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Meditazione sull'aspetto repellente del corpo, con suggestioni e spiegazioni per una messa in pratica quotidiana.
ATTENZIONE! Questa pagina mostra delle immagini che possono turbare le persone sensibili.
In pali, subha significa "piacevole"; asubha vuole, dunque, dire "spiacevole".
Da non confondersi con le 32 parti del corpo, asubha è una meditazione che viene fatta sull'aspetto ripugnante del corpo fisico. Buddha ci ha insegnato 10 oggetti asubha (sui 40 di samatha). Ciò significa che questo aspetto di cose non si deve ignorare.
Le 10 meditazioni asubha prendono, ognuna, per oggetto un cadavere umano, in una condizione precisa, e non corrispondono soltanto a delle fasi di decomposizione diversa. Ecco questi oggetti:
Per meditare su uno di questi 10 asubha, occorre, innanzitutto, scegliere (quando è possibile) uno dei dieci tipi di cadavere indicati qui sopra, restandone vicini ed a vista. Quindi, dirigiamo la nostra attenzione sul carattere ripugnante di questo morto, prendendo coscienza che il suo corpo è come il nostro, nel senso che quest'ultimo è costituito dagli stessi elementi e subirà la medesima sorte, in una condizione simile. Ignorando ogni altra cosa – come per gli altri 39 oggetti di meditazione samatha —, ci concentriamo il più a lungo possibile sulla constatazione di codesta ripugnanza. Contrariamente a certi oggetti samatha, quelli di asubha possono tutti condurre agli assorbimenti (jhāna).
Giovane donna morta, vista così com'è; il giorno stesso, qualche giorno dopo ed ancora dopo altri giorni.
Al di fuori di casi eccezionali, asubha è non solamente un oggetto difficile da trovare, ma è pure arduo avere l'opportunità di rimanere diversi giorni di fila, in prossimità di un cadavere in decomposizione. Si capisce, a questo punto, l'intero interesse della dhutaṅga susānika, pratica ascetica insegnata da Buddha, che consiste nel prendere residenza in un ossario.
In certi monasteri, quando muore un monaco e ci si appresta a incenerirlo, lo si espone alla vista di tutti e coloro che lo desiderano possono sedersi lì vicino e meditare su asubha. A causa della brevità di questa opportunità, una fruttuosa esperienza può nascere per i meditanti che abbiano già sviluppato degli assorbimenti, con l'aiuto di altre meditazioni.
Se l'assorbimento jhanico è necessario per entrare nella diretta visione della realtà, via improrogabile alla Realizzazione, non è invece necessario meditare su tutti gli oggetti. Tuttavia, anche senza arrivare a perfezionare la nostra concentrazione, asubha resta un oggetto molto propizio da sviluppare da parte di chiunque, ed in particolare per coloro che hanno dell'attaccamento per il proprio corpo, oppure un piccolo eccesso di desiderio per quello di altre persone.
La pelle che abbiamo tanto piacere a carezzare, e quanto essa racchiude…
La maggior parte delle meditazioni samatha possono venire praticate in due maniere: profonda, allo scopo di ottenere la potente concentrazione indispensabile agli assorbimenti; e in modo intermittente, su dei corpi vivi, o delle immagini mentali del corpo. Praticare asubha in questo modo è alla portata di tutti, applicabile in qualunque situazione e non necessita di alcun cadavere. Ma, soprattutto, si tratta di un esercizio meravigliosamente benefico, capace di frenare con molta efficacia le spinte (a volte, incessanti) del desiderio carnale.
Questa pratica di asubha costituisce, da lontano, il migliore degli antidoti contro il desiderio, poiché, sì, il desiderio è un veleno pericoloso. Pensiamo spesso che il desiderio è una cosa augurabile, che ci porta del bene; ma, si tratta di una pura illusione. La principale qualità della meditazione asubha (anche "furtiva") è precisamente di aiutarci a vedere le cose come stanno, in realtà. Ci si rende chiaramente conto che il "desiderio non è desiderabile", solo quando cominciamo a sviluppare una buona pratica di asubha, che finisce, poi, per divenire un riflesso naturale e così un'eccellente protezione contro gli attaccamenti fisici più forti.
Esattamente come il nostro, anche il più bello, il più affascinante ed il più incantevole dei volti (o dei corpi) non è che un ammasso di cose disgustanti (pelle, grasso, sangue, saliva, ecc.) e finirà inevitabilmente per marcire, oppure essere distrutto, in una maniera, o nell'altra.
Il desiderio del corpo non si limita alla sensualità, ma concerne anche l'attaccamento alla propria fisicità ed agli sforzi, anch'essi ossessivi quanto inutili, per cercare di sostenerlo, o di migliorarlo. Questo attaccamento è tanto più nocivo anche per il fatto che ci immerge di continuo nella credenza (ben errata) di un'esistenza propria ed inesatta del corpo e che quest'ultimo può condurre al benessere. Di fatto, esso rappresenta una fonte continua di sofferenze diverse; con il risultato che si prova una profonda estasi, si è liberi e leggeri come l'aria, ogni volta che giungiamo a degli stati, nei quali noi non sentiamo più il nostro organismo fisico, quand'esso viene "dimenticato".
Per questo "asubha quotidiano" non abbiamo bisogno di cercare i nostri oggetti di meditazione: sono essi che vengono a noi! E, ancora, bisogna percepirli, soprattutto nei momenti delicati, quando cominciamo a cadere in preda a delle sensazioni "subha" (piacevoli). Tali sensazioni rappresentano dei concetti, che altro non sono che idee, sogni, fantasmi; non hanno, dunque, nulla di reale al di fuori del fatto che ci imprigionano negli attaccamenti ed in tutto il campo del malessere, che è loro inerente. Il concetto principale di questa pratica è, dunque, di vedere la realtà, tale quale essa è, al fine di non lasciarsi più afferrare (un numero incalcolabile di volte al minuto) dall'illusione devastante del desiderio. Il desiderio è ancora peggio dell'alcool, poiché la "sua bottiglia" è accessibile permanentemente, allo stesso modo in cui è inesauribile. Se l'alcool si accontenta di distruggere il corpo, il desiderio contribuisce a condurci verso delle dolorose rinascite. Non essendo i danni mentali causati dall'alcool, ma dal desiderio (di bere, di dimenticarci le difficoltà della realtà, di fuggire il malessere causato dal consumo dell'alcool, ecc.) e dalle conseguenze degli atti perniciosi, generati dall'ubriachezza.
Nella nostra pratica quotidiana di asubha, possiamo assumere ad oggetto tutto ciò che sorge, spontaneamente allo spirito, soprattutto quando esso comincia a trovare gradevole un corpo, la parte di un corpo, qualunque cosa gli suggerisca. Può trattarsi tanto di una persona, vista nel suo assieme; di una parte (anche limitata) di un corpo, della forma di un organismo fisico (intero, o parziale, nascosto sotto un vestito, una silouhette, un'ombra); o di qualunque cosa possa evocarci un corpo, o parte di un corpo. In ognuno di questi casi, potrà trattarsi di un individuo incrociato sul nostro cammino, di un manifesto pubblicitario, di un disegno, o semplicemente di un pensiero. Noi, allora, fisseremo tutta la nostra attenzione, in maniera neutra, su questo oggetto, allo scopo di vedere, molto semplicemente, ciò che è, in realtà. Scopriremo, allora, che non esiste altro che un assemblaggio di elementi organici, sprovvisti di ogni attrazione, o di un assieme di immagini evocatrici, ma vuote di senso, una volta isolate le une dalle altre.
Analizzando in tal modo queste visioni, la bella coscia di una graziosa giovinetta diviene comparabile ad un prosciutto di maiale; il radioso sorriso di un affascinante giovane, ad una fila di denti, circondati da un pezzo di carne, e così di seguito. Possiamo mentalmente tagliare e decomporre quanto osserviamo. Per esempio, un sorriso seducente ci appare, allora, per quello che è: un dente, più un altro, più un altro…più un labbro, più un altro, il tutto attorniato da carne, punteggiata da peli, ecc. Un altro modo di praticare è quello di ingrandire i dettagli. Vista molto da vicino, non importa quale parte tra le più attraenti di un corpo, diviene un vero orrore.
L'esercizio può divenire difficile, a causa della rapidità della mente. Il minimo pensiero del desiderare per un solo secondo, che è sufficiente ad immergerci in un potente fantasma sessuale, si compone di innumerevoli concetti e si elabora con una velocità vertiginosa. Di conseguenza, malgrado ogni eccellente determinazione, dopo qualche istante di buona concentrazione sull'aspetto asubha di un oggetto, si scivola immediatamente nel mondo incontrollabile delle grandi illusioni, dove le belle idee (poiché sono le idee, i concetti associati alle immagini, che costruiscono i fantasmi, e non le immagini di per se stesse) ci paiono, di colpo, più reali della stessa realtà. Il segreto del successo in questa meditazione? Come per il resto: è a forza di provare, spesso, che, piano piano, finiamo per giungere al meglio. Attenzione anche a non spogliare San Pietro, per vestire San Paolo. Rispondere regolarmente ai nostri desideri non favorirà la nostra eminente pratica di asubha.
