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riassunto della pagina

(seconda parte)

Insegnamento approfondito sullo sviluppo della visione diretta nella realtà.

Presentazione dell'addestramento allo stabilirsi dell'attenzione; indicazioni sulla scelta dell'istruttore; messa in guardia sui pericoli che adombrano coloro che seguono una via errata.

Cosa è vipassanā? (2)

L'osservazione della realtà

Non fare nulla

Secondo il monaco Gotama, l'idea è di non fare proprio nulla, di non agire, di non lavorare. Adopera le parole allenamento, sviluppo. Non impiega il termine lavoro, e neppure la parola adempimento. Ma, ecco il punto; come restarsene senza fare nulla? Ma, rimanere senza agire lo si può capire, tuttavia. Quando si è cessato di fare del male, di mentire, di ingannare, di barare, di abusare; quando si è interrotto il piccolo gioco ipocrita quotidiano, e si è acquisita una certa rettitudine, una basilare dignità interiore, una certa chiarezza, una certa verità, abbiamo eliminato il 99% dei nostri progetti.

Una volta raggiunta una certa purezza di coscienza, che è neutra, concentrata, presente si potrà eliminare la percentuale che resta poiché, dopo tutto, cosa rimane da fare? Cosa resta da fare quando non abbiamo particolari progetti, ambizioni, intenzioni?

Se ci concentriamo sulla respirazione agiamo in qualche modo, ci concentriamo su qualcosa che rappresenta un concetto; poiché la respirazione è un concetto. L'inspirazione è un concetto, ed anche l'espirazione. Si tratta di un ottimo esercizio per calmare il mentale, per pacificarlo; ma, è ancora un esercizio.

Se recitiamo infaticabilmente qualche preghiera, concentrandoci su quanto diciamo, fermiamo la nostra attenzione su di un concetto, su di una costruzione; una sillaba, un suono. E' una cosa molto buona per calmare il mentale, e molto buona per predisporlo alla pace; ed è bene per gli ignoranti che credono che questo suono li metterà in comunione con la loro natura divina.

Non fare nulla è semplicemente impossibile. Riflettiamoci un poco; a partire da un cuore che batte, o da un orecchio che ascolta un suono, non è possibile restare senza fare nulla. E ciò non vuol dire niente. Alcuni affermano:"Lasciate il vostro spirito nel suo stato naturale." Cosa è lo stato naturale dello spirito? Forse, quando esso è calmo, disteso, aperto, sviluppato, e non sta particolarmente attento a qualche cosa, allora si può dire che giaccia nel suo stato naturale?

Secondo il monaco Gotama, lo stato naturale dello spirito è quello in cui lo troviamo in un qualunque dato istante. I pensieri si scorgono in natura, le emozioni in natura; il desiderio, anche, sta nella natura, come la collera e l'amore. Tutto ciò fa parte dello stato naturale del mondo. E' questo per esso lo stato naturale. Lo stato naturale del mondo è lo stato caotico. Uno stato calmo, pacifico è tanto uno stato naturale del mondo quanto quello agitato e perturbato. Noi passiamo semplicemente da un grado di caos e di agitazione ad un grado più calmo e riposato. Si tratta di un cambiamento; ma, è comunque uno stato naturale quanto qualunque altro.

E' dunque con questi pensieri, queste emozioni, questi desideri, questi odi e questo caos che dobbiamo lavorare; o, più esattamente, non dobbiamo lavorare. Poiché, agire sulle emozioni è metterle in ordine, cercare di controllarle, sforzarsi di convertirle, di riciclarle, di riutilizzarle; di adoperare la loro energia, o la loro potenza per fare qualche cosa. Si tratta di un lavoro.

Conoscere

Ciò che dobbiamo fare, semplicemente, è di conoscere, di osservare. Per "conoscere" non intendo dire acquisire una consapevolezza trascendentale, una comprensione suprema, una saggezza. Quando sostengo "conoscere" voglio significare semplicemente "vedere", osservare.

Facciamo un esempio: siamo seduti, non meditiamo, non siamo concentrati, non preghiamo, non visualizziamo. Cosa possiamo fare d'altro? Nel momento in cui percepiamo un suono tramite l'orecchio, portiamo semplicemente l'attenzione sul fatto. Non esprimiamo nessun'altra azione. Né lo rifiutiamo, né l'analizziamo; nulla di tutto ciò. Non si tratta di lasciarlo entrare e di lasciarlo passare, di lasciarlo essere. Si tratta solamente di portarci sopra l'attenzione, osservarlo, conoscerlo per quello che è. Null'altro che ciò. E' la minima azione che possa venir fatta. E' la minima esperienza che possa attraversare la coscienza. E' il più piccolo denominatore comune, la più lieve cosa, la più ridotta attività che vada ad attraversare l'interiorità della coscienza.

Quando si parla di raggiungere uno stato di non lavoro, di non azione, ciò non significa nulla. C'è sempre necessariamente qualche piccola cosa che accade. Il minimo che possa succedere lì ove non viene implicata alcuna attività energetica fisica, spirituale, mentale, intellettuale, psichica, sessuale — o quant'altro sia — è di osservare un fatto. E' solo un atto, e neppure un'azione. Si tratta giusto di osservare, di contemplare, di vedere semplicemente.

«Quando vi è un suono, fate che esista solo quanto è stato inteso»

Così, in un sutra del "majjhima nikkaya", Buddha dice:" Quando vi è un suono, fate che esista solo quanto è inteso; quando vi è una visione, fate che non ci sia altro che quanto si è visto; quando appare un odore, fate che non vi sia altro che il sentito; quando c'è un gusto, fate che non ci altro che il gustato; quando vi è un'impressione tattile, fate che non ci sia altro che il toccato; e quando appare un pensiero, fate che ci sia solo il pensato"

In tal modo, la via che porta all'estinzione completa della sofferenza, dell'insoddisfazione, Buddha la riassume in sei frasi, e non una di più.

Nessuna meditazione, nessun esercizio, nessuna pratica, nessuna preghiera, nessuna relazione, nessuna devozione: conoscere, vedere, è tutto.

Ciò non significa divenire UNO con il suono, entrare nel suono, o trasformarsi nel suono; affatto! Si tratterebbe, in questo caso, di applicare una concentrazione fissa, o, piuttosto, tenue e di attivare certe proprietà della coscienza, dette di unificazione. Unificheremo completamente la nostra coscienza su quel dato oggetto. Cosa che ci permetterà di ottenere la purezza del mentale attraverso la stessa concentrazione. E, questo, è già una cosa molto più nell'"astratto"; ma, bisogna andare più avanti. Bisogna andare più a fondo nel "sottile", molto più nell'astratto.

Non si tratta di proiettare la coscienza e di incollarla sull'oggetto; si tratta semplicemente di osservare e di conoscere, senza attaccarvela; di trovare il giusto equilibrio tra un eccesso di concentrazione, che ci farebbe aderire ad un oggetto e una mancanza di attenzione, che ci farebbe prendere troppo le distanze; ci disperderebbe.

Portare la propria attenzione

Così, il monaco Gotama, quando si sedette sotto il suo albero, anch'egli entrò in quegli stati divini, chiamati di trascendenza, di "buddhità". Sapeva come raggiungerli, ma non ne era soddisfatto. Una volta che pervenne , come tutti i mistici ed i maestri, a quella condizione più realizzata, più sospinta che si potesse, e che ne uscì, ebbe l'idea di portare la sua attenzione su ciò che stava accadendo. Vide l'apparizione di quello stato e di ciò che gli sopravvenne. Realizzò che la coscienza non è altro che la comparsa e la scomparsa di momenti minimi, di piccoli frammenti. Spariscono e, appena ricompaiono, spariscono ancora.

