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riassunto della pagina

Le istruzioni basilari per l'addestramento allo stabilirsi dell'attenzione, date dal monaco Dhamma Sāmi.

Queste istruzioni sono in perfetto accordo con il metodo Mahāsī, riconosciuto come il più facile, il più rapido ed il più efficace.

vipassanā, istruzioni di base (Mahāsī)

Prenderemo conoscenza delle istruzioni di base per la preparazione a vipassanā, secondo il metodo Mahāsī.

Per comprendere correttamente queste istruzioni, è importante leggere molto attentamente.

La visione diretta

Vipassana è la visione diretta nella realtà.

La realtà è quanto noi percepiamo, in ogni istante, attraverso i nostri sei sensi; ossia, i cinque sensi fisici (la vista, i suoni, le sensazioni tattili, i gusti, gli odori) più il senso mentale (gli stati mentali, le emozioni).

La realtà non è: i pensieri, le riflessioni, le analisi, i giudizi, o i sogni. Poiché, questi non sono che dei concetti, delle creazioni artificiali della mente.

La visione diretta riguarda la facoltà, da parte della coscienza, di conoscere chiaramente e direttamente il processo di apparizione e di scomparsa degli oggetti fisici e mentali.

Gli oggetti fisici sono quello che percepiamo attraverso le nostre facoltà fisiche.

Gli oggetti mentali sono:

  1. Quelli che sperimentiamo attraverso la nostra facoltà mentale (per esempio: un sentimento di frustrazione)
  2. Gli istanti di coscienza generati dal contatto con gli oggetti fisici (coscienza visiva, coscienza auditiva, coscienza tattile, coscienza gustativa e coscienza olfattiva)

E' il fatto di portare la sua attenzione su questi oggetti che permette alla coscienza di conoscerli per quel che sono; dalla loro apparizione, sino alla loro scomparsa.

Per sviluppare una giusta comprensione della realtà diviene indispensabile allenarsi a moltiplicare gli istanti di piena attenzione, evitando più che è possibile i momenti di distrazione. Poiché sta nel ripetere questi attimi di attenzione verso gli oggetti percepiti che ne possiamo approfondire la conoscenza diretta; cosa, beninteso, del tutto impossibile alla conoscenza teorica.

Per sviluppare questa visione diretta (che chiamiamo visione interiore), dobbiamo semplicemente portare tutta la nostra attenzione sugli oggetti che percepiamo attraverso i nostri sei sensi. Per farlo, consacriamoci integralmente, e soltanto, a due tipi di sforzo. Che sono del tutto minimi, poiché si tratta della forma di azione più passiva si possa immaginare. La maggior parte delle difficoltà che noi incontriamo a restare attenti non è dovuta al fatto che ci sforziamo poco, ma precisamente al contrario; cioè, che forziamo troppo, lì, ove è inutile farlo. Abbiamo una facile tendenza a sciupare molta energia perché, in genere, non possediamo l'abitudine a restare del tutto rilassati, con lo spirito tranquillo, paziente e vigile, Accontentandoci solo di osservare (mentalmente, e non con gli occhi) tutto ciò che accade; le percezioni che appaiono l'una dopo l'altra alla nostra coscienza, così come appaiono e nell'istante preciso in cui lo fanno. I due tipi di sforzo minimo sono:

  1. Quello di concentrare l'intera attenzione sull'oggetto osservato
  2. Quello di restare vigili affinché la determinazione dell'attenzione possa mantenersi tale durante l'intera durata dell'oggetto osservato

Per illustrare il processo della visione diretta (vipassanā), ecco un esempio: un cane (che non vediamo) abbaia. Questo abbaiare è innanzitutto un suono ed è ciò che ci interessa. Non ci importa di sapere che è provocato da un cane. Tuttavia, è probabile che l'immagine di un cane, o la parola "cane" ci attraversi lo spirito. Poco importa — lasciatecelo dire — che non sia altro che un concetto e, di conseguenza, fuori dalla realtà. Seguendo tale concetto, ci perderemo nei pensieri, e non saremo, di conseguenza, attenti agli oggetti sperimentati dalla coscienza.