Se si presenta l'opportunità, è più propizio, evidentemente, sviluppare asubha contemplando dei veri cadaveri (l'aspetto e l'odore scarteranno ogni rischio di "scivolare" verso dei fantasmi). In tale modo, come possiamo immaginare, il desiderio trova delle nette difficoltà a farsi spazio. L'altro vantaggio è che queste visioni permangono e possono più tardi (lasciando l'ossario per la città) sovrapporsi alle immagini abitualmente più attraenti per lo spirito.
Poiché, ai nostri giorni siamo più in familiarità con internet, che con gli ossari, possiamo egualmente "fare un po' di asubha" su delle foto di corpi inerti. Per trovarli, basta comunque effettuare una ricerca su "asubha", con l'aiuto di Google images.
Senza questa meditazione non abbiamo scelta, e siamo di perpetuo assoggettati alla schiavitù dei sensi. Con un po' di abitudine, il riflesso di portare una giusta visione sul corpo diviene, più o meno, automatica. Ci si presenta, allora, la scelta: sia che noi si morda l'esca, il cui retro gusto è eccellente, sia che noi si resti equanimi, optando per il comportamento saggio, che consiste a considerare la realtà, così qual è. Più siamo coscienti che la coppa contiene del veleno, più abbiamo la tendenza a immergervi le labbra, anche se sembra deliziosa. Infine, dopo un solido allenamento, non ne sentiamo neppure la scelta, poiché abbiamo un buon controllo sul nostro spirito: la nostra giusta visione diviene così stabile, che non esiste più la possibilità di cadere nelle pieghe del desiderio. Quindi, il nostro spirito ci spingerà ancora a bere del veleno, con grosse sorsate, se si abbandona l'allenamento, poiché solo il nibbāna è capace di sradicare una volta per tutte il desiderio. Al di fuori del nibbāna, asubha è il solo rimedio realmente efficace contro il desiderio carnale.
La nostra mente non agisce affatto in modo diverso. Proprio come un fotografo alla moda, ci mostra dei cliché ben sistemati, lasciando inaccessibili le "fotografie" originali. Diveniamo come un detective che voglia fare luce sulla vita privata di modelle, alla ricerca di dettagli rivelatori, per scoprire chi esse sono in verità. Per far questo, ci si interesserà esclusivamente alle foto originali, prima che attraversino il processo di ritocco.
Lo spirito "ritocca", dunque, di continuo le immagini della realtà, con un'abilità che supera largamente quella dei più grandi correttori di immagini numeriche. Qualunque corpo è pieno di imperfezioni e più ce ne avviciniamo, più possiamo distinguerle. Però, ogni volta, questo nostro spirito utilizza i suoi strumenti magici, capaci di trasformare delle streghe in fate. Ad ogni occhiata su di una forma piacevole, si valorizza una zona che evoca delle idee e delle sensazioni gradevoli; e si maschera le altre, sostituendole da qualcuno dei numerosi pezzi di immagine, lì, pronte, che conserviamo in memoria. Per esempio, se la mente prova un sentimento piacevole, lasciando lo sguardo focalizzato sulla bocca di qualcuno, non si tratta del fatto che il nostro sguardo sia caduto solo su questa bocca e si sia deciso di non guardare altro. Invece, abbiamo osservato il viso, nel suo assieme, e giudicato "non interessante" la zona esterna alla bocca. Con la pratica di asubha, ci abituiamo a vedere i corpi ed i visi, tali quali si presentano, senza scegliere alcuna zona in particolare e facendo attenzione a nulla modificare e a non adoperare lo stock di ricordi della nostra memoria.
Idealmente, dovremo evitare che il nostro sguardo entri in contatto con le forme attraenti, fatto che ci permetterà di disattivare progressivamente gli "strumenti di ritocco" del nostro meccanismo spirituale, tanto più che l'occhio agisce come una calamita (nei due sensi del termine) sul ferro delle immagini piacevoli.
Possiamo eventualmente focalizzarci sulle parti meno attraenti (come le zone pelose, rugose, foruncolose, venose, le articolazioni, ecc…) e, in caso di forme attraenti, il solo strumento che ci autorizzeremo ad utilizzare sarà la lente di ingrandimento.
Se questa abitudine verrà applicata regolarmente, ci procurerà, presto o tardi,un sollievo infinitamente più soddisfacente di ogni maniera insaziabile di godere fisicamente e pienamente del più attraente dei corpi. Proprio perché non saremo più schiavi di questo tipo di attrazione, così costoso in energia, così abbondante in frustrazione e così propizio alla cecità.
asubha riguarda solo il corpo, ma, beninteso, possiamo estendere questo modo di praticare a molte altre cose: il cibo, la musica, il conforto materiale…
Origine: Redatto per dhammadana.org
Autore: A7 Dhamma
Traduttore: Guido Da Todi
Autore: gennaio 2011
Aggiornamento: 29 settembre 2011