Quando poniamo la nostra attenzione, per esempio su di un suono, accontentiamoci semplicemente di osservarlo, senza concentrarci su di esso. Si tratta semplicemente di vederlo, di guardarlo, di fare questo sforzo, questo atto di visione, senza lasciarlo scorrere via, in uno spirito disteso e calmo. Sosteniamo questo sforzo, volgiamoci verso di esso e osserviamolo. A questo punto esaminiamo chiaramente qualcosa che appare e che, subito dopo sparisce. Immediatamente dopo il suono verrà (per esempio) un pensiero. E nello stesso modo bisognerà conoscere ed osservare il pensiero: semplicemente per quello che è.

Infine, cosa è un pensiero? Cosa è un suono? Piuttosto che perdere il proprio tempo in tergiversazioni intellettuali, come fanno le scuole filosofiche del buddhismo, o le scuole filosofiche induiste, o le scuole filosofiche platoniche ci è sufficiente semplicemente osservarli. E ci rendiamo, allora, conto che il solo commento che si possa esprimere, quale caratteristica propria a questo suono, o a questo pensiero, è che quello è apparso, che dura un certo periodo di tempo, e che sparisce. Poiché, se fosse stato continuo, non sarebbe sorto; sarebbe rimasto sempre lì.

Quando esaminiamo così l'apparizione di un oggetto nella coscienza: un suono, una visione, un pensiero, un gusto — noi facciamo l'esperienza dell'apparire. All'improvviso, il tutto rientra nella coscienza, poiché sorge un impatto (ad esempio, tra il suono ed il timpano). A quel punto, subentra l'ascolto. Noi consideriamo questo ascolto, analizziamo il fatto. E siamo coscienti della situazione mutevole, siamo coscienti del cambiamento, abbiamo visto un cambiamento.

E' reale

Poco importa sapere cose è un suono, da dove viene, o se possiede una natura intrinseca. E' apparso; e, questa, è una realtà. Non è LA "verità"; è solo reale. E' un fatto; un fatto che questo suono ci sia apparso. Se noi portiamo avanti la nostra osservazione di questo suono, mentre esso dura, faremo allora l'esperienza che esso si protrae. Che ha una continuità. Esprime se stesso durante un certo tempo. Non ci interessa seguire l'analisi di tutta la verità fisica, metafisica o filosofica sulla durata del suono; è reale. Protraendosi, esercita una certa pressione; è là. Si può dire che, in una certa misura, esso è ingombrante.

Poi, sparisce. E non perché abbiamo deciso noi, o altri, che lo faccia. Sparisce di sua propria intesa. Sparisce a causa di diverse condizioni, diverse circostanze. Se si tratta di musica, che si è dileguata, ciò sarà causato da qualcuno, per esempio, che ha spento la radio. Se tace il canto di un uccello, è perché la pulsione amorosa del pennuto si è dileguata. Se il rumore di un sasso svanisce, è perché esso ha terminato la sua caduta. Ciò non ha alcuna importanza.

E' rilevante costatare che il suono è scomparso. Il fatto che il suono sparisca ne denota particolarmente il carattere del tutto incontrollabile. Il suono è apparso ed è scomparso senza che nessuno lo potesse decidere. Di fatti, il suono, come la visione, come l'odore, come il gusto, come il tatto, come il pensiero sono marcati da queste tre caratteristiche: sono mutevoli, sono totalmente insoddisfacenti, sono incontrollabili. Si tratta delle sole qualità di cui noi possiamo essere sicuri, se ci prendiamo la pena di osservare, di contemplare la vita così come appare alla coscienza. Tutto il resto non è altro che speculazione filosofica.

Mentre noi osserveremo così la realtà, che appare e sparisce, avanzeremo progressivamente attraverso varie tappe di conseguimento di questa osservazione, che penetra nella stessa realtà. Poco a poco, riusciremo ad osservare sempre più, e sempre più profondamente e con più efficacia queste tre caratteristiche.

Le sparizioni

Giungerà il momento in cui non riusciremo più a vedere l'attività del nostro corpo. Ad esempio, il movimento dell'addome, quando stiamo seduti; o il movimento dei piedi, quando camminiamo. Ed arriverà il momento in cui non perverremo a percepire l'attività auditiva. Non vi saranno più suoni, né odori, né gusto, né tatto. La sola cosa che potremo guardare ed osservare, in quel momento, sarà qualche frammento di pensiero, di mente, che, a sua volta, cesserà di mostrarsi ancora.

La cosa è un po' magica e bizzarra, poiché non si fa nulla affinché dilegui; si osserva, si conosce. E' questo che il monaco Gotama ha scoperto. Cioè, che quando l'ignoranza cessa; ossia, si porta la propria attenzione sulla realtà e la si osserva per quello che è, come essa è — cosa del tutto sorprendente — questa realtà cessa. Non si riproduce più. Egli va più avanti e dice che l'unica ragione per cui un suono appare è perché si ignora che esista. L'unica ragione per cui un fenomeno si esprime è perché ignoriamo che esso ci sia; lo si sfiora.

Quando c'è una conoscenza diretta del fenomeno, una comprensione immediata, POICHE' lo conosciamo, esso cessa di manifestarsi. E' un po' come quando si gioca a nascondino: i bambini si eclissano dietro il muro, e, fino a che si fa la conta, gridando "plum, plum" sul muro, loro si divertono a prendere in giro, a mostrarsi. Ma, appena ci si gira verso di essi, spariscono tutti, occultandosi dietro gli alberi, poiché, da qual momento, il gioco comincia.

Un poco in modo simile, se restiamo veramente attenti a codesti fenomeni, se siamo centrati nei nostri pensieri, nelle nostre riflessioni, nelle nostre preghiere, nei nostri mantra, nelle nostre meditazioni, o nelle nostre speculazioni, i fenomeni continuano ad apparire, continuano la loro danza. Non appena i fatti diventano seri, e noi cominciamo a volgere lo sguardo interiore verso di essi, come per magia, cessano di apparire. E' una cosa incredibile, e che non si spiega. Non esistono delle formule matematiche che possano chiarirlo.

Buddha ha intuito il fatto perché ha provato ed è ciò che ha osservato. A loro volta, colono che si recano nei centri "vipassanā", con l'intento di allenarsi per delle settimane, o per dei mesi, dopo qualche settimana relazionano il loro istruttore:" E' incredibile. Quando osservo qualche cosa, essa tende a sparire!"

E' concreto

Questa verità è una cosa che può essere sperimentata, è CONCRETA. L'insegnamento del monaco Gotama è veramente un fatto concreto!Ognuno di noi può fare questa esperienza. Senza neppure parlare di risveglio, senza parlare di realizzazione, ogni persona che abbia provato satipaṭṭhāna, come è stata insegnata dal monaco Gotama, farà rapidamente questa esperienza.

Più tardi, quando la sua visione penetrante sarà più profonda, più sistematica, accadrà che anche la coscienza che osserva cesserà di apparire. A quel punto, giunge la cessazione completa dei cinque aggregati. La coscienza non appare più perché l'oggetto che essa conosce non si mostra. L'oggetto che la coscienza vede non appare perché non è più ignorato. E' inesplicabile. Bisogna realizzarlo. Bisogna farlo. Bisogna provarlo, prima di discuterne. Tuttavia, non resteremo in un momento di incoscienza totale, in un momento di oblio completo.

Lo scopo

nibbāna

Dopo essersi allenati a portare la propria attenzione sui fenomeni come i suoni, le visioni, i pensieri, i dolori, le sensazioni ,le emozioni, ecc. giunge il momento in cui tutto ciò cessa. Il monaco Gotama ha scoperto che a partire da quel momento i fenomeni smettono di comparire, assieme alla coscienza che li osserva. Ed è a quel punto che l'istante di coscienza seguente prende come oggetto della sua attenzione qualcosa di nuovo, qualcosa di totalmente insospettato, di totalmente invisibile. Il nibbāna.

nibbāna per il monaco Gotama è una cosa, una realtà. E' una cosa come un'altra, nel senso che non è null'altro che una realtà. Tuttavia, non è come il resto dell'esistenza; non appare. E' del tutto insolita. Non ha forma, non ha colore, non ha odore. E' invisibile, e tuttavia la percezione ha la capacità di conoscerla. La coscienza vi porta la propria attenzione, si fissa su nibbāna, conosce nibbāna . Questa esperienza è concreta, tangibile, se ne può parlare. D'altronde, fu ciò che fecero Buddha e numerosi suoi contemporanei.

Questo fatto è molto particolare e, considerato che non appare, non ha forma, né colore si dice che è totalmente vuota. Non già che essa è IL vuoto, ma semplicemente che è vuota. Poiché questa esistenza è vuota, quando la coscienza la sceglie come oggetto; non sperimenta nulla. Non già che realizzi una sensazione neutra, ma questa è assolutamente nulla, poiché non vi è nulla da sperimentare. Per Buddha, questa coscienza che assume nibbāna per oggetto è la forma di coscienza più pura, più evoluta, più sana, per non dire santa, che esista. Quando la coscienza ha per oggetto nibbāna è impossibile che vi sia la minima insoddisfazione.

Non esiste cambiamento, né vibrazione. nibbāna non appare e non sparisce, e neppure la coscienza che la prende come oggetto ne risente. Non esiste insoddisfazione; di conseguenza, non vi è pena. Non esiste il desiderio, né la collera; tutto ciò non appare più. E' una specie di felicità assoluta, una felicità assente da pena. E' felicità perché non può esservi altro. E' l'esperienza definitiva. E' l'esperienza terminale in questo universo.

Nessuna sofferenza

Nibbāna non è uno stato di coscienza, ma può venire conosciuto dalla coscienza. La coscienza che ha per oggetto nibbāna non sperimenta alcuna sofferenza. Non è neppure una coscienza del tutto ordinaria come quella che ha per obiettivo un suono, oppure una visione. E' ordinaria, nel senso che, anch'essa, sparisce ed appare. nibbāna non appare; ma, la coscienza che lo prende ad oggetto, sì. Anch'essa è condizionata, fabbricata. In tal senso, insoddisfacente. Non conosce la sofferenza perché non esiste sofferenza nel nibbāna; non vi sono sensazioni. Tuttavia, poiché ancora è lì, essa è un'insoddisfazione. E' una realtà fabbricata.

Più tardi, giunti al termine del nostro progresso, vedremo la fine completa, la sparizione totale della coscienza. Essa neppure prenderà ad oggetto il nibbāna. Ma, si spegnerà, cesserà di apparire. A quel punto non esisterà più nulla, più nessun aggregato. Non più formazioni materiali, né mentali, né coscienza che li assume ad oggetto. Questo stato è chiamato parinibbāna.

Vi accorgete ora della grande differenza fra ciò che insegnano i "maestri spirituali" di tutte le tradizioni, di tutte queste scuole, del buddhismo, dell'induismo, del cristianesimo...

La differenza essenziale, la differenza principale è che codeste scuole credono nell'unità. Poco importa se questa unità è una specie di essere creatore, e per degli altri null'altro che una sostanza, o uno stato naturale. Sta di fatto che essi ci credono e che cercano di raggiungere questa unità, questa coscienza indivisibile, questa divinità, questa "buddhità".

Il problema è la coscienza

Per Buddha il problema è la coscienza. Per lui la coscienza è nata dall'ignoranza e, quindi, è del tutto impossibile che acceda alla conoscenza. Se esiste una cessazione dell'ignoranza, ciò porta necessariamente alla cessazione della coscienza. Non si tratta di una annichilazione, per due ragioni.

In primo luogo — lo abbiamo già visto nel nostro sviluppo interiore, osservando sistematicamente l'apparizione e la scomparsa dei fenomeni — non esiste nessuno, né "abitanti", e neppure un continuum. Paranibbana non è, di conseguenza, l'annichilazione di qualcuno, o di qualche cosa, poiché non esiste nulla.

In secondo luogo, non può trattarsi di annichilazione, poiché, giustamente, esiste un nibbāna ed il nibbāna è certamente qualche cosa. nibbāna è una realtà, la cui particolarità è che non è visibile, che è possibile conoscerlo e che può benissimo esistere senza alcuna coscienza residua. nibbāna lo si può conoscere, come non lo si può conoscere.

La liberazione completa, definitiva; lo sradicamento di ogni sofferenza appaiono quando c'è nibbāna... senza esserne consapevoli.

Cosi, da un lato ci parlano di una coscienza eterna, immanente, che ingloba l'intero universo, di una coscienza "UNA" e dall'altro ci parlano di nibbāna, ove non appare alcuna coscienza residua. Questo è l'insegnamento del monaco Gotama. Questo insegnamento è quello della via unica che, secondo lui, mena alla fine definitiva della sofferenza, poiché sopravviene la sparizione totale di ogni supporto e di ogni causa ad essa.

L'istruttore

Il ruolo dell'istruttore

Il ruolo dell'istruttore è di fornire le informazioni atte a permettere allo yogī di non scivolare in samatha e di rimanere sempre su questo sentiero, molto particolare, molto sottile, che si sostiene solo al filo di satipaṭṭhāna.

Raggiungere questo scopo è una cosa straordinariamente difficile. Non tanto nel senso che si debba fornire uno sforzo muscolare dell'intelletto, o un'intensa concentrazione; difficile perché ciò sfugge del tutto ai nostri ragionamenti. E' come se si dovesse rintracciare una porta in un muro lungo mille chilometri. Attraversare la porta è la cosa facile. La difficoltà non sta nel fatto di camminare verso la porta e di attraversarla. Colui che è impegnato in satipaṭṭhāna, con un istruttore qualificato, resterà lui stesso sorpreso della facilità con cui è riuscito a progredire. Il difficile è trovare la porta. Il ruolo dell'istruttore è di condurre lo yogī, attraverso i suoi consigli, al soglio della porta.

Attenzione! Vi sono numerose persone, oggi, che credono, visto che indossano una veste, si rasano il cranio, o perché lavorano con un maestro eminente, di essere qualificati ad insegnare satipaṭṭhāna. A volte hanno sviluppato una grande conoscenza di scritture e di testi. E questo conferisce loro una certa autorità. Di conseguenza, anche se ci hanno provato, può essere che siano scivolati "di lato". Sarebbe sorprendente che tutte le persone che vanno in un centro satipaṭṭhāna e che vi restano per delle settimane, per dei mesi, o per degli anni ne escano illuminate.

Non sogniamo. Sono trascorsi (circa) 2.600 anni dall'inizio di questo insegnamento; 2.600 anni dalla sua apparizione. Come un tessuto appena tinto finirà per decolorarsi al sole, questo insegnamento, questo buddha sàsana s'è anch'esso visibilmente, seriamente scolorito. Fate attenzione.

Il criterio

Ecco il criterio, dato da Buddha medesimo, che permette di sapere se l'istruttore propone un giusto insegnamento:

"Che colui che parla ed insegna dica solo cose rigorosamente conformi alle scritture; cioè, la parola che io stesso ho enunciato."

Per ciò che attiene a satipaṭṭhāna: "L'insegnamento che vi è dato è il seguente:" Quando ascoltate un suono, fate che non vi sia che l'ascolto. Quando vedete un'immagine, fate che non vi sia altro che il veduto. Quando sentite un odore, fate che non vi sia altro che il sentito. Quando gustate un sapore, fate che non ci sia altro che il gusto. Quando provate un'impressione tattile, fate che non vi sia altro che il toccato. E allorché avete un pensiero, fate che non ci sia altro che il pensare." Se l'insegnamento che vi è stato dato è questo, avete, forse, un'occasione di impegnarvi su di un buon cammino e di aver trovate un valido istruttore.

Naturalmente, esistono altri criteri per determinare la qualità di un istruttore. Uno di questi è che l'istruttore deve praticare quanto insegna. Cosa che — ad esempio, nei riguardi di un monaco — suggerisce che egli abbia rispetto delle sue regole, della sua disciplina, che sia rigoroso e preciso. Si presume che egli si attenga alle 227 regole di condotta elementare. Queste 227 regole sono state insegnate dallo stesso Buddha. Ricordiamoci che egli era onnisciente e che era entrato — grazie a satipaṭṭhāna ed alla sua visione diretta dell'impermanenza, della sofferenza e della non sostanzialità — nella completa realizzazione e, in sovrappiù, nell'onniscienza; cioè, nella conoscenza di tutto.

E' questo Buddha che ha redatto le 227 regole dei monaci. Un monaco che non rispetta, o che non cerca di rispettare queste 227 regole non pratica l'insegnamento di Buddha. Come potrebbe un monaco che non pratica l'insegnamento istruirvi in satipaṭṭhāna? Restiamo realisti! Buddha disse:" Ci sono, nella sfera della mia influenza, nel Buddha sàsana coloro che insegnano quello che praticano e coloro che praticano quello che insegnano. Al di fuori di questo non ne esistono altri."

I pericoli

Oscillare da vipassanā a samatha

samatha è quell'addestramento che consiste nello sviluppo della concentrazione, della serenità, della calma mentale, e vipassanā è una visione, una qualità che si sviluppa naturalmente quando ci alleniamo ad osservare i fenomeni nella loro discontinuità.

La differenza tra le due, anche se teoricamente appare chiara, è sperimentalmente molto tenue. Possiamo alternarci dall'una all'altra, tenendoci ad un (sottile) filo. E' frequente che degli yogī, mentre si addestrano in vipassanā, si sbilancino, senza volerlo, in samatha. Semplicemente perché non avranno portato momentaneamente attenzione su quanto appare alla loro coscienza , assumendo un modo errato di concentrarsi sulle cose. Questo avviene ed il Venerabile Mahāsī Sayàdaw , che fu uno dei più popolari e grandi istruttori di satipaṭṭhāna del ventesimo secolo, afferma che certi suoi allievi sono anche riusciti a raggiungere gli jhāna mentre erano occupati ad allenarsi nel satipaṭṭhāna.

Ciò non è dovuto al fatto che il satipaṭṭhāna porti agli jhāna, sia chiaro; ma, che essi abbiano sbandato. Per qualche momento, invece di restare attenti, vigili e di conoscere semplicemente quanto appare nella coscienza, hanno commesso l'errore di cercare di concentrarvisi sopra. Di conseguenza, si sono"sbilanciati". Ciò può accadere nello spazio di un'ora, o di qualche minuto, nei quali lo yogī osserva, ad esempio, il sollevarsi e l'abbassarsi dell'addome. Ad un certo momento, visto che non ha saputo fare la giusta distinzione tra questo movimento e la respirazione — considerato che il primo è dovuto alla seconda — si è messo ad osservare la respirazione. Applicando una forte dose di concentrazione, ha raggiunto jhāna.

Ecco il genere di esperienza che può prodursi durante vipassanā. E ciò mostra quanto la frontiera tra le due sia tenue. Anche se teoricamente la distinzione risulta chiara, sul piano sperimentale e pratico non è così. Accade che anche degli yogī assai avanzati, che abbiano raggiunto il nibbāna, possano pervenire ad un breve attivo di smarrimento (anche quando la loro concentrazione è molto sviluppata), sbaglino e si ritrovino infine a praticare la concentrazione samatha . Per essi, il fatto non durerà a lungo, prima che si ravvedano e ritornino sulla giusta strada.


info su questa pagina

Origine: Insegnamento dato in Francia

Autore: Bhikkhu Sāsana

Traduttore: Guido Da Todi

Data: 1999

Aggiornamento: 29 settembre 2011