Cliccate qui per visualizzare normalmente la pagina (in configurazione e grafica). Se non ci riuscite, controllate che il vostro navigatore accetti JavaScript e supporti i CCS. Vi raccomandiamo un navigatore, che rispetti gli standard, come: Google Chrome, Firefox, Safari...
Uccidendo un essere umano, un bhikkhu commette il pārājika 3, sia che tolga la vita ad un'altra persona, che a se stesso. Facendo sopprimere un individuo, un bhikkhu compie egualmente il pārājika 3. Esistono, quindi, due tipi di pārājika 3.
Se un bhikkhu dice ad un secondo bhikkhu: "Uccidete questa persona!", egli commette un dukkata. Se il secondo bhikkhu uccide la persona il questione, i due bhikkhu commettono il pārājika 3. Se il secondo bhikkhu uccide una persona diversa da quella di cui il primo bhikkhu aveva richiesto l'uccisione, questo primo bhikkhu non commette il pārājika 3. Solo, il secondo bhikkhu lo esegue.
Un primo bhikkhu domanda ad un secondo bhikkhu di uccidere una persona (o di richiedere ad un altro individuo di farlo). A sua volta, questo bhikkhu dà questo compito ad un altro bhikkhu, e così di seguito. Tutti questi bhikkhu, dal primo all'ultimo, commettono il pārājika 3.
Non precisando né data, né ora, un primo bhikkhu chiede ad un secondo bhikkhu di uccidere una persona, al momento in cui se ne presenterà l'occasione. Se il secondo bhikkhu uccide la persona, egli compie il pārājika 3 nell'attimo dell'assassinio, mentre il primo bhikkhu lo effettua dall'istante in cui ha comandato l'uccisione al secondo bhikkhu. Se il primo bhikkhu cambia parere dopo avere comandato l'assassinio, ma senza giungere a comunicare al secondo bhikkhu di non realizzarlo, e se l'omicidio si conclude, ambedue i bhikkhu commettono il pārājika 3. Tuttavia, se, nel caso analizzato, il primo bhikkhu riesce ad annullare l'omicidio, contattando il secondo bhikkhu, prima che sia eseguito, ma questi, rifiutando di ascoltarlo, uccide la persona in questione, è solo questo secondo bhikkhu a fare il pārājika 3. Però, se nessuno viene ucciso, il pārājika 3 non appare.
Se, con l'aiuto di azioni fisiche, di parole, o di ambedue le realtà; sia delegando qualcuno, sia con uno scritto, sia con una qualunque altra maniera, un bhikkhu si vanta di potere causare la morte di una persona, egli commette un dukkata. Se, a causa di ciò, essa giunge a soffrire, il bhikkhu commette un thullaccaya. Se la persona ne muore, egli commette il pārājika 3.
Se un bhikkhu scava una fossa, allo scopo che una persona si uccida, cadendovi dentro, egli commette un dukkata. Se questa si ferisce, cadendo nel fosso, il bhikkhu commette un thullaccaya. Se essa muore, cascandovi dentro, il bhikkhu opera il pārājika 3. Se è un altro a morire, cadendo nella fossa, il bhikkhu fa un pārājika 3. Se si tratta di un peta, o di una animale, capaci di prendere forma umana (da quanto riportano i testi canonici, esiste una categoria di esseri viventi nel mondo animale, che è capace di modificare la propria apparenza e che gli uomini abitualmente non percepiscono), che muoiono, cadendo nel fosso, il bhikkhu commette un thullaccaya. Se muore un animale, cascando nella buca, il bhikkhu commette il pācittiya 61.
Con intenzione di uccidere, un bhikkhu mette in atto un qualunque procedimento, destinato ad assassinare qualcuno. Per esempio, sistemando un coltello, in verticale, dietro allo schienale di una sedia, di modo tale che questa spalliera si stacchi, quando il dorso di qualcheduno vi si appoggia. Oppure, sistemando sul bordo di un burrone una barriera qualunque, che si stacchi quando qualcuno vi si addossa. Agendo in tal modo, un bhikkhu commette un dukkata. Se quanto ha fatto provoca una ferita a qualcuno, egli realizza un thullaccaya. Se è causa di morte per una persona, egli fa un pārājika 3.
Se, con intenzione di uccidere (anche credendo sinceramente di rendere un servizio), un bhikkhu mette un'arma, o un veleno mortale a disposizione di una persona che desidera morire, egli commette un dukkata. Se, utilizzando quest'arma, o questo veleno, tale persona prova della sofferenza, il bhikkhu commette un thullaccaya. Se la persona muore, il bhikkhu commette il pārājika 3.
Se, con intenzione di uccidere, un bhikkhu terrorizza una persona con una visione spaventosa, o in qualunque altro modo, e se codesta ne è spaventata, il bhikkhu commette un dukkata. Se essa subisce della sofferenza, il bhikkhu manifesta un thullaccaya. Se la persona ne muore, il bhikkhu realizza il pārājika 3. Se, con la medesima intenzione, un bhikkhu tenta di provocare un violento desiderio nell'individuo in questione, con una visione molto piacevole, o con qualunque altro mezzo, e se quest'ultimo è coinvolto nell'illusione, il bhikkhu commette un dukkata. Se l'individuo soffre di frustrazione per non potere ottenere l'oggetto dell'illusione, il bhikkhu commette un thullaccaya. Se la prima muore, il secondo commette un pārājika 3.
Se un bhikkhu dichiara a qualcuno che si deve lasciare morire, e così potrà ottenere delle nuove proprietà, una famiglia e degli amici, e che potrà raggiungere il mondo dei deva, egli commette un dukkata. Se, sotto l'influsso di un tale discorso, quello accetta di morire e prova del dolore, il bhikkhu commette un thullaccaya. Se muore, egli realizza il pārājika 3.
Un bhikkhu chiede ad un altro (bhikkhu) di uccidere qualcuno, ad un determinato orario, indicandoglielo esattamente. Se il bhikkhu emissario uccide la persona a quell'ora, i due bhikkhu commettono il pārājika 3. Se la persona è uccisa, sia prima, sia dopo l'ora indicata, il bhikkhu che ha commissionato l'asassinio non commette uno sbaglio. Nello stesso caso, il bhikkhu emissario riflette sul fatto che se il delitto è effettuato alla precisa ora indicata, i due bhikkhu commettono il pārājika 3. Se, in questo stato mentale, egli uccide la persona, senza rispettare l'ora precisata dal bhkkhu che ha commissionato l'omicidio, egli è il solo tra i due bhikkhu ad effettuare il pārājika 3.
C'era una volta un bhikkhu, che soffriva di una malattia.Colti da affetto e da pietà, i monaci che lo circondavano gli lodarono i vantaggi della morte. Non sapendo se avevano sbagliato, andarono a riportare questo fatto a Buddha, il quale disse loro che avevano tutti commesso il pārājika 3.
Un bebè era disteso su di un banco, nascosto da una coperta. Sedendovisi sopra, un bhikkhu lo uccise, per inavvertenza. Poichè era senza la minima intenzione di farlo, il bhikkhu non commise il pārājika 3. In seguito a tale avvenimento, Buddha dichiarò che, comunque, un monaco non doveva sedersi senza fare attenzione, o avrebbe commesso un dukkata.
In una locanda, un bhikkhu, scostando un maglio per fare del posto, ne provocò, sfortunatamente, la caduta di un altro. Cadendo, esso si schiantò sul capo di un bambino, uccidendolo, all'istante. Non essendovi intenzione di uccidere, il monaco non commise il pārājika 3. Allo stesso modo, se un bhikkhu fa rotolare un tronco d'albero, e questo uccide accidentalmente un bambino, andandogli addosso, egli non commette il pārājika 3.
Una volta, un uomo e suo figlio si recarono presso dei monaci del monastero vicino, per entrare ambedue nel saṃgha. In seguito, andando ad una riunione del saṃgha, il figlio monaco disse a suo padre: "Avanzate, Venerabile!" - dandogli un colpo sulla schiena, per spingerlo. Perdendo l'equilibrio, il padre cadde a terra,morendo sul colpo. Non avendo assolutamente l'intenzione di ucciderlo, il figlio monaco non commise il pārājika 3. Lo avrebbe prodotto, se ne avesse avuto la volontà e suo padre, cadendo, fosse morto, effettuando, così, il pārājika 3. Inoltre, se lo avesse spinto con questa intenzione, e se suo padre non fosse morto, cadendo, il figlio bhikkhu non avrebbe realizzato un thullaccaya.
Una volta,mangiando, un bhikkhu stava soffocando, per un pezzo di carne. Gli venne in aiuto un altro monaco, battendogli sulla gola. Sotto un forte colpo, essa si aprì; il sangue e la carne schizzarono fuori ed uccisero il bhikkhu. Trovandosi senza la minima intenzione di uccidere, il monaco non ha commesso il pārājika 3. Se avesse colpito la gola del bhikkhu con l'intenzione di ucciderlo e quest'ultimo fosse morto, avrebbe innescato il pārājika 3. E, se, colpendo la gola con la stessa intezione, ciò non lo avesse ucciso, allora avrebbe commesso un thullaccaya.
Un tempo, un monaco dispose di cibo avvelenato e l'offrì agli altri monaci. Mangiandolo, uno di essi morì. Il primo monaco, non sapendo che vi era del veleno in questo cibo, non commise un pārājika. Se, avendo dei dubbi, avesse,prima, dato questo cibo ad un altro, allo scopo di sperimentare se contenesse, oppure no, del veleno, non avrebbe commesso un pārājika, ma un thullaccaya.
Un giorno, i bihkkhu della città di Alavi lavoravano tranquillamente all'edificazione di un vihāra. Un bhikkhu, che si trovava in basso, porse un pesante blocco di pietra ad un bhikkhu, che si trovava sul piano. Quest'ultimo non afferrò correttamente il blocco di pietra e lo fece scivolare. Cadendo, il blocco di pietra uccise il bhikkhu, in basso. Non avendo assolutamente intenzione di uccidere, il bhikkhu, in alto, non commise il pārājika 3. In caso contrario, ne sarebbe stato responsabile. Inoltre, lasciando il blocco di pietra, con l'intenzione di uccidere, mentre ciò non avvenì, egli avrebbe commesso un thullaccaya.
Una volta, un bhikkhu, disincantato dalla vita, in seno alla comunità e, quindi, stanco della sua eistenza, saltò da una piccola roccia di montagna, a Giijhakuta. E cadde addosso ad un artigiano, che lavorava del vimine; fatto, che uccise quest'ultimo sul colpo. Non avendo intenzione di provocare questo dramma, egli non effettuò il pārājika 3.
Dei bhikkhu si divertivano, in maniera incosciente, a fare rotolare una grossa pietra. Quando essa si immise su di una discesa, i bhikkhu non poterono fermarla. Precipitando giù, il macigno uccise un pastore di vacche. Senza intenzione di commettere un omicidio, i monaci non hanno prodotto il pārājika 3. A seguito di questo, Buddha ha dato una restrizione, dicendo che un bhikkhu non deve divertirsi, facendo rotolare una grossa pietra, o commette un dukkata.
Un gruppo di bhikkhu si mise d'attorno ad un monaco malato, allo scopo di curarlo, facendolo sudare. Ahimé, egli ne morì.Non avendo voluto ucciderlo, i monaci non commisero il pārājika 3. Al contrario, se ciò fosse stato il caso, lo avrebbero, beninteso, realizzato. E,se avessero fatto traspirare il bhikkhu, con l'intenzione di ucciderlo, senza che ciò avvenisse, essi avrebbero realizzato un thullaccaya e non un pārājika 3.
Con l'intenzione di farlo morire, un altro gruppo di monaci fece una doccia ad un bhikkhu, in cattiva salute. E questi ne rimase ucciso. TUtti gli altri commisero un pārājika 3. Se il primo non fosse morto, gli altri avrebbero commesso solo un thullaccaya.
Durante l'assenza del marito, una donna venne resa incinta dal suo amante. Si recò, quindi, da un monaco, per chiedergli un prodotto che potesse arrestare la sua gravidanza. Una volta che questi glielo ebbe dato, la gravidanza cessò. Il bhikkhu commise il pārājika 3. Se fosse morta la madre, e non il feto, egli avrebbe commesso un thullaccaya. Tuttavia, in questo caso, essendo morto il feto , fu commesso il pārājika 3.
Un monaco dette ad una donna una medicina, che permetteva la gravidanza ad una donna sterile, che gliela aveva chiesta. Non avendola sopportata, la donna ne morì. Il bhikkhu non effettuò il pārājika 3, ma un dukkaṭa.
Un'altra donna richiese un prodotto contraccettivo ad un monaco, e ne morì. Questi commise un dukkaṭa.
Un bhikkhu, specialista nella magia nera, utilizzò una delle sue pozioni per abbattere un orco (essere che vive tra gli apaya). E commise un thullaccaya.
Con l'intenzione di farlo morire, un bhikkhu ne mandò un altro verso una strada, sulla quale si trovavano dei malfattori. Poichè i briganti lo assassinarono,egli commise il pārājika 3. Se i malfattori avessero risparmiato il primo, l'altro avrebbe commesso un thullaccaya.
Un bhikkhu circolava nei paraggi di un quartiere, ove dei boia erano incaricati di eliminare i briganti ed altri malfattori. All'improvviso scorse un brigante che veniva massacrato; poiché questi aveva ricevuto due, o tre colpi di coltello, gemeva ed urlava per il dolore. Non potendo tollerare un simile spettacolo, il bhikkhu chiese, allora, al boia di decapitarlo, con un solo colpo (per abbreviarne la sofferenza). Quegli rispose: "Va bene!" - dopo di che inflisse il colpo di grazia al bandito, che morì, immediatamente. Il bhikkhu commise il pārājika 3.
Ma, se un monaco chiede la stessa cosa ad un boia, e quest'ultimo risponde: "Non posso ascoltarvi, Venerabile" ed omette di uccidere il brigante, egli non realizza il pārājika 3. Ma, commette un dukkaṭa.
Un monaco si rivolge in tal modo ad un dāyakā, in cattiva salute e vicino alla morte: "dāyakā, per il fatto che voi potete essere certo di rinascere in condizioni felici e favorevoli, grazie ai numerosi kusala che avete sviluppato, non correte nessun rischio di rinascere nei mondi inferiori."Incitando una persona pronta a spirare, se quest'ultima si sente incoraggiata a morire presto ed espira prima del previsto, il bhikkhu può commettere un pārājika 3.
Origine: Testi in birmano
Traduttore: Guido Da Todi
Data: 2000
Aggiornamento: 29 settembre 2011