Tale suono (provocato dall'abbaiare) è un oggetto materiale, esistente sotto forma di onde veicolate dall'aria, che vengono a percuotere il timpano. E' a causa di questo contatto che appare la coscienza auditiva. Il suono stesso è un oggetto fisico, mentre la coscienza che ne fa l'esperienza è un oggetto mentale. In tal caso, la visione diretta sarà effettiva se si poggia la propria attenzione esclusivamente su questo oggetto auditivo, sì da permettere alla coscienza osservatrice di considerarlo pienamente per quel che è in realtà.

Per chiarire il concetto, al fine di sviluppare la visione diretta su di un suono, noi fissiamo l'intera nostra attenzione su questa sensazione auditiva, nel momento in cui essa viene percepita e durante l'intera sua durata (salvo che essa divenga difficilmente percepibile). Tale processo di visione diretta si svolge nello stesso modo con gli altri oggetti dei sensi.

Così, possiamo constatare che quanto importa allo sviluppo di vipassanā è il semplice atto di portare la propria attenzione su quanto viene percepito; ma, in nessun caso di adottare una postura particolare. Ciononostante, per delle ragioni di equilibrio tra la concentrazione e l'energia, vedremo più avanti che la nostra educazione allo sviluppo della visione diretta è una successione di fasi di marcia e di sedute.

Gli oggetti da osservare

In questo allenamento che mira ad osservare quanto noi percepiamo attraverso i nostri sei sensi, conviene (lavorare su) l'assieme degli oggetti fisici e mentali. Tuttavia, per sviluppare vipassanā nel modo più efficace possibile, osserviamo gli oggetti che distinguiamo più chiaramente. Di conseguenza non sforziamoci di osservare più di un oggetto alla volta; non faremmo che disperdere la nostra attenzione, come anche la nostra energia.

Così, se ad un dato momento, l'oggetto più chiaro alla nostra coscienza è un dolore al ginocchio, è su questa sensazione dolorosa che portiamo tutta la nostra attenzione. Se si tratta di un sentimento di frustrazione, o di scoraggiamento, è su questo sentimento sgradevole che portiamo l'intera nostra attenzione. Se è una campana che suona, è su questa sensazione auditiva che portiamo tutta la nostra attenzione.

Si procede esattamente nello stesso modo, che si tratti di una sensazione di calore, di una sensazione di leggerezza, di un formicolio, di un contatto tra le mani e qualche cosa, di un movimento effettuato dal braccio; di una sensazione provocata dall'acqua che scivola lungo il tubo digestivo, del gusto pigmentato di un piatto, del gusto zuccherato di un frutto, dell'odore di un bastoncino di incenso, di una sensazione di soddisfazione, di gioia, di estasi, di tristezza, di pigrizia, di angoscia, o di non importa quale altra sensazione. Al contrario, non teniamo mai conto della visione, poiché le percezioni visive sono degli oggetti troppo sottili. Il fatto di osservare una visione ci porterebbe troppo facilmente a sbilanciarci nella creazione di concetti; non rimarremo, allora, più sintonizzati con la realtà.

Quando un oggetto fisico, o mentale, appare con chiarezza, lo si può osservare attentamente per l'intera sua durata. Se diviene poco chiaro, o simile all'immagine di un rumore di fondo, cessiamo di prestarvi attenzione. Se un altro oggetto più distinto per la coscienza fa la sua apparizione, è lui che diviene allora il nostro ente di osservazione. Evitiamo, tuttavia, di concentrare oltre qualche istante la nostra attenzione su delle sensazioni che restano omogenee, poiché rischieremmo di cadere inconsapevolmente in una meditazione di tipo samatha, ove le percezioni regolari sono automaticamente trasformate dalla nostra mente in un supporto continuo e, di conseguenza, artificiale.

