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Se il bhikkhu che ha commesso un pavārito, senza fare l'atirita, consuma dell' alimento che non è il resto di un bhikkhu gilāna, egli commette il pācittiya 35.
Un bhikkhu che ha commesso un pavārito può, senza fare errore, continuare a mangiare, sino a che non cambia postura e che il mezzogiorno solare non sia trascorso. Cambiando postura, dopo avere commesso un pavārito, un bhikkhu che mangia i resti di un bhikkhu gilāna, o che mangia dopo un atirita, non commette errori. Se un bhikkhu che ha prodotto un pavārito mangia del cibo — che non rappresenta il resto di un bhikkhu gilāna — senza avere proceduto ad un atirita, egli esprime il pācittiya 35.
Segnando una traccia con le dita (o con l'aiuto di un cucchiaio, di un pezzo di pane, ecc.) quando il contenuto della sua ciotola (o piatto) sta per essere terminato, egli commette un pavārito. Una traccia visibile con la mano all'interno di una ciotola (o di un altro recipiente che serve per mangiare) viene considerato un modo per fare comprendere che si è finito di mangiare.
Invece, se si tratta di un alimento liquido, come la minestra, non è possibile che il pavārito venga commesso con il segno delle dita, poiché non ne resteranno delle tracce visibili.
Quando gli alimenti che vengono proposti al bhikkhu, nel momento in cui egli rifiuta di venire servito, sono i seguenti, un pavārito non ha luogo: riso scoppiato (popcorn); crocchette di riso; pasticceria di riso; latte e prodotti lattari; grasso; olio; pasticceria non contenente, né carne di bue, né pesce; riso grigliato — ma, non cotto; polvere di riso grigliato; riso giovane; altri alimenti a base di riso; frutto del bambù; zuppa, o brodo cucinato con la carne, o con il pesce riposti; brodo di carne, brodo di pesce; ogni sorta di frutta; radici, qualunque sia il modo con cui sono cotti (bolliti, brasati, fritti, ecc.).
Rifiutando di farsi servire un piatto contenente uno dei "dieci tipi di carne" proibite (vedi la lista nel paragrafo "Le dieci carne proibite", alla fine del pācittiya 37), un bhikkhu non commette alcun pavārito. Allo stesso modo, se si tratta di cibo ottenuto, a causa di cure mediche apportate, a causa di venerazione sollevata, attraverso false dichiarazioni di realizzazioni (stati di ariyā, jhāna, ecc.), a causa di un acquisto, o di uno scambio, un bhikkhu non commette un pavārito se rifiuta.
Come è stato descritto, se, con la parola, o con un movimento del corpo, un bhikkhu fa comprendere che non desidera essere servito, o che ne ha abbastanza, egli commette un pavārito. Dopo avere cambiato postura, se questo bhikkhu necessita di altro cibo, deve, innanzitutto, in accordo con la procedura prevista dal vinaya, ricevere del vitto atirita.
Se, il giorno di un rifiuto ad essere nuovamente servito, un bhikkhu desidera ancora mangiare — prima di mezzogiorno — deve mettere lui stesso del cibo (tra quelli che, beninteso, sono già stati offerti) in una ciotola, in una pentola, o in un altro recipiente, per quindi domandare ad un altro bhikkhu di rioffrirglielo — nelle proprie mani; oppure, ad un kappiya, che lo dia ad un bhikkhu, che, a sua volta, lo torni ad offrire a lui, che desidera rifocillarsi ancora. Se il bhikkhu che dovrà proporgli questo alimento si trova ad una distanza superiore a due cubiti e mezzo — circa 120 centimetri — è opportuno che egli gli si avvicini, prima di chiederglielo. Quindi, gli tenderà la ciotola, pronunciando la seguente formula:
"atirittaṃ karotha bhante"
"Venerabile (i), vogliate fare — di questa ciotola di cibo — dei resti".
Dopo che il bhikkhu (che riceve la domanda) ha mangiato, oppure no, un po' di alimento, dal recipiente che l'altro bhikkhu gli ha teso, dice — in pali — a quest'ultimo:
"alametaṃ sambbaṃ"
"Ho finito di mangiare questo vitto (in riferimento a ciò che sta nel recipiente teso).
"Una volta che la procedura è stata eseguita, il bhikkhu può, allora, nutrirsi. Se si tratta dei resti di un bhikkhu gilāna, non è necessario fargli una richiesta (come sopra scritto) per mangiare.
Affinché la procedura atirita sia valida, sono necessari sette fattori:
Se questi sette fattori sono presenti, il cibo dato ad un bhikkhu che non abbia commesso un pavarito viene considerato come "resti". Il bhikkhu che desideri nuovo vitto, può, allora, consumarlo.
Se risulta difficile trovare il modo di fare atirita, è sempre possibile domandare i resti ad un bhikkhu gilāna. Per fare questo, gli si domanda se vuole finire di mangiare. Se egli risponde: "Non posso più mangiare", oppure "Ne ho a sufficienza", è sufficiente recuperare i suoi resti, per continuare a rifocillarsi, senza che sia necessario atirita e senza commettere, così, errori.
Comportandosi in tal modo, è opportuno, innanzitutto, avvicinarsi al bhikkhu gilāna. Il quale, probabilmente, esprimerà un invito a mangiare assieme a lui. A quel punto, bisognerà dirgli: "Soltanto voi, Venerabile. Mangiate, dunque!". Se questi risponde che è sazio e che non desidera più nutrirsi, il bhikkhu che ha commesso un pavārito può, allora, consumare.
In ogni caso, la miglior cosa sarà, naturalmente, quella di evitare di compiere un pavārito. Così, se un bhikkhu desidera non farsi servire momentaneamente, piuttosto che affermare: " Ne ho abbastanza", oppure fare un segno di diniego con la mano, dovrebbe dire qualcosa, come: "Per il momento va bene", o"Se ne avrò bisogno, ve lo farò sapere" (nel secondo caso, si tratterà di chiedere di farsi servire un piatto, che era già stato offerto).
Un'altra maniera consiste nel dire alla persona che propone una pietanza, avanzando per servirla: "Una volta offerta, posatela semplicemente". Se non tocca un piatto, ed un laico propone verbalmente ad un bhikkhu di servirsi ancora di una pietanza già data, quest'ultimo dovrà rimanere silenzioso, o dire qualcosa, come: "Va bene, me ne servirò se ne ho bisogno"; in tal caso, non commette un pavārito. Al contrario, ne compie uno se risponde che ne ha abbastanza, e che è servito.
Origine: Testi in birmano
Traduttore: Guido Da Todi
Data: 2000
Aggiornamento: 29 settembre 2011