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sviluppo del pārājika 2

I fattori della decisione

Se un bhikkhu ruba un oggetto, per sapere se ha commesso, oppure no, il pārājika 2, vi sono cinque fattori che bisogna prendere in considerazione, onde assumere la decisione che si impone:

  1. considerazione dalla parte del proprietario dell'oggetto rubato
  2. epoca durante la quale l'oggetto è stato rubato
  3. luogo nel quale il furto è stato commesso
  4. valore dell'oggetto rubato
  5. utilizzazione dell'oggetto rubato

Se un bhikkhu si impadronisce di un oggetto abbandonato dal suo proprietario, non commette il pārājika 2. Se un bhikkhu che, con l'intenzione di rubare, si impadronisce dell'oggetto che qualcuno ha, prima, perduto in cammino, e, in seguito, abbandonato, abbandonando l'idea di ricercarlo, egli non commette il pārājika 2. Rubando un oggetto che appartiene ad un animale, oppure ad un deva, il pārājika 2 non viene commesso.

Per sapere se il valore di un oggetto rubato supera, oppure no, l'ammontare critico (il quarto della valuta utilizzata nel luogo ed al momento del furto), è necessario calcolarlo. Eseguendo questa valutazione, bisogna prendere in considerazione l'epoca, il luogo e l'utilizzo dell'oggetto per stimarne il valore allo scopo di prendere una giusta decisione. Se nel tempo e nel posto ove la decisione viene presa, il valore dell'oggetto rubato supera la soglia critica, ma se all'istante e nella zona ove il furto fu commesso il suo valore era, invece, inferiore a questa soglia, il pārājika 2 non è commesso.

Se un oggetto usato non ha più il suo valore di acquisto, bisogna tenerne conto. Se un bhikkhu ruba un oggetto, il cui costo è inferiore al valore critico e superiore al quinto di questo valore, egli commette un thullaccaya. Se questo costo è uguale, oppure inferiore al quinto di tale valore, egli commette un dukkata.

I 25 tipi di furto

Per quanto riguarda il pārājika 2, in riferimento alla natura del furto, al suo momento, al luogo del furto, alle condizioni del furto ed al metodo dello stesso, i testi del vinaya e quelli degli aṭṭhakathā raggruppano venticinque tipi di furto, di cui ecco i dettagli...

1- Furto per acquisto illegale (1)

Un bhikkhu si impadronisce illegalmente di un edificio, di una casa, di un campo, di un giardino, di un magazzino, di oro, di argento, ecc. (oggetti non viventi). E'chiamato davanti alla giustizia ed in tribunale; e insiste che il proprietario dell'oggetto non è tale. Se il proprietario è condannato, al momento del verdetto, oppure abbandona il processo, accettando la sua sconfitta, il bhikkhu commette il pārājika 2. Tuttavia, se il proprietario si appella in tribunale, o il processo è sempre in corso, il pārājika 2 non è ancora commesso. Se, alla fine del ricorso, il proprietario è sconfitto, viene commesso il pārājika 2 (ādiyeyya).

2- Furto di ciò che si trasporta personalmente (1)

Un bhikkhu, che trasporta un oggetto (non vivente) che appartiene a qualchedun altro, lo sposta, mentre cammina, con l'intenzione di rubarlo. Per esempio, portandolo sulla testa, lo trasferisce sulla propria spalla, o si allontana dal percorso che si ritiene debba venire seguito. Al primo passo che effettua, egli commette un thullaccaya e, già al secondo passo, il pārājika 2 è realizzato (hareyya).

3- Furto per negazione (1)

Qualcuno affida un oggetto (non vivente) che possiede ad un bhikkhu, oppure il bhikkhu lo prende in prestito, o se ne impadronisce. Al momento in cui il proprietario lo reclama, il bhikkhu, per non rendere l'oggetto, risponde che non lo ha, o che non sa dove si trova. Non appena il proprietario reputa che il suo oggetto è perso, il bhikkhu commette un pārājika 2. (avahareyya).

4- Furto per deviazione (1)

Una persona fa trasportare da qualcuno un oggetto (non vivente), di cui è proprietario. Un bhikkhu, con l'intenzione di rubarlo, ottiene, sia con uno stratagemma, sia con la minaccia, sia con qualunque altro mezzo, da chi doveva portarlo, che questi modifichi il proprio percorso, per inoltrare l'oggetto in un luogo diverso da quello previsto dal proprietario. Se, in conformità con quanto il bhikkhu ha chiesto, il trasportatore modifica il proprio percorso, al primo passo effettuato da questi, il bhikkhu commette un thullaccaya e, già al secondo passo, egli compie il pārājika 2 (iriyāpathaṃ vikopeyya).

5- Furto per spostamento (1)

Se, con l'intenzione di rubare, un bhikkhu sposta dell'oro, dell'argento, del riso, o qualunque cosa che appartiene ad altri (oggetto non vivente) di fosse pure lo spazio di un capello, il furto è commesso. Per questa ragione, i venerabili specialisti del vinaya raccomandano di essere molto attenti, riguardo alle cose degli altri. E' preferibile non toccarle, né per curiosità, né macchinalmente, ed evitare pure di raccoglierle, se i loro proprietari le hanno lasciate cadere a terra.

Con spirito onesto, un bhikkhu prende un oggetto appartenente ad altri. Nel momento in cui lo esamina, desidera possederlo. Se nasce, sia pure per un attimo, l'intenzione di rubare e se il bhikkhu depone l'oggetto in un posto diverso da quello d'origine, egli commette il pārājika 2 (ṭhānāsāveyya).

Il pārājika 2 è talmente sottile, che un bhikkhu può commetterlo senza neppure saperlo.

Nota: I tipi di furto dal n° 1 al n° 5 sono identici ai tipi di furto dal n° 6 al n° 10; con la differenza che i cinque primi riguardano gli oggetti non viventi, mentre i cinque seguenti si riferiscono a quelli viventi.

6- Furto attraverso l'acquisto illegale (2)

Un bhikkhu si impadronisce illegalmente di un elefante, di un cavallo, di un bufalo, di una vacca, ecc. (oggetto vivente). E'chiamato davanti alla giustizia ed in tribunale; e insiste che il proprietario dell'oggetto non è tale. Se il proprietario è condannato, al momento del verdetto, oppure abbandona il processo, accettando la sua sconfitta, il bhikkhu commette il pārājika 2. Tuttavia, se il proprietario si appella in tribunale, o il processo è sempre in corso, il pārājika 2 non è ancora commesso. Se, alla fine del ricorso, il proprietario è sconfitto, viene commesso il pārājika 2 (ādiyeyya).

7- Furto, riferito a quanto si trasporta da se stessi (2)

Se un bhikkhu, trasportando un oggetto vivente (come un bufalo, una vacca, ecc.) che appartiene ad altri, durante il tragitto, invece di condurlo alla località voluta dal proprietario, modifica, con intenzione di rubare, il suo percorso, oppure lo rimuove dal posto originario che occupava nel mezzo di trasporto (per esempio, mette una gallina in un'altra cassa, oppure una capra in un diverso angolo del carro) egli commette il pārājika 2. (hareyya).

8- Furto per negazione (2)

Qualcuno affida un bufalo, una vacca, un maiale, un pollo, ecc. (oggetto vivente) che possiede ad un bhikkhu, oppure il bhikkhu lo prende in prestito, o se ne impadronisce. Al momento in cui il proprietario lo reclama, il bhikkhu, per non rendere l'oggetto, risponde che non lo ha, o che non sa dove si trova. Non appena il proprietario reputa che il suo oggetto è perso, il bhikkhu commette un pārājika 2. (avahareyya).

9- Furto per deviazione (1)

Il proprietario di un bufalo, di una vacca, ecc. (oggetto vivente) lo fa trasportare da qualcuno. Un bhikkhu, con l'intenzione di rubarlo, ottiene, sia con uno stratagemma, sia con la minaccia, sia con qualunque altro mezzo, da chi doveva portarlo, che questi modifichi il proprio percorso, per inoltrare l'oggetto in un luogo diverso da quello previsto dal proprietario. Se, in conformità con quanto il bhikkhu ha chiesto, il trasportatore modifica il proprio percorso, al primo passo effettuato da questi, il bhikkhu commette un thullaccaya e, già al secondo passo, egli compie il pārājika 2 (iriyāpathaṃ vikopeyya).

10- Furto per spostamento (2)

Se, con l'intenzione di rubare, un bhikkhu sposta un bufalo, una vacca, un maiale, un pollo, o qualunque animale che appartiene ad altri (oggetto vivente) dal luogo ove è stato posto, il pārājika 2 viene immediatamente commesso (ṭhānāsāveyya).

Nota: I tipi di furto dal n° 1 al n° 10 riguardano i fattori che determinano la posizione dell'oggetto rubato.

11- Furto compiuto da soli

Se un bhikkhu ha intenzione di rubare un oggetto che appartiene ad un altro, sia minacciandolo con un'arma, sia scippandolo, appena egli tocca l'oggetto desiderato, compie un dukkata. Se lo muove (ad esempio, scuotendo un sacco per sganciarlo, o facendo girare una cassetta in un posto, per soppesarlo) egli commette un tullaccaya; e se lo sposta, commette un pārājika 2 (sāhattika).

12- Furto compiuto da un'altra persona, quando le vengono indicati il momento e il modo di rubare

Se un bhikkhu fa rubare un oggetto da un'altra persona, precisandole il momento e la maniera con cui lo dovrà fare, nell'attimo stesso in cui dà le consegne per il furto egli commette un dukkata. Se il furto viene effettuato, a quel punto il bhikkhu commette il pārājika 2 (āṇattika).

13- Furto, non tenendo nulla su di sé

Con un'intenzione di rubare, un bhikkhu deposita, oppure lancia un oggetto in un luogo privo di sorveglianza, o di controllo. Attraversa, così, liberamente, la zona della verifica, davanti a guardiani, o ispettori, non portando nulla su di sé. Per esempio, un bhikkhu si ritrova nei locali di un'officina. In una zona non vigilata di questa officina, con un'intenzione di rubare, in un modo o nell'altro, fa passare del materiale ad un complice che si trova dall'altra parte del muro, o della barriera. Quindi, non portando nulla addosso, il bhikkhu esce dal fabbricato, passando liberamente davanti ai guardiani. Quando egli fa passare un oggetto, all'insaputa dei guardiani, al di fuori del recinto dell'officina (sia lanciandolo, che posandolo), appena egli lo lascia, commette il pārājika 2.

In passato, alla frontiera delle province, su terra come su mare, c'erano dei rappresentanti del re, incaricati di incassare delle tasse, dai viaggiatori. Ai nostri giorni, negli aeroporti, nei porti o sulle frontiere vi sono dei caselli doganali, nei quali si debbono versare alcune tasse, su quanto si registra ufficialmente quando ci si reca all'estero. Traversando una di queste dogane, in una maniera o nell'altra, il bhikkhu si arrangia a far passare un oggetto, che deve pagare una tassa, all'altro lato del posto di controllo, all'insaputa dei doganieri. Appena se ne libera, egli commette il pārājika 2.

