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sviluppo del pārājika 4

Precedenti ed esempi

Se un bhikkhu afferma di avere ottenuto degli stadi di realizzazione del tipo jiana, o del tipo magga, sapendo che questo è falso, egli commette un pārājika 4. Se un bhikkhu afferma una cosa falsa come: "Ho ottenuto degli jiana", oppure" Ho ottenuto dei poteri abhiñña", oppure" Sono capace di restare quanto lo desidero in un jiana", egli commette il pārājika 4. Se un bhikkhu pretende di avere sperimentato sia il primo, che il secondo, che il terzo, che il quarto, che il quinto jihana, mentre ciò non c corrisponde al vero, egli commette il pārājika 4. Se un bhikkhu afferma: " Posso conoscere le mie vite precedenti", oppure"Posso vedere i peta", oppure" Sono capace di ascoltare le discussioni dei deva", senza che ciò sia vero, egli commette il pārājika 4. Se un bhikkhu afferma: "Io sono un sotāpana", oppure"io sono un sakadāgāmi", oppure" io sono un anāgāmi", oppure"io sono un arahant", mentre non è nulla di tutto ciò, egli commette il pārājika 4. Se un bhikkhu afferma, in presenza altrui, di essere completo, per quanto riguarda: sia i tre vijjā; sia i quattro satipaṭṭhāna; sia i quattro sammappadhāna; sia i quattro iddhipāda; sia i sette bojjhiṅa, sia i cinque indre, sia i cinque bala; sia gli otto maggaṅga, egli commette il pārājika 4. Se pretende, volontariamente a torto, di essersi definitivamente sbarazzato dal desiderio, della collera, dell'ignoranza, o di tutti e tre, egli commette il pārājika 4.

Se la persona a cui si rivolge il bhikkhu fanfarone comprende il significato di queste parole, quest'ultimo commette il pārājika 4. Se quella non ne coglie il senso, il bhikkhu commette un thullaccaya.

Un bhikkhu dichiara ad un dāyakā che frequenta il suo monastero: " Nel vostro monastero, vi è un bhikkhu che è ariyā, è un arahant." Se utilizza questo modo indiretto di parlare, sperando di fare comprendere che l'arahant in questione è lui stesso e se la persona a cui egli si indirizza comprende il significato di queste parole, il bhikkhu commette un thullaccaya. Tuttavia, se non le capisce, il bhikkhu compie un dukkata.

Allo scopo di valorizzare se stesso e di ricevere dei complimenti, un bhikkhu ha dimorato per qualche tempo in un vihāra, in piena foresta (dhutaṅga 8). Il bhikkhu, così, compie un dukkata.

Volendosi dare dell'importanza, un bhikkhu si indirizza ad un altro bhikkhu, in tal modo: "Tutti i discepoli che abitano con il mio precettore sono degli arahant." Questo bhikkhu ha creato un dukkata.

Solo, in un luogo deserto, con uno stato mentale sbruffone, un bhikkhu ha proclamato: "Ho ottenuto le realizzazioni di tipo jhana e magga!" Un deva, dopo avere ascoltato, gli impedì di adoperare queste parole menzognere. Questo bhikkhu ha commesso un dukkata.

Una volta, un bhikkhu era gravemente ammalato. Gli altri bhikkhu gli indirizzavano delle parole rassicuranti, affinché non fosse angosciato dalla morte. Il bhikkhu ammalato rispose loro che non la temeva. Egli, non avendo avuto nessuna intenzione fanfarona, non ha commesso questo sbaglio.

Un giorno, un bramino, che aveva invitato dei bhikkhu, si rivolse a loro in questi termini: " Nobili arahant, vogliate sedervi! Nobili arahant, vogliate ristorarvi!" Poiché egli li chiamava arahant, senza che lo fossero, i bhikkhu preferirono né accomodarsi, è né mangiare. A seguito di questo episodio, Buddha spiegò che un bhikkhu, che si limita ad accettare delle parole eccessivamente rispettose, non compie errore.

Un gruppo di bhikkhu trascorrevano il vassa in un vihāra della foresta. Si ripromisero che il primo che se ne fosse andato via dal vihara lo avrebbe fatto da arahant. Più tardi, uno di essi si allontanò dal vihara, dicendosi: "Così, gli altri penseranno che sono un arahant." Questo bhikkhu ha commesso il pārājika 4.

I bhikkhu che parlano tra di essi delle realizzazioni di tipo jhana, o magga, che hanno realmente sperimentato, non commettono errore. Però, se un bhikkhu rivela una tale realizzazione ad un sāmaṇera, oppure ad un laico, egli commette il pācittiya 8.

Riguardo ad un ritiro di samatha, o di vipassanā, un bhikkhu se n'è uscito, senza avere sperimentato delle realizzazioni; né di tipo jhana, né di tipo magga. Credendo veramente di averne ottenuto una, se egli la dichiara ad un altro bhikkhu non commette errore. Narrandola ad un sāmaṇera, oppure ad un laico, egli effettua il pācittiya 8.

Un bhikkhu non deve esporre le sue esperienze di samatha, o di vipassanā ai sāmaṇera, oppure ai laici. Però, ne può parlare con il proprio istruttore, il cui ruolo è di guidarlo, oppure agli altri bhikkhu, che vivono simili pratiche. Un bhikkhu non deve parlare delle sue esperienze in maniera pretenziosa. Tra bhikkhu amici del Dhamma, che praticano il Dhamma, questo soggetto deve venire affrontato solo nell'intelligenza e motivato da un'intenzione benefica.

Un tempo, un bhikkhu praticava, già da quarant'anni, il dhutaṅga, che consiste a mangiare una sola volta al giorno, senza cambiare posto (ekāsanika, 5°). Un giorno, un dāyakā poco acuto, offrì della pasticceria a questo venerabile, dopo che ebbe terminato il suo pasto e cambiato di posto. Poiché il bhikkhu non aveva toccato i dolci, il dāyakā gli chiese: "Venerabile, forse voi praticate il dhutaṅga ekāsanika?" Tenendo a che questa persona non sapesse che egli praticava veramente questo dhutaṅga, il venerabile mangiò la pasticceria. Egli preferì danneggiare questo dhutaṅga, dopo averlo praticato in modo perfetto per quarant'anni, e ricominciarlo di nuovo.

Per essere sicuri che non vi sia traccia della minima ambiguità (tanto verso gli altri, che verso se stessi) che la propria pratica non abbia lo scopo di valorizzare se stessi agli occhi degli altri, certi bhikkhu decidono di non farlo sapere a nessuno.

Un bhikkhu, che praticava il dhutaṅga consistente a dormire nei cimiteri (susāna, 11o), si recava, in modo discreto, una volta calata la notte e quando le strade erano deserte, nel vicino cimitero. Prima del'alba, senza che nessuno lo sapesse, raggiungeva il suo monastero. In tal modo, nessuno aveva modo di sovra stimarlo. Il bhikkhu che segue queste pratiche (come dormire in un cimitero, o vivere nel fitto della foresta) allo scopo di spingere gli altri a dargli più venerazione, commette un dukkata.


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Origine: Testi in birmano

Traduttore: Guido Da Todi

Data: 2000

Aggiornamento: 29 settembre 2011