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Il termine pali "rukkhamūla" significa "fatto di abitare ai piedi di un albero".
"rukka" = "albero"; "mūla" = "radice".
Il bhikkhu che prende l'abitudine di dimorare sotto un albero viene chiamato un "rukkhamūlika". Quando codesta pratica viene correttamente applicata, con costanza e diligenza, con la determinazione di non interromperla, si dice che vi è un "rukkhamūlikaṅga" (stato mentale di abitare ai piedi di un albero).
Per adottare questo dhutaṅga, è opportuno pronunciare la frase seguente, sia in pali, che nella lingua di propria scelta...
«channaṃ paṭikkhipāmi, rukkhamūlikaṅgaṃ samādhiyāmi.»
"Rinuncio ai luoghi riparati da un tetto; mi abituerò ad abitare sotto un albero."
Secondo le restrizioni, esistono tre tipi di praticanti del dhutaṅga rukkhamūla:
Il bhikkhu praticante nobile del dhutaṅga rukkhamūla non è autorizzato a scegliere un albero che gli convenga, né di preparare (pulire, scopare le foglie ed i ciottoli, ecc.) il posto che egli si appresta ad occupare, sotto un albero. Però, può spostare le foglie (dal luogo ove si appresta a sistemarsi) con il piede.
Il bhikkhu, praticante intermedio del dhutaṅga rukkhamūla, può fare preparare (pulire, scopar via le foglie ed i sassi, ecc.) da una persona di passaggio il posto che si appresta ad occupare sotto un albero. In più, gli è permesso spostare le foglie (dal luogo che sta per occupare) con il piede.
Il bhikkhu, praticante ordinario del dhutaṅga rukkhamūla, può fare spianare la terra (del posto, ove conta stabilirsi) per renderla regolare, stendere una stuoia, e sistemare il suo sito (sotto l'albero, ove soggiornerà) come meglio gli sembra. Contrariamente al praticante intermedio, gli viene concesso di chiamare, in particolare, una persona (laico, novizio, ecc.) per chiedergli di compiere uno di questi servizi.
Praticando il dhutaṅga rukkhamūla si conseguono i seguenti benefici...
Nota: solo la pratica di un dhutaṅga permette di comprenderne a fondo i vantaggi.
Se un bhikkhu che pratica il dhutaṅga rukkhamūla, con l'intenzione di essere coperto da un tetto, si rifugia sotto di esso, sia pure per ascoltare il Dhamma, appena prende coscienza che sta giungendo l'alba, se resta ancora un istante ancora sotto questo riparo, egli interrompe il suo dhutaṅga. Trovandosi in una tale situazione, deve uscire e mettersi, o sotto un albero, o sulla nuda terra (in un posto senza coperture), ed eviterà, così, di distruggere il suo dhutaṅga.
Buddha diceva che vivere ai piedi di un albero non richiede alcuna spesa, non si fanno errori, ci si trova in sintonia con la quarta delle quattro autonomie (sapersi accontentare di ciò che si possiede, senza dovere dipendere da un donatore). Non esiste miglior posto di questo. Ci si trova tranquilli, con lo spirito sereno, in pace.
Nella sua ultima esistenza, Buddha è nato sotto un albero; è giunto all'onniscienza, sotto un albero; ha dato il suo primo insegnamento sotto un albero; e, finalmente, si è estinto nel parinibbāna, sotto un albero. Il posto ai piedi di un albero è quello di Buddha e degli ariyā.
Per tutte le suddette ragioni, dato che codesto (ai piedi di un albero) costituisce un luogo nobile, opportuno che i bhikkhu maturi in saggezza adottino questo dhutaṅga.
Secondo il "visuddhi magga", esistono degli alberi, ai piedi dei quali conviene abitare, ed altri sotto i quali non è opportuno dimorare. Ecco gli alberi, sotto i quali non è opportuno che viva un bhikkhu, il quale pratichi il dhutaṅga rukkhamūla:
Non conviene che un bhikkhu, che pratichi il dhutaṅga rukkhamūla abiti ai piedi di uno di questi sette tipi di albero, poiché possono procurargli del pericolo, delle noie, e disturbare la sua concentrazione; non, però, di fargli interrompere il suo dhutaṅga.
Nei commentari "buddhavaṃsa", sono esposte le 10 virtù offerte dalla pratica della residenza ai piedi di un albero:
Nei commentari "buddhavaṃsa" vengono esposti gli 8 inconvenienti di un alloggio ricoperto, o perlomeno munito di un tetto (in legno, di foglie, ecc.):
Con lo scopo di dividere il saṃgha, il monaco Devadata reclamò da Buddha cinque esigenze, tra le quali questa:.." (...) Che tutti i monaci dormano sotto un albero. Stabilite che sia un grosso sbaglio, per ogni monaco, trascorrere la notte sotto un tetto." Buddha gli rispose: " (...) Che i monaci i quali desiderano dormire sotto un albero, vi dormano! Che i monaci i quali desiderino dormire sotto un tetto vi dormano!".Quando dettagliò la propria risposta, egli precisò: " Ho autorizzato i bhikkhu che praticano il dhutaṅga rukkhamūlika a dimorare in un monastero, sino ad otto mesi all'anno.
Vedere anche: Le cinque esigenze di Devadata
Nei commentari (aṭṭhakathā) è scritto: "Colui che fa la scelta di risiedere sotto un albero, può, comunque, risiedere in un monastero (durante tutto l'anno), salvo quattro mesi di seguito."
Nel vinaya, è anche detto: "Durante il monsone (i quattro mesi della stagione delle piogge), non bisogna restare senza il monastero, sotto un albero" — e — "Durante gli altri otto mesi (stagione fresca e stagione calda) è permesso abitare sotto un albero."
A proposito del dhutaṅga abbhokāsika si legge nel vinaya: "Se un bhikkhu trascorre il vassa sulla terra priva di vegetazione, commette un dukkata." Non è, quindi, possibile praticare il dhutaṅga abbhokāsika durante il vassa. Durante il monsone, un bhikkhu che pratichi il dhutaṅga abbhokāsika è, dunque, tenuto a rimanere in un alloggio riparato.
D'altronde, il "visuddhi magga" ci dice: " Il dhutaṅga (rukkhamūlika, o, abbhokāsika) non può venire interrotto dal fatto di rimanere sotto un tetto. E' opportuno (per il praticante di questo dhutaṅga) recarsi sotto un tetto per ascoltare il Dhamma, o per dei bisogni diversi. Tuttavia, rimanendo sotto un tetto nel momento dell'alba, il (oppure, i) dhutaṅga è (o, sono) interrotto (i)."
Da queste affermazioni si deduce che la pratica dei dhutaṅga abbhokāsika non significa che si abiti per tutto il tempo sulla terra nuda di vegetazione; ci si può recare sotto un tetto, per studiare gli insegnamenti del Dhamma, per effettuare diverse procedure monastiche, come l'uposatha, la pavāraṇā..., ascoltare degli insegnamenti, ecc.. senza, pertanto, spezzare questo dhutaṅga. E la stessa cosa vale per il dhutaṅga rukkhamūlika.
Origine: Opera in birmano
Autore: Monaco Devinda
Traduttore: Guido Da Todi
Data: 2001
Aggiornamento: 29 settembre 2011