare un'esistenza ascetica. Lo fanno per raggiungere lo scopo che si suppone procuri la disciplina proposta dal loro proprio credo. Essi non appartengono a nessuna scuola religiosa.
Troviamo dei "sacerdoti" e delle "sacerdotesse", che si dedicano in maniera relativa nella pratica suggerita, o imposta dall'insegnamento delle loro fedi, e che organizzano, oppure orientano il tirocinio dei laici.
Infine, vi sono dei laici che, a seconda dei casi, aderiscono ad una religione, ad una scuola di pensiero (filosofia, oppure setta, ecc.), o soltanto alle loro proprie idee. Nei primi due casi, lo fanno dedicandosi a delle pratiche religiose, oppure rituali, a delle cerimonie, a delle recitazioni, a delle preghiere, a delle meditazioni, a dei dibattiti filosofici, ove si accontentano di affidarsi a delle idee presentate da un mistico, da un guru, da un filosofo, da un libro, o da un altro supporto. Nell'ultimo caso (laici aderenti alle proprie idee), si costruiscono la via a seconda dei propri atti (Esempio: le rinascita avvengono in modo del tutto aleatorio; tutti vengono alla luce in un mondo paradisiaco (o demoniaco); ognuno raggiunge la divinità; prima e dopo la vita esiste il nulla; appena si muore, esiste sempre il nulla, ecc.)
Poiché questo tipo di credenza è uno dei più diffusi, ciò dimostra la ragione per cui tante persone vivano così egoisticamente, godendo al massimo delle cose gradevoli a cui possono accedere, e fuggendo radicalmente tutto quanto si presenti come increscioso,vuoto di piacere, o noioso.
Tra coloro che aderiscono al dhamma, vi sono i bhikkhu, che chiamiamo spesso i "monaci buddhisti". Votano integralmente il loro tempo alla pratica, alla realizzazione, allo studio ed all'insegnamento del dhamma.
Vi erano le bhikkhunī, le "monache buddiste", che facevano esattamente la stessa cosa, ma la loro comunità scomparve nel X° secolo circa, come pure le sikkhamāna, che erano delle donne di statuto intermedio tra sāmaṇerī e bhikkhunī (in attesa di divenire bhikkhunī).
Esistono i sāmaṇera, che noi chiamiamo i "novizi", o i "passeri". Essi apprendono la vita monastica, portano la veste, ma la loro disciplina è nettamente più morbida di quella dei bhikkhu. Per diventare monaci debbono attendere di avere vent'anni.
Vi erano anche le sāmaṇerī, versione femminile dei sāmaṇera, la cui presenza è sparita con la fine della comunità monastica femminile.
Ci sono quelle che chiamiamo le "suore", che sono le donne che scelgono una vita monastica, o semi-monastica. Hanno uno statuto un pò particolare, a mezza strada tra quello dei bhikkhu e quello dei laici. Oltre a certe regole, esse sono tenute a seguire gli otto precetti. La loro vita è consacrata al dhamma, anche se seguono molte attività, proprie dei laici.
Infine, tra le persone che aderiscono al dhamma, tutti coloro che non sono bhikkhu, né sāmaṇera, nè suore, sono laici. Possiamo dividerli in tre tipi:
Anche se si accorpano tutti in uno scopo comune, gli obiettivi degli insegnamenti di Buddha sono molto diversi. Essi consistono, tra l'altro, a:
Colui che riesce a spostare la montagna,
è chi comincia a togliere le pietruzze.
Buddha ci ha dato la lista dcelle dieci pāramī:
Nella cella di un carcere vivevano quattro persone. Il primo tra di esse era ignorante e pigro, il secondo ignorante e lavoratore, il terzo abile e pigro ed il quarto era abile e lavoratore. Ognuno aveva la possibilità di lavorare e di guadagnare un pò di denaro.
L'ignorante pigro viveva un'esistenza del tutto miserabile; non faceva nulla durante il giorno, si annoiava terribilmente e non otteneva mai nulla, al di fuori di quello che serviva solo alle sue necessità.
L'ignorante lavoratore beneficiava di un ritmo di vita più confortevole, poichè il suo lavoro gli permetteva maggiore cibo, e piccoli piaceri, come una bottiglia di vino, o delle riviste da leggere.
L'abile pigro non seguiva una vita molto piacevole. Poichè non produceva alcuno sforzo per lavorare, non otteneva del denaro che gli permettesse di acquistare di che gioire per una qualità esistenziale migliore. Benchè sapesse riflettere, soffirva meno dell'ignorante pigro, poiché sapeva meglio gestire la sua condizione. Arrivava, di conseguenza, a contentarsi più facilmente di poco. Tuttavia, la sua poltroneria gli impediva di riflettere in maniera opportuna.
Il lavoratore abile era competente nelle sue attività. Sapendo ragionare bene, gestiva il proprio denaro con saggezza. Imparava a contentarsdi di poco, per economizzare al meglio i soldi che guadagnava. Non aveva cose molto buone da mangiare e da bere, nè poteva offrirsi delle ottime letture. Tuttavia, dopo qualche tempo, ed avere pazientato quel che bastava, fu in grado di pagarsi la cauzione per uscire dal carcere.
Per fare l'analogia di questa storia, diremo che...
La prigione rappresenta l'insoddisfazione continua (dukkha), con i "suoi alti e bassi": il ciclo delle rinascite (saṃsarā).
L'ignoranza rappresenta l'ignoranza.
L'abilità rappresenta la saggezza.
La pigrizia rappresenta la mancanza di motivazione a produrre delle buone azioni.
Il lavoro rappresenta lo sforzo (lo sforzo di sviluppare e di intraprendere quanto è benefico, lo sforzo di praticare in maniera giusta).
Il denaro rappresenta la conseguenza delle azioni positive, il merito (kusala).
La liberazione rappresenta la liberazione (da ogni tipo di insoddisfazione).
Conclusione: bisogna compiere delle azioni positive, fare degli sforzi di generosità, di onestà e di concentrazione, per creare del merito. Tuttavia, se ciò viene fatto con ignoranza, sarà male adoperato e, per così dire, sperperato. E ciò rimarrà senza profitto. Affinchè questo merito sia benefico, è corretto che lo si sviluppi con saggezza; ossia, le azioni positive dovranno essere prodotte con un'intenzione di curare e di sviluppare il dhamma (tanto per il proprio progresso che per quello altrui).
Nota: Più delle azioni positive, le più profittevoli sono semplicemente l'astensione da atti nefasti, o inutili.
Ciò spiega perchè è fondamentale comprendere chiaramente quanto intraprendiamo e sapere come dobbiamo compierlo, se desideriamo che esso sia realmente profittevole.
La storia del carcere ci dimostra anche quanto la saggezza sia vana senza lo sforzo; che esso è un fattore indispensabile allo sviluppo della saggezza stessa. Quindi, non esiste altro al di fuori dello sviluppo delle pāramī che ci permetta di avanzare sulla via della liberazione, qualunque sia il livello evolutivo di ognuno di noi.
Se una persona beneficia di ogni elemento che gli permetta di fare della sua esistenza un agire nel span class="pit" title="via che conduce alla liberazione" xml:lang="pi">dhamma (nascita come essere umano, nell'ambiente favorevole, in un luogo e tempo in cui l'ìnsegnamento di Buddha (sāsana) è accessibile, comprensione di quanto interessi tale insegnamento, desiderio di dedicarvicisi, nessun ostacolo grave, come una cattiva salute, ecc..), questo significa che si sono già sviluppate delle molteplici pāramī nel passato.
Se, oltre a queste condizioni, una persona si affida con grande facilità alla "meditazione" (disciplina di satipaṭṭhāna) ciò vuol dire che ha prodotto molte più pāramī. Se, poi,un individuo opta per la via del rinunciante, unendosi, nel modo più naturale, alla comunità monastica (saṃgha) è perchè possiede maggiori pāramī in assoluto. Infine, quando le pāramī giungono alla completa maturità, non si potrà fare a meno di sviluppare nibbāna, la cessazione di ogni sofferenza.
E' fondamentale svilupppare mettā (l'amore) se desideriamo progredire lungo la via. Un amore che sia senza limiti, che si applichi ad ogni essere, senza eccezioni. Come possiamo leggerlo nel mettā sutta (discorso sulla benevolenza), si tratta di far nascere l'amore verso ognuno, esseri umani ed animali; nei riguardi di chi conosciamo e di chi non conosciamo; di chi vediamo, oppure no, di chi è amabile e di chi è ostile, di chi è vicino e di chi è lontano, di chi è piccolo e di chi è grande.
Sicuramente non ci vuole un grande sforzo per praticare mettā, la benevolenza e la tolleranza, verso coloro che ci sono cari. Però, quando si tratta di farlo verso chi ci è causa di problemi, chi si comporta male verso di noi, chi commette azioni odiose e malsane, questo diviene più difficile. Ed è proprio tale difficoltà che ci offre l'opportunità di progredire lungo il cammino della saggezza. E' proprio come la meditazione. Quando tutto va bene, tutto è confortevole, e non vi è dolore, nè pruriti, e non fa troppo caldo, nè troppo freddo, ed il silenzio è sovrano, ci sentiremo bene; ma, non avremo l'occasione di progredire correttamente.
Come per tutte le cose nel dhamma, potremo cominciare gradatamente a sviluppare mettā, la benevolenza e la tolleranza. Per riuscirci, basta prendere l'abitudine, di tanto in tanto, di sviluppare uno stato di bontà verso uno, o più esseri, di sforzarci di mandare mentalmente mettā a chi si comporti irriverentemente verso di noi, di tollerare più che sia possibile un'azione che non ci piace; commessa volontariamente, oppure no.
Oppure, elimineremo quei pregiudizi che potremmo avere facilmente osservando una persona con un comportamento bizzarro, per tentare di prestarvi attenzione per qualche istante, al fine di constatare eventualmente che ella è angosciata, ha dei malesseri e conduce una vita sofferente. A quel punto, ci riuscirà del tutto naturale sviluppare dei pensieri di compassione e di benevolenza, che potremo dirigere verso quella persona. Se si tratta di un individuo sensibile ed incrocia il nostro sguardo, egli si accorgerà subito che gli stiamo testimoniando un sincero affetto, potrà sentirsi meno allontanato e beneficiare di un umore positivo. Se ne avremo, poi, l'occasione potremo anche stabilire un dialogo con lui, parlando di cose semplici, che saranno in rapporto con la sua vita; cosa che gli potrà risultare preziosa.
Per una pratica generalizzata di mettā e di benevolenza, inizieremo, per esempio, con tutti i propri parenti, i membri di famiglia e gli amici; poi, ci allargheremo, poco a poco, includendo, prima, i propri vicini, i colleghi di lavoro, i compagni di studio, di sport, o di un gruppo qualunque. Aggiungeremo, in seguito, tutte le persone che ci incrocieranno. Per esempio, stando in un bus, potremo occuparci, di tanto in tanto, di sviluppare pensieri di benevolenza verso tutte le persone che si trovano nel veicolo. Continueremo, includendo gli abitanti del villaggio, del quartiere, o della città, senza dimenticare la zanzara che ci punge! Di seguito, gli abitanti della nazione; ed infine, quelli del pianeta e dell'universo intero.
Per sviluppare delle pāramī, molti tra di noi che non si sentono in grado di seguire una disciplina di concentrazione, come applicare la propria attenzione sulle percezioni fisiche e mentali (satipaṭṭhāna), possono dedicarsi, più o meno regolarmente, ad una pratica di metta e di benevolenza, con l'aiuto della preghiera.
Per farlo, reciteremo dei sutta (discorsi), che trattino di metta, di benevolenza e di compassione. Mentre li pronunciamo, chiuderemo gli occhi, preferibilmente, e ci concentreremo sulle parole che pronunciamo. Tali sutta, poi, recitati in gruppo, possono divenire un supporto, che aiuti a sviluppare non soltanto, con più facilità e a lungo, mettā, la benevolenza, o la compassione, ma anche una certa concentrazione, che si dimostrerà molto benefica per lo sviluppo delle pāramī. Naturalmente, per fare questo, conviene recitare queste preghiere, comprendendo quanto viene detto; o, almeno, sapere un pò ciò che è scritto nei testi in questione (o, l'interesse provato per essi sarà minimo), concentrandovisi sopra, ed evitando di fare vagare la mente altrove. Importante, è metterci tutto il cuore.
Se desideriamo che ciò porti i suoi frutti, bisognerà sforzarci di conservare lo stesso stato mentale di una preghera, o di un rosario di preghiere. Allo stesso modo, si cercherà di rimanere calmi durante i pochi istanti che le precedono, per disporre lo spirito in una giusta fase. L'ideale sarebbe mantenere tale stato interiore in ogni istante, di modo che il momento di preghiere divenga un esercizio che permetta di conservare quasi permanentemente la benevolenza.
Buddha ci ha indicato come giungere alla cessazione definitiva di ogni forma di insoddisfazione. Prima di pervenirvi la strada sarà lunga; si mostrerà necessario per ognuno di noi perfezionarsi a tutti i livelli, cominciando dalla base, o come potremo supporre di costruire alcunché su delle fondamenta impure? Rassicuriamoci, Buddha non dimentica nessuno; egli ci spiega, dandone i precisi dettagli, in quale modo ognuno debba agire, se desidera beneficiare di un'esistenza profittevole al massimo, sia nei propri riguardi, che verso gli altri; e, questo, qualunque posto egli occupi nella società.
Chiarisce, tra l'altro, come gestire un commercio, o come un re (o un capo di stato) dovrebbe comportarsi verso il suo popolo; il tutto, beninteso, allo scopo di generare un ideale per ognuno in materia di relazioni umane, di rispetto reciproco ed a fortiori e di offrire un quadro molto propizio all'allenamento sulla strada del dhamma. Ecco, secondo Buddha, i doveri degli uni verso gli altri, per chi voglia disporre la sua esistenza sulla più nobile e profittevole delle vie;: quella del dhamma...
Nota: poichè le abitudini culturali differiscono molto da un paese all'altro e da epoca ad epoca, bisogna, in certi casi, sapersi adattare di conseguenza.
Pagina seguente: la pratica laica (2) (generosità, virtù, concentrazione)
Origine: Insegnamento dato a Monthéon (Francia)
Autore: Monaco Dhamma Sāmi
Traduttore: Guido Da Todi
Data: 8 dicembre 2001
Aggiornamento: 29 settembre 2011