Un bhikkhu inserisce un oggetto, gravato di tasse, nel collare di un cane ammaestrato, o di un altro animale, sì da potere attraversare liberamente il casello della dogana. Il pārājika 2 viene commesso appena l'animale attraversa il casello, avanti, o dopo il bhikkhu; chiamato, oppure no da questi.

Se un bhikkhu trasporta da un luogo all'altro, conserva, o nasconde degli stupefacenti, o dei prodotti, o degli oggetti illegali, egli commette il pārājika 2 (nissaggiya).

14- Furto tramite un'altra persona, a cui non si precisa né il momento, né il modo di rubare

Un bhikkhu chiede ad un'altra persona di rubare, non precisandole, né il momento, né la maniera. Se questa persona ruba tale oggetto, nel tempo ad essa più conveniente e come può, il bhikkhu commette il pārājika 2 non appena ha dato la consegna di rubare (attasādhaka).

15- Furto, facendo cedere il proprietario

Qualcuno affida un oggetto al bhikkhu. Quando glielo chiede indietro, il bhikkhu pretende di non averlo mai preso in prestito. Se il proprietario ha un dubbio, non sapendo se il bhikkhu gli renderà la sua proprietà, oppure no, il bhikkhu commette un thullaccaya. Se il proprietario si convince che il bhikkhu non gli darà indietro quel che è suo, quest'ultimo commette il pārājika 2. Se un bhikkhu non rende un oggetto che gli è stato prestato, oppure affittato; se non rimborsa il denaro prestatogli, se non risarcisce una persona danneggiata, se non mantiene i suoi impegni, riguardo alle scommesse, o ai giochi con soldi; se, quando ha ottenuto un oggetto in modo illegale, viene accusato e, in tribunale, è il proprietario a perdere il processo; oppure, egli nasconde un oggetto, ricoprendolo, in modo che il suo proprietario non lo trovi più, in tutti questi casi, se il proprietario resta nel dubbio se troverà, oppure no, quanto possedeva, il bhikkhu commette un thullaccaya. Appena il proprietario considera che la sua proprietà è persa, il bhikkhu commette il pārājika 2 (dhuranikkhepa).

Nota: I tipi di furto N° 1, 3, 6, 8 e 24 sono simili. In questi tipi di furto viene indicato il modo di agire del ladro. Nella maniera di rubare n° 15, si tratta dello stato mentale del proprietario.

16- Furto, generando il pārājika, prima che sia effettuato

Un bhikkhu fa eseguire un furto, oppure un saccheggio ad un'altra persona. Se questa persona realizza tale furto, o tale saccheggio, il bhikkhu commette il pārājika 2 all'istante in cui ha commissionato il furto. Avrà, quindi, commesso il pārājika 2 prima ancora che il furto venga effettuato. Tuttavia, se il furto non avviene, il pārājika 2 non scatta. (pubbapayoga).

17- Furto che genera istantaneamente il pārājika

Quando un bhikkhu si impadronisce di un oggetto mobile per rubarlo, egli commette il pārājika 2 simultaneamente, nell'istante medesimo in cui rimuove questo oggetto.

Per quanto concerne gli oggetti immobili, come i giardini, i frutteti, i campi, se un bhikkhu, intendendo rubare, disloca un paletto di confine, piantandolo nella proprietà di un altro, con lo scopo di appropriarsi di terreno, egli commette il pārājika 2 nello stesso istante in cui il paletto tocca il suolo.

Un bhikkhu corrompe un impiegato, incaricato di misurare delle terre, affinché questi prenda delle misure scorrette, in modo da sconfinare sul terreno di un altro proprietario. Piantando il paletto per marcare la falsa delimitazione, nel momento stesso in cui l'impiegato dà il primo colpo di mazza, il bhikkhu commette il pārājika 2.

Una piccola diga separa la risaia di un bhikkhu da quella di un altro proprietario. Se il bhikkhu la sposta dalla sua risaia, in direzione di quella dell'altro proprietario, vi è furto di terreno. Accade la stessa cosa arando in modo trasversale, per guadagnare del terreno sul campo di un altro proprietario; come pure, se si allarga il proprio terreno, spostandone la recinzione su un sentiero di terra. In ogni caso, nei 25 tipi di furto, bisogna tenere bene in conto di quelli che entrano in considerazione (sahapayoga).

18- Furto costituito da un comune accordo

In base ad un accordo comune, qualche bhikkhu decide di volere un oggetto, dicendosi che chi tra di essi ne avrà l'occasione se ne impadronirà. Anche se un unico bhikkhu resta il solo a godere l'oggetto bramato, commettono il pārājika 2 tutti i bhikkhu che si erano messi d'accordo. Benché non lo si abbia commesso di persona, il fatto di approvare completamente un altro furto, produce il medesimo stato di coscienza del ladro (saṃvidhāvahāra).

19- Furto effettuato da un'altra persona, dando ad essa le consegne

Si tratta di un furto che un bhikkhu fa compiere ad un'altra persona, precisandole sia il momento, che il modo di occuparsene, oltre che indicandole l'oggetto di cui si deve impadronire. Se il furto è comandato per un giorno stabilito e la persona inviata lo effettua l'indomani, non vi è errore per il bhikkhu. E' la stessa cosa se l'oggetto rubato non è quello richiesto. Tuttavia, se con un atteggiamento male intenzionato, un bhikkhu fa commettere un furto da un'altra persona, cercando di agire d'astuzia con il vinaya, e gli indica, volontariamente, in modo ambiguo, il momento, oppure l'oggetto da prendere, in modo da sfuggire alla regola in questione, egli non si libera dal pārājika 2 (siṅketakamma).

20- Furto effettuato da un'altra persona, utilizzando un segnale

Se un bhikkhu fa compiere un furto ad un'altra persona, utilizzando un segnale, come: una strizzata d'occhio, un gesto della mano, o del piede, un segnale luminoso, il riflesso di uno specchio, un fischio, un suono di tamburo, ecc. egli commette il pārājika 2 nel momento stesso in cui dà il segnale (nimittakamma).

Nota: I tipi di furto dal n° 16 al n° 20 precisano in quale momento il pārājika viene commesso.

21- Furto all'insaputa del proprietario

Se un bhikkhu ruba un oggetto senza che il proprietario lo sappia, sia con l'effrazione, sia approfittando della disattenzione del proprietario, sia praticando il pickpocket, sia emettendo della moneta falsa, sia simulando una dichiarazione di imposta per pagare di meno, sia imbrogliando sulle misure, durante uno scambio di merci; se , in una maniera, o nell'altra, egli ruba all'insaputa del proprietario, commette il pārājika 2.

1. Truffa con dei pesi:

Fabbricando due pesi identici ad occhio nudo; uno, più pesante, per l'acquisto della merce e l'altro più leggero, per la vendita. Utilizzando dei semi di "pavonina" (pianta, di cui si utilizzano i semi in oreficeria, e che pesano circa 0,35 grammi) immersi nell'olio, per l'acquisto di mercanzia.

2. Truffa con una bilancia:

Utilizzando il lato di una bilancia, il cui braccio è più pesante dell'altro, per pesare quel che si vende. Riempiendo di limatura di ferro il braccio vuoto di una bilancia, per farla scivolare in un senso, oppure nell'altro (in funzione a quanto si vende, o si compera), per modificare il peso della merce a proprio vantaggio. Curvando l'indicatore di una bilancia, o rendendolo mobile, praticandogli un foro alla base, per poterlo fare pendere, in verso, o in quello opposto.

3. Truffa con il contenuto degli imballi:

Versando la merce acquistata (cereali, riso, zucchero, ecc.) in un recipiente (vaso, cassa, cartone, ecc.) sino a stiparvela. Versando velocemente la merce, di modo che ve ne sia di meno quando la si vende; oppure, versandola lentamente, per metterne una massima quantità, quando la si compra. Utilizzando un grande paniere per misurare quel che si acquista, oppure utilizzandone uno piccolo, per valutare quello che si vende.

4. Truffa con un recipiente per misurare

Utilizzando un grande recipiente per misurare la quantità di olio, dell'essenza, ecc. quando si tratta di acquistarli ed uno piccolo, quando si deve vendere. Versando rapidamente perché ve ne sia il meno possibile quando li si vende, o versando lentamente perché ve ne sia la maggior quantità possibile quando li si acquista. Ed utilizzando un recipiente con il fondo bucato, occupando parecchio tempo per versare la merce che deve essere venduta, allo scopo di lasciarne colare dal buco, per, poi, recuperarla.

5. Altre truffe di ogni genere

Alzare i prezzi di quanto si vende (per esempio, durante una vendita di materiale monastico, fare lievitare esageratamente i prezzi, allo scopo di trarne il massimo dei profitti). Vendere dei falsi, pretendendo che siano autentici. Barare ai giochi di carte, quando del denaro, o degli oggetti di valore sono la posta. Praticare l'alchimia, o altri metodi disonesti., destinati a fabbricare, o a moltiplicare dell'oro, dell'argento, o altre materie preziose. Utilizzare per il proprio profitto personale il denaro di una colletta, che è stata organizzata, adducendo a sua causa la costruzione, o il rinnovo di un monastero, o di qualcosa legata al Dhamma. Domandare ed utilizzare una somma di denaro, che serva a coprire delle spese di viaggio eccedenti i bisogni reali (o il massimo autorizzato per legge, o per regolamento).

Il cittadino maligno ed il cacciatore forestiero

Ecco una storia tratta dagli aṭṭhakathā, che descrive una maniera di frodare, quando un furto viene effettuato, all'insaputa del proprietario.

Un cacciatore forestiero si recava in città per vendere un grande ed un piccolo cervo. Durante il tragitto, incrociò un cittadino malizioso, che gli chiese il prezzo dei cervi. Il cacciatore replicò che il grande cervo costava duecento franchi ed il piccolo cervo ne costava cento (la valuta del franco viene utilizzata nella traduzione francese per delle ragioni di scorrevolezza). Dopo avere dato cento franchi al cacciatore, il cittadino prese il piccolo cervo e se ne andò. Compiuto qualche passo, egli fece un mezzo giro verso il cacciatore e gli disse: "Con i cento franchi che vi ho appena dato, aggiunti ai cento del valore del piccolo cervo — che, pure, vi rendo ora, raggiungiamo i duecento franchi, con i quali vi compro il grande cervo." Il cacciatore, con la mente un pò confusa, dette il grande cervo al cittadino. Se, allo stesso modo narrato nel racconto, un bhikkhu scrocca del materiale, o dell'argento a qualcuno, tramite l'espediente di un linguaggio maligno ed ingannatore, egli commette il pārājika 2.

22- Furto, con l'utilizzo della forza

Attraverso la forza umana, quella delle armi, o di ogni altro strumento, un bhikkhu impiega la minaccia per ottenere i beni altrui. Se ricorre alla violenza per estorcere del denaro, o si mostra corrotto per ottenere dei guadagni, e in tutti i casi i cui i proprietari vengono separati dai loro beni, senza approvazione, o sotto l'effetto della paura. Si tratta, allora, di un furto. Di conseguenza, il bhikkhu commette il pārājika 2 (pasayhāvahāra).

23- Furto effettuato con dubbio

Nel momento in cui un bhikkhu prende un oggetto, senza una definitiva scelta di impadronirsene, e suppone: "Lo ruberò soltanto se ne avrò l'occasione; se no, lo rimetto al suo posto"; oppure: " Se si tratta di un oggetto che può tornarmi utile, lo rubo; se no, lo rimetto al suo posto."! Questo è un modo di rubare.

Un bhikkhu entra in un casa, il cui proprietario è assente. Senza nascondersi, si impadronisce di un oggetto, decidendo che se il proprietario se ne accorgerà, egli lo riporrà al suo posto; in caso contrario, lo ruberà. Nell'istante in cui attraversa la porta, verso l'esterno, egli commette il pārājika 2. Se, dall'inizio, nasconde l'oggetto (coprendolo con la sua veste, ad esempio), che egli superi oppure no la porta d'entrata, all'interno medesimo della casa, nel momento stesso in cui si impadronisce dell'oggetto, il bhikkhu commette il pārājika 2.

Un bhikkhu entra in una casa, nella piena oscurità, per rubare, e trova un abito. Non riuscendo ad identificarlo, si dice che se si tratta di un abito maschile, lo ruberà; se l'abito è femminile, lo lascerà stare. Presa la sua decisione, esce dalla casa, afferrando l'indumento. Se si tratterà di un abito maschile ed il bhikkhu seguirà la sua decisione, il pārājika 2 sarà commesso dal momento in cui egli si sarà impadronito del vestito. Se, trattandosi di un abito femminile, egli lo lascia stare, il furto non si realizza. Il pārājika 2 non viene dunque effettuato; ma, se il bhikkhu si dice: "Non era quello che volevo fare, ma, visto che, ora, ce l'ho in mano, lo prendo", pārājika 2 si realizza. (parikappāvahāra).

24- Furto, nascondendo un oggetto

Ai bordi di un fiume, qualcuno che ha posato il suo anello, sta facendosi il bagno. Affinché questi non ritrovi più il suo gioiello, il bhikkhu, con intenzione di rubare, lo nasconde sotto l'erba. Dopo avere cercato invano il suo anello, il proprietario se ne va. A quel punto, il bhikkhu lo recupera. Dal momento il cui il bagnante abbandona la ricerca di quanto possiede, il bhikkhu commette il pārājika 2. Se, poi, per non fargli ritrovare il suo gioiello, il bhikkhu lo avesse interrato nella sabbia, o nel fango — per farvelo sparire — o gli avesse dato un colpo di piede, per spostarlo via da dove si trovava, egli avrebbe commesso il pārājika 2 da quello stesso momento (paṭicchannāvahāra).

25- Furto, con modificazione della marca, o manipolando carta

Durante una estrazione di fortuna, se un bhikkhu scambia il suo biglietto con quello di un'altra persona, a sua insaputa; se si arrangia per ottenere un biglietto vincente, ancor prima di estrarlo a sorte; se vende articoli imitati, sotto un'altra marca, o sotto un altro nome; se ottiene un impiego, grazie al diploma, o al certificato di un'altra persona, avendo ricorso alle menzogne, o simulando cose non vere; se, per impadronirsi di un oggetto di valore che appartiene ad altri, lo scambia discretamente con un'imitazione, che gli somiglia; o, ancora, se cancella il nome di una persona, scritto su di un oggetto, ponendovi il proprio, allo scopo impadronirsene, egli commette il pārājika 2 (kusāvahāra).

Nota: Qui, finisce la spiegazione delle 25 tipologie di furto. Se un bhikkhu, perpetra uno di questi 25 tipi di furto, commette il pārājika 2.

Precedenti ed esempi

Scorgendo un abito di molto valore, un bhikkhu ebbe l'intenzione di rubarlo. Poiché era in dubbio se avesse, oppure no, commesso il pārājika 2 si andò ad informare presso Buddha, che gli disse: " Se esiste la sola intenzione, non esiste errore".

Scorgendo un abito di molto valore, un bhikkhu lo esamina, carezzandolo, con intenzione di rubarlo. Egli commette un dukkata. Se, con la medesima intenzione, muove questo abito, egli commette un thullaccaya. Se gli cambia posto, egli commette il pārājika 2.

Un giorno, un bhikkhu vide un oggetto. "Questa notte, lo ruberò" — decise. Caduta la notte, lo trafugò e commise, così, il pārājika 2. Se avesse rubato un altro oggetto dello stesso valore di quello che credeva di prendere, avrebbe egualmente commesso il pārājika 2. Tuttavia, se si fosse impadronito di un oggetto che gli apparteneva, credendo di rubare quello di qualcun altro, non avrebbe commesso il pārājika 2; ma, semplicemente un dukkata.

Mentre trasporta le cose di un'altra persona sulla testa, un bhikkhu le esamina, con intenzione di rubare. Mettendovi le mani sopra, egli commette un dukkata. Muovendo un oggetto, egli commette un thullaccaya, e, avendo sempre con la stessa intenzione, se sposta questo oggetto dalla sua testa alla spalla, commette il pārājika 2.

Un bhikkhu ha disteso la sua veste in terra allo scopo di farla asciugare. Vedendola, preoccupato che non sparisca, un altro bhikkhu la raccoglie, per sistemarla in un luogo più sicuro. Il bhikkhu che aveva spiegata la sua veste, non trovandola più, domanda, allora: " Chi ha rubato la mia veste?"Il bhikkhu che l'ha sistemata, gli risponde: " Sono io, che l'ho rubata!". Il bhikkhu proprietario dell'abito, scontento, accusa l'altro: " Tu non sei più un bhikkhu!" Per chiarire questo malinteso, tutti e due si recarono da Buddha, che domandò al bhikkhu che aveva collocata la veste: " In quel modo avete risposto al bhikkhu proprietario dell'abito?" — "Nello stesso tono suo, Signore. Utilizzando lo stesso linguaggio" — egli rispose al Perfetto; che disse loro, quanto, in questo caso, non vi fosse alcuno sbaglio (visto, che non esisteva una cattiva intenzione).

Un bhikkhu che, prendendo un vestito, volato via, e trasportato dal vento verso di lui, si dice: "! Lo renderò al suo proprietario" non commette evidentemente un errore. Mentre, un bhikkhu, che raccoglie, con intenzione di rubarlo, un abito trasportato dal vento e se lo tiene, commette il pārājika 2.

Andando in un ossario, un bhikkhu recupera un tessuto dal corpo di un cadavere non ancora decomposto. Questo cadavere è posseduto da un peta, che dice al bhikkhu di non prendere questo tessuto. Senza ascoltarlo, il bhikkhu si impadronisce della veste e se ne va. Il cadavere si alza e segue il bhikkhu. Giungendo al vihāra, quando il bhikkhu richiude la porta, dietro di lui, il cadavere, abbandonato dal peta, cade in quel posto. Quando Buddha venne messo al corrente di ciò, dichiarò che il bhikkhu in questione non aveva commesso alcun pārājika. Ciononostante, egli stabilì che i bhikkhu, i quali dovessero prendere dei tessuti da sopra dei cadaveri non ancora decomposti, avrebbero commesso un dukkata.

Nota: Per confezionarsi le loro vesti, i bhikkhu avevano l'abitudine di recuperare dei pezzi di tessuto negli ossari (o cimiteri) e nelle discariche, per cucirli assieme, sino ad ottenere una buona taglia. Quindi, tingevano il tutto con della scorza di certi alberi, come il jaquier, per dare un colore rossastro uniforme al vestito. Nei tempi moderni, questa tradizione è divenuta molto rara.

Durante una riunione del saṃgha, a seguito di un tiraggio a sorte, destinato a dare delle vesti che sono state offerte al saṃgha, un bhikkhu ha cambiato il suo biglietto con un altro vincente e così ha potuto prendere un abito. Questo bhikkhu ha commesso il pārājika 2.

Una volta, dopo essersi fatto il bagno, il Venerabile Ananda si rivestì con la veste inferiore di un altro bhikkhu, pensando che fosse la sua. Dopo essere andato ad informarsi da Buddha, per sapere se avesse, oppure no, commesso uno sbaglio, il Perfetto gli rispose che un bhikkhu, il quale credendo di prendere le proprie cose, piglia quelle di un altro, non commette errore.

Una volta, dopo avere recuperato i resti del cibo di leoni e di altri felini, dei bhikkhu li hanno cotti e consumati. Quando Buddha venne informato di questo, egli attestò che un bhikkhu non commetteva errore prendendo delle cose recuperate, oppure conservate da degli animali.

Durante una distribuzione che divideva del cibo offerto al saṃgha, un bhikkhu, che aveva già ricevuto la sua parte, volendone ancora, ne andò a chiedere di nuovo, adducendo che fosse destinata ad una altro bhikkhu. Egli, non avendo rubato il cibo, ma avendo detto una menzogna, ha commesso il pācittiya 1.

Con intenzione di rubare, un bhikkhu, dopo essere entrato nella cucina del monastero, ha riempito la sua ciotola di vitto. Questo bhikkhu ha commesso il pārājika 2 (anche se esso era destinato a venirgli offerto).

Se, con volontà di rubare, un bhikkhu muove un sacco posto su di un tavolo, egli commette il pārājika 2. Con la stessa intenzione e dicendosi: "Se non muovo quanto sta sulla tavola, non commetto errori", un bhikkhu muove soltanto la tavola. Pensando di essere furbo, questo bhikkhu ha fatto il pārājika 2.

Una volta, c'erano due bhikkhu, molto amici. Un giorno, mentre uno di essi era partito per la sua ronda di ricerca del cibo, l'altro restò al monastero e mangiò il cibo, lì distribuito., Dopo di ciò, considerando che tra amici ci si potevano permettere molte libertà, e che quello era già andato a cercare da mangiare, consumò anche la sua parte. Il bhikkhu, andato a fare la ronda, al suo ritorno, molto scontento, accusò l'amico di averlo derubato e di avere commesso il pārājika 2. Si recarono a spiegarsi da Buddha, il quale specificò che, chi prende qualcosa da un amico, con l'dea di rendere un servizio, non commette errore.

Una volta, durante una distribuzione di cibo in un monastero, un bhikkhu prese la sua porzione, usando la ciotola di un altro bhikkhu; e la posò per un istante. Il proprietario della ciotola, vedendola, pensò che gli avessero servito la sua porzione, e si mise a mangiare. Ritornando, e vedendo qualcun altro mangiare ciò che supponeva fosse suo, il primo bhikkhu lo accusò: " Voi non siete più bhikkhu!". Dopo che si furono recati da Buddha, costui dichiarò loro che un bhikkhu c he si impadronisce di qualcosa che appartiene ad un altro, credendo che sia la propria, non commette errore.

Una volta, dei ladri volevano mangiare dei manghi, cogliendoli dall'albero. Colti all'improvviso dai proprietari, lasciarono in terra tutti i manghi presi. Vedendo questi manghi e credendoli abbandonati, dei bhikkhu, che passavano da là, li raccolsero per rifocillarsi. Accusando i bhikkhu di avere commesso il pārājika 2, i proprietari dei manghi andarono da Buddha, il quale spiegò loro che se un bhikkhu prende qualcosa, credendola abbandonata, non commette il pārājika 2.

Tuttavia, se dei ladri, inseguiti dai proprietari di un albero di mango, abbandonano i manghi rubati, e, con intenzione di fare un furto, dei bhikkhu si impadroniscono di questa frutta, dicendo: "Mangiamo questi manghi, prima che i proprietari ci vedano!", essi commettono tutti il pārājika 2.

Una volta, una persona che aveva con sé un rubino di valore, viaggiava assieme ad un bhikkhu. Proprio prima di passare al posto della dogana, ha fatto scivolare il rubino nel sacco del bhikkhu, a sua insaputa. Questo bhikkhu, non sapendo nulla, non ha commesso uno sbaglio, anche se i doganieri scoprirono il rubino.

Allo stesso modo, una persona che viaggia con un bhikkhu, prima di passare davanti ad un ufficio doganale, con il pretesto di essere malato, gli chiede un aiuto per trasportare le sue cose. Gli affida, così, un pacchetto che, all'insaputa del bhikkhu, contiene dei rubini. Superato l'ufficio doganale, la persona confessa al bhikkhu la ragione della sua precedente commedia. Immerso nel dubbio morale, il bhikkhu va a confidarsi a Buddha, il quale gli spiega che, avendo completamente ignorato la presenza di rubini nel pacchetto trasportato, egli non aveva commesso alcun fallo.

Se un commerciante dallo spirito tortuoso, imbrogliando con parole maliziose un bhikkhu, giunge a convincerlo di superare l'ufficio doganale con un rubino, questo bhikkhu commette il pārājika 2.

Preso da pietà, nel vedere un cervo imprigionato da un laccio, un bhikkhu lo libera. Non ha commesso errori. Se si fosse detto, con volontà disonesta: "Lo stacco, prima che il suo proprietario se ne accorga", agli avrebbe compiuto il pārājika 2.

Una volta, dopo essersi consultati tra di essi, un gruppo di bhikkhu decise di commettere un furto. In accordo con questa determinazione, uno dei bhikkhu lo effettuò. A seguito di ciò, gli altri bhikkhu pretesero che solo colui che si era impadronito dell'oggetto desiderato avesse commesso il pārājika 2, e non loro. Quando Buddha venne consultato in proposito, affermò che tutti i bhikkhu che si erano consultati su questo furto avevano prodotto il pārājika 2.

Un giorno, si formò un gruppo di bhikkhu, con lo scopo di rubare qualche cosa. Una volta compiuto il furto, dividendosi l'oggetto in questione, il valore della parte che ognuno ricevette era inferiore ad un quarto della valuta (vedere il paragrafo "definizione" del pārājika 2). Questi bhikkhu pensavano così di non avere commesso il pārājika 2. Però, assemblando tutte le parti che costituivano l'oggetto del furto, si ottiene un valore che supera il quarto della valuta. Buddha spiegò che tutti questi bhikkhu avevano commesso il pārājika 2.

Una volta, dei bhikkhu invitati in un monastero si divisero e mangiarono dei manghi, offerti al saṃgha, che erano immagazzinati in un angolo dello stesso monastero. I bhikkhu residenti li accusarono del furto. Buddha notificò, allora, che, visto che si trattava di cibo già offerto al saṃgha e destinato ad essere consumato dai membri del saṃgha, non era stato commesso alcun errore. Se si tratta della riserva di acqua personale di un bhikkhu (e se il luogo dell'abitazione dista da ogni punto d'acqua), un bhikkhu che trafuga questa acqua commette il pārājika 2. Un bhikkhu che ruba una scodella di fieno commette il pārājika 2. Un bhikkhu che mette a fuoco una scodella di fieno commette un dukkata.

Un giorno, dei bhikkhu presero dei mobili e dei letti di un monastero, per utilizzarli in un altro monastero. Scontenti, i dāyakā che avevano offerto i mobili al monastero andarono a chiedere il parere di Buddha, portando il problema alla sua conoscenza. Il Perfetto stabilì che prendendo dei mobili, o dei letti da un monastero, al fine di utilizzarli in un altro monastero, un bhikkhu commette un dukkata. Tuttavia, permise l'utilizzo di mobili in un altro monastero, a condizione che venissero prestati temporaneamente. Se tale era il caso, non esisteva errore.

Un tempo, nella città di Vescali, viveva il vecchio dāyakā del Venerabile Ajjuka. Questo dāyakā aveva un giovane figlio ed un giovane nipote. Sentendo l'approssimarsi della morte, il dāyakā chiamò il Venerabile Ajjuka, per parlargli della propria eredità. "Riguardo a mio figlio, o a mio nipote, vorrei che voi informaste colui che rispetterà meglio i Tre Gioielli (Buddha, il Dhamma ed il saṃgha) sul luogo dove si trovano i beni della mia eredità." — egli disse al bhikkhu. Una volta che il dāyakā non ci fu più, siccome era il nipote a meglio rispettare i Tre Gioielli, il Venerabile Ajjuka gli specificò, come convenuto, il luogo dell'eredità. Investendo i beni di questa eredità in un commercio che ben prosperò, e divenuto, così, ricco, il nipote potette fare dei considerevoli doni.

Il figlio si recò a trovare il Venerabile Ananda e gli chiese: "Tra suo figlio e suo nipote a chi spetta il diritto di ricevere l'eredità di mio padre?" E' al figlio che spetta questa eredità" — rispose il Venerabile Ananda. Il figlio gli replicò subito: "Invece di dare l'eredità di mio padre, a me, che ne sono il figlio, il Venerabile Ajjuka l'ha trasmessa al nipote."Il Venerabile Ananda, allora, concluse: "Il Venerabile Ajjuka non è più un bhikkhu!"

Apprendendo questa storia, il Venerabile Upāli interrogò il Venerabile Ananda: "Quale sbaglio commette un bhikkhu, il quale ha solo indicato, secondo la volontà di una persona, il luogo dove si trovavano i beni dell'eredità, che quella ha lasciato alla persona che corrisponde ai criteri richiesti dal proprietario dell'eredità?", Al che il Venerabile Ananda rispose: " Questo bhikkhu non commette alcun errore, Venerabile". E, in conclusione,, il Venerabile Upāli dichiarò: " Allo stesso modo, il Venerabile Ajjuka non ha commesso errori."

Una volta, nella città di Bārāṇasī, i due figli del dāyakā del Venerabile Pilindavaccha furono imprigionati da dei rapitori. Tramite i suoi poteri psichici, il Venerabile Pilindavaccha riportò rapidamente i bambini nel domicilio dei loro genitori.

Quando gli altri bhikkhu biasimarono il Venerabile Pilindavaccha, Buddha dichiarò che questi era giustificato ad avere usato i propri poteri per una simile ragione. Questo venerabile, non avendo fatto uso dei suoi poteri allo scopo di riceverne l'ammirazione pubblica, non ha commesso errori.

Nota: Un giorno, riunendo dei bhikkhu, Buddha si è rivolto a coloro che avevano sviluppato degli abhiñña. Proibì loro di esibire i propri poteri psichici, dicendo alla popolazione che un bhikkhu che agisce così è da evitare. Questo fatto ha interrotto gli appartenenti delle scuole eretiche, che esibivano i propri poteri in pubblico per attirare le folle, verso le proprie dottrine.

Una volta, nella città di Sāgala, c'era un venerabile, di nome Daḷhika, che viveva con il suo discepolo. Poiché costui si trovava deluso dallo stare in seno alla comunità, andò a rubare un turbante in un magazzino. Quindi, si recò dal suo istruttore, il Venerabile Daḷhika, annunciandogli: "Visto che ho appena rubato un turbante, non sono più bhikkhu, e torno alla vita laica." A quel punto, l'istruttore si recò al magazzino per chiedere il prezzo del turbante. Essendo questo prezzo inferiore ad un quarto della valuta, il discepolo non aveva commesso il pārājika 2. Per renderlo soddisfatto della sua vita in seno alla comunità, il Venerabile Daḷhika gli dette degli insegnamenti che gli fecero capire la vera ragione di essere bhikkhu e gli inestimabili benefici di questa esistenza. Così, il discepolo si ritrovò gioioso e pienamente soddisfatto della sua vita da rinunciante.

Questo pārājika 2 è molto sottile. Recandosi nei magazzini, per farsi comprare (o per comprare) qualche cosa, e prendendo qualche oggetto in mano per fare la propria scelta, se nasce un desiderio di rubare — anche per un solo attimo — e se si posa quanto preso in un posto diverso, o lo si nasconde, si può dire di avere compiuto un furto. Prendendo il treno, o il battello senza biglietto, ed evitando il controllore (oppure, il venditore di biglietti) se ve n'è uno, lo sbaglio può venire egualmente commesso.

Un bhikkhu organizza una colletta in un villaggio e qualcheduno non dà nulla. Se il bhikkhu lo minaccia affinché egli offra qualcosa e quello cede, l'errore è commesso.

Considerando alla leggera questa regola di condotta, certi giovani bhikkhu chiedono del denaro ai loro dāyakā, esercitando una certa pressione, sia utilizzando la minaccia, che commettendo altri sbagli, come prendere il treno senza pagare, ecc. Quando si trovano avanti con gli anni, ricordandosi della loro cattiva condotta passata, potranno dispiacersi amaramente di quanto fatto; oppure, trovarsi immersi nel dubbio, o, in ogni caso, venire presi dai rimorsi.

Se un bhikkhu, sia preso da demenza, che con il proprio spirito del tutto svanito, o sotto l'influenza di una malattia molto dolorosa, si impadronisce di qualcosa che appartiene ad altri, egli non commette il pārājika 2.


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Origine: Testi in birmano

Traduttore: Guido Da Todi

Data: 2000

Aggiornamento: 29 settembre 2011