Con l'aiuto delle spiegazioni date sin qui, disponiamo di tutto ciò che è necessario sapere per stabilire l'attenzione sugli oggetti fisici e mentali, in vista dello sviluppo di vipassanā.Il principio è stato dato. Tuttavia, ciò non basta.

Gli oggetti "per default"

Nella vita di tutti i giorni e, da molto tempo, la nostra mente ha talmente l'abitudine de bombardare di concetti tutto ciò che si presenta alla coscienza (attraverso le riflessioni, le analisi, le proiezioni, i commentari ed altri pensieri) che non distinguiamo le percezioni tali quali sono in realtà. In qualche maniera, il nostro mentale opera di continuo per velarci la realtà. Perciò, noi abbiamo bisogno di qualche oggetto regolare, che potremo seguire un po' come fuoco di segnalazione; degli oggetti che possano aiutarci a canalizzare facilmente la nostra attenzione...

Ogni volta che sperimentiamo un oggetto particolare, cioè a dire una forte sensazione auditiva, tattile, olfattiva, gustativa; o una forte emozione, noi lo osserviamo con cura. Al contrario, non accordiamo importanza alle sensazioni poco, o mediamente percettibili, che appaiono ad ogni momento. Le consideriamo come un semplice "rumore di fondo". Così, se non c'è un oggetto particolare, focalizzeremo la nostra attenzione su di un oggetto "per défault".

Riguardo al camminare

Quando camminiamo, possiamo constatare che vi è un movimento molto facile da percepire, e sempre presente. Si tratta del movimento di ogni piede, quando effettua un passo. Così, quando non vi sono altri oggetti specifici che fanno da intrusi quando camminiamo, fissiamo la nostra attenzione sul movimento effettuato dai piedi.

Per osservare in modo corretto questo oggetto, focalizziamo la nostra attenzione sul suo movimento lungo l'intera durata; e non sul piede, che non è altro che un concetto. Osserviamo bene questo moto da che il piede decolla dal suolo, durante la sua intera traiettoria, sino a che si posa sul suolo. A questo punto passiamo immediatamente al moto dell'altro piede, e così di seguito.

Durante lo stimolo dei nostri minimi gesti, i nostri passi debbono essere sempre molto lenti. Nei casi rari in cui noi si debba camminare secondo un ritmo leggermente più rapido (avanzare in una fila, recarsi verso un luogo un po' distante ...) osserviamo il moto di ciascuno dei nostri passi in una fase. Altrimenti, seguiamo il movimento con tre fasi per passo: la fase di alzare il piede dal suolo, la fase di avanzamento del piede, e la fase di abbassamento dello stesso.

Riguardo allo stare seduti

Quando ci troviamo seduti, siamo immobili. Tuttavia, possiamo constatare che esiste nel corpo qualche movimento più o meno chiaro, da percepire. L'inspirazione genera un rigonfiamento dell'addome e l'espirazione una riduzione dello stesso. Questo moto di gonfiarsi e di sgonfiarsi è quello più evidente e, in più, è sempre presente; è quello, dunque, che si presta meglio ad essere l'oggetto "per défault", durante la seduta. Così, allorché non esistono oggetti particolari quando ci troviamo seduti, fissiamo tutta la nostra attenzione sul movimento effettuato dall'addome.

Per osservare in modo corretto questo oggetto focalizziamo bene la nostra attenzione sul moto di rigonfiamento, per l'intera sua durata; e non sull'addome, che rappresenta solo un concetto. Osserviamo questo movimento dal suo inizio, durante la sua durata, sino alla fine; e, poi, facciamo la stesa cosa, ma riguardo al suo sgonfiarsi. Certuni distinguono meglio questo movimento al livello del torace. Poco importa. Quel che conta è puntare l'attenzione là, ove lo percepiamo meglio.

Le 3 regole d'oro

Se i tre fattori essenziali al successo di un ritiro vipassanā sono la pazienza, l'attenzione e la perseveranza, esistono 3 regole d'oro da osservarsi sempre se desideriamo sviluppare la visione diretta nella realtà, senza venire frenati da ostacoli grossolani, facili da evitare. Queste 3 regole d'oro sono: la lentezza, il silenzio ed il controllo degli occhi.

Lentezza

Qualunque siano i movimenti effettuati, la lentezza deve essere un impegno per ogni istante della giornata, come se vivessimo al rallentatore. Rimaniamo lenti, effettuando se possibile i movimenti uno dopo l'altro, in modo da potere osservare accuratamente ciascuno di essi per tutta la loro durata. Dobbiamo comportarci come degli invalidi. Solo restando molto lenti possiamo essere vigili e sviluppare una buona concentrazione che permetta una profonda visione interiore.

Esistono, comunque, alcune attività durante le quali è impossibile restare del tutto lenti: la doccia, il lavaggio dei denti, il bucato ...Durante questi momenti, cerchiamo semplicemente di osservare gli oggetti che giungiamo a percepire.

Silenzio

Nell'allenamento allo sviluppo di vipassanā il fatto di ospitare dei pensieri costituisce alla lunga l'ostacolo più frequente. Quando si parla sono proprio dei pensieri che escono dalla bocca. Se desideriamo progredire nelle migliori condizioni, limitiamo la parola allo stretto necessario: per le sedute di meditazione e per i bisogni pratici. Durante l'intera durata del ritiro, asteniamoci anche dal leggere, dallo scrivere, o dall'ascoltare dei pettegolezzi, poiché queste attività rovinano il silenzio esattamente come se noi parlassimo.

Occhi

Come indicato in precedenza, la vista costituisce la più grande sorgente di distrazione e, dunque, di devianza dall'osservazione della realtà. Per questa ragione, teniamo gli occhi chiusi il più che sia possibile; senza un'attività particolare, restando immobili, seduti, in piedi o sdraiati. Apriamo gli occhi solo quando è necessario: facendo un'attività particolare, spostandoci, mangiando, spazzando...

Ogni volta che abbiamo gli occhi aperti, teniamoli costantemente diretti in basso, qualunque cosa accada attorno a noi. Il fatto di mantenere lo sguardo sempre verso il suolo — o verso il nostro piatto, durante i pasti — favorisce la vigilanza in maniera significativa.

I diversi periodi di un ritiro

Per favorire lo sviluppo dell'attenzione, limitiamo le attività fisiche allo stretto necessario: mangiare, lavarsi, vestirsi, ecc. Quanto chiamiamo "marcia" si riferisce al tempo in cui camminiamo semplicemente; ciò che noi chiamiamo "seduta" è il tempo necessario durante il quale noi ci troviamo seduti, immobili; e quanto chiamiamo "attività" è l'intero tempo che trascorriamo a fare altro che non sia la marcia, o la seduta.

In certe meditazioni, la postura seduta è la più importante. Riguardo allo sviluppo di vipassanā la sola cosa che importa è di portare la propria attenzione sugli oggetti fisici e mentali, qualunque sia la postura. I periodi di marcia e di attività sono dunque altrettanto importanti di quelli della seduta. Alternare la marcia e la seduta è indispensabile per l'equilibrio tra energia e concentrazione. Il progresso personale non è immaginabile se non quando questo equilibrio è correttamente mantenuto. La marcia pone l'accento in particolar modo sullo sviluppo dell'energia, mentre la seduta sviluppa la concentrazione. Per questa ragione, alterniamo le sessioni di marcia e di seduta (circa 1 ora per sessione).

La marcia

Durante la marcia, osserveremo solo il movimento di ogni nostro passo. Camminiamo il più lentamente possibile senza, tuttavia, rallentare troppo, o perderemmo l'equilibrio. Solo, gli occhi restino fissi verso il basso (a circa 1, o 2 metri davanti a noi). Il capo si sostenga ben diritto. Le braccia (con le mani giunte dietro il dorso, davanti, o incrociate) non rimangano abbandonate, altrimenti il disagio occasionato costituirebbe un intralcio.

Scegliamo un tragitto piano — in un sentiero, in un corridoio, in una sala — sul quale faremo dei vai e vieni lungo l'intera sessione di marcia e la cui lunghezza sia compresa tra i 15 ed i 20 passi. Giunti al termine del tragitto, ci fermeremo, osservando la posizione in piedi; cioè, prendiamo coscienza della postura adottata in quel momento, dall'insieme del corpo. Subito dopo, effettuiamo un quarto di giro osservando i movimenti compiuti dal piede, quando esso si solleva, gira e si posa. Ripetiamo il gesto, in modo da completare un mezzo giro; poi, continuiamo la marcia nel senso opposto.

Durante la sessione di marcia, sforziamoci di portare la nostra attenzione unicamente sulle movenze del piede. Tuttavia, se sperimentiamo un oggetto evidente ed esterno a questo moto — per esempio: il suono di una campana, il contatto di qualcosa che ci urta, una tensione muscolare; o se ci accorgiamo di una nostra agitazione mentale: per esempio, dei pensieri piacevoli, dell'irritazione, dello scoraggiamento — immobilizziamoci immediatamente ed osserviamo nel dettaglio gli oggetti fisici o mentali che ci appaiono. Quando questi oggetti cessano di manifestarsi, o si attenuano, possiamo prendere in considerazione di proseguire la nostra marcia e di permettere alla nostra attenzione di rimanere il più possibile in fase con il movimento di ogni piede.

La seduta

Durante la seduta, osserviamo il gonfiarsi e lo sgonfiarsi dell'addome. Permettiamo alla nostra coscienza di conoscere questo movimento tale quale ci appare, nella maniera più diretta. Respiriamo normalmente, tranquillamente, senza cercare di forzare mai, in senso come nell'altro. Altrimenti, ci affaticheremmo inutilmente.

Restiamo immobili durante l'intera sessione della seduta. In certi istanti, delle sofferenze, dei pruriti o diversi dolori possono apparire, come anche delle sensazioni esteriori (rumori, odori, ecc..). Se questi avvenimenti permangono più o meno deboli, ignoriamoli, considerandoli dei semplici "rumori di fondo". Tuttavia, se uno di essi passa in primo piano — ossia, è forte e fastidioso — facciamolo divenire il nostro oggetto di osservazione, considerandolo come "oggetto particolare". Conviene, dunque, che lo si osservi minuziosamente, abbandonando del tutto l'oggetto "di défault". Se diversi di essi si manifestano nel medesimo tempo, ne sceglieremo uno solo: quello che percepiamo con maggiore chiarezza. Se parecchi tra di loro sembrano di chiarezza equivalente, assumiamone uno a caso. Se, poi, l'oggetto tende a sparire, o ad attenuarsi e non esistono più altri oggetti particolari, ritorniamo pure su quello "per défault".

Se osserviamo correttamente una sensazione penosa — come un piccolo dolore — essa può sparire. Se possediamo una buona concentrazione, anche dei grandi dolori possono dileguarsi. In ogni caso, non dobbiamo mai esaminare una sensazione penosa con lo scopo di farla sparire, ma solamente per conoscerla così com'è. Il fatto di attendere delle esperienze gradevoli e di volersi disfare di quelle sgradevoli costituisce uno dei più grossi ostacoli a vipassanā.

In questa educazione allo sviluppo della visione diretta della realtà, la cosa più importante è lo sforzo di sopportare pazientemente. Se ci muoviamo un po' troppo spesso, lo sviluppo di una buona concentrazione risulta impossibile. Senza una buona concentrazione non è concepibile progredire attraverso le differenti tappe, sino al nibbāna , la realizzazione della natura degli oggetti fisici e mentali.

Tuttavia, se un dolore diviene insopportabile, possiamo considerare di modificare la nostra postura. Prima di muoverci, osserviamo con cura il nostro desiderio di cambiare posizione. Se persiste, iniziamo i gesti necessari a farlo — o al sollievo del nostro stimolo. Prendiamo cura di effettuare i gesti uno di seguito all'altro, e tanto lentamente che sia possibile, in maniera di restare perfettamente attenti ad ogni movimento, per l'intera sua durata. Osserviamo pure le diverse sensazioni, come il sollievo provato, o i contatti eventuali. Una volta assunta la nuova postura, esaminiamo il fatto di trovarci seduti (una visualizzazione del nostro corpo nel suo assieme, come se lo scannerizzassimo mentalmente per un breve istante). Dopo, se nessun nuovo oggetto appare, continuiamo ad analizzare il movimento dell'addome.

Non dimentichiamoci di osservare accuratamente ogni sensazione suscettibile di mostrarsi. Se cadiamo nella trappola che consiste ad identificarci con esse, possono ostacolare il nostro allenamento: la pigrizia, il torpore, il calore, l'inquietudine, l'angoscia, il dubbio, lo scoraggiamento, la demotivazione, la noia, l'impazienza, la frustrazione, l'irritazione, ecc. Non investiamo nelle diverse forme di concettualizzazione, perché, oltre al fatto di frantumare la nostra attenzione e la nostra concentrazione, ci troveremmo coinvolti nel labirinto senza fine dell'illusione: analisi, riflessioni, ambizioni, progetti, idee ed altri pensieri di ogni genere.

Restiamo molto vigilanti durante il cambio di postura, come il passare da quella seduta a quella in piedi, e viceversa. Tale cambiamento deve essere considerato, da solo, come una distinta sessione, nella quale utilizziamo tutto il nostro tempo ad effettuare, una per una, ogni modifica implicata. In tal maniera, l'attenzione resterà ininterrotta, dalla seduta sino alla marcia e la vigilanza se ne troverà nettamente avvantaggiata. Una volta in piedi, immobili, osserviamo il fatto di stare in piedi, apriamo gli occhi e possiamo allora cominciare la marcia, osservando il moto dei piedi, ad ogni loro passo.

Per quanto riguarda la postura da adottarsi durante la seduta, vi sono due punti essenziali:

  1. Tenere il dorso dritto
  2. Trovare una posizione che ci convenga

Poco importa la collocazione delle gambe e delle mani; ciò che conta è di essere ben stabile, per evitare quanto è possibile le tensioni e i dolori dovuti ad una cattiva posizione. Interessa sentirsi a proprio agio e rilassati, di sorta che nulla determini una forzatura, in un senso come nell'altro. Se il fatto di trovarsi seduti al suolo pone un problema, non esitiamo ad impiegare parecchi cuscini, o una panchetta, o anche decisamente una sedia. Evitiamo le posizioni asimmetriche e badiamo a che il dorso rimanga dritto, senza appoggiarlo a nulla.

Le attività

Le attività sono i momenti più propizi per l'agitazione mentale. E' proprio in questi momenti che dobbiamo raddoppiare la vigilanza. Facendo questo, osservi amo quanto più scrupolosamente possiamo ogni avvenimento che accade, senza dimenticare la lentezza nei propri gesti più minimi.

Ecco qualche esempio di circostanze che possiamo osservare: il fatto di indossare o togliere un abito, il contatto tra la mano ed un rubinetto, il fatto di aprirlo, il contatto dell'acqua che scorre sulle mani, il sedersi su di una sedia, il contatto delle natiche sulla sedia, lo stendere il braccio per cogliere qualche cosa, il toccare dei piatti, lo spostamento del braccio per recare il nutrimento alla bocca, il masticare, la temperatura del cibo, il suo gusto, le sensazioni generate dal deglutire, il girare il pomello di una porta, il tirare per aprire un uscio, urinare, defecare, strofinare le mani con il sapone, il movimento del braccio mentre ci si pulisce i denti, la sensazione dello spazzolino sulle gengive, il movimento dei piedi, mentre montano degli scalini, ecc.

Il sonno

Il sonno è un periodo nel quale siamo incoscienti. Dunque, l'argomento dell'osservazione non si pone. Anche se viene raccomandato di ridurre le proprie ore di sonno al minimo, il fatto più importante non è il numero di ore trascorso nella veglia. L'essenziale è che noi si rimanga in piena attenzione, nel modo più costante che sia possibile, durante tutto il tempo della veglia. Per buona informazione, dormire tra le 4 e le 6 ore è sufficiente alla propria salute.

Al risveglio, è importante riprendere il proprio allenamento alla visione diretta, sin dal primo istante di coscienza. Per favorire l'attenzione dagli iniziali momenti della giornata, prendiamo l'abitudine di rimanere immobili al nostro primo risveglio, osservando ogni cosa che ci appare alla coscienza. Se si tratta di un'agitazione mentale, poniamoci sopra l'attenzione. Se questa diminuisce, o alcun oggetto è presente, osserviamo tranquillamente i movimenti del nostro addome durante qualche istante. In seguito, possiamo aprire gli occhi (senza dimenticare di osservare l'apertura delle palpebre) ed effettuare con dolcezza i movimenti necessari a metterci in piedi, stando attenti ad ognuno di essi: raddrizzamento del dorso, appoggio del gomito, rotazione del corpo, piegatura delle gambe, contatto dei piedi con il suolo, ecc..

Generalità

All'inizio, poiché è impossibile considerare tutti gli oggetti che appaiono alla coscienza, abbiamo la tendenza ad identificarli; e ciò ci spinge a pensare:" sono io che cammino, sono io che provo questo dolore, sono io che sviluppo questo progetto ..."Pensiamo, a torto, che esista una persona che cammini, che percepisca queste sensazioni, che pensi ... In effetti, non vi è che una successione continua di attività mentali. E' per questo che bisogna analizzarli nell'istante che si producono. A forza di praticare e di perseveranza, giungeremo, poco a poco, ad esaminare sempre più oggetti. All'inizio v'è molto vagabondaggio e molta dimenticanza, ma non dobbiamo scoraggiarci. Queste difficoltà sono inevitabili per ogni debuttante. Con un po' di allenamento, gli oggetti osservati si sincronizzano sempre più con la coscienza che li osserva e gli istanti di attenzione si presentano sempre meno distanziati. Di conseguenza, i vagabondaggi divengono sempre meno rari e si affina di continuo la capacità di osservare in dettaglio il processo di apparizione e di scomparsa degli oggetti fisici e mentali.

Se siamo veramente seri, continuiamo il nostro allenamento di sera, come se non andassimo a dormire. Se proviamo sonnolenza, notiamo chiaramente le diverse sensazioni che possono, a questo punto, mostrarsi: la pesantezza delle palpebre, il bruciore agli occhi ... E' possibile che facendo così, la sonnolenza passi. Oppure, possiamo decidere di andare verso il letto, chinandoci, sedendoci su di esso, distendendo le gambe, allungandoci... sino a stare allungati, immobili. A questo punto, restiamo ad osservare il fatto di essere distesi, e poi il movimento dell'addome, sino a che il sonno arrivi naturalmente.

Soltanto esaminando meglio che possiamo, senza pausa, in modo continuo, possiamo progredire attraverso le varie tappe di vipassanā. Per questa ragione dobbiamo tenere sveglia instancabilmente la nostra attenzione, senza intervalli, qualunque siano gli oggetti che appaiono (comprese le sensazioni di noia, di scoraggiamento o di irritazione). Solo a forza di allenarci saremo capaci di ripetere, in maniera continua, gli istanti di attenzione.

Per progredire nelle migliori condizioni, dobbiamo mettere scrupolosamente in atto le istruzioni che ci vengono date durante i colloqui per la meditazione e che sono destinati ad aiutarci; da una parte, a correggere e mantenere l'equilibrio tra lo sviluppo dell'energia e quello della concentrazione, e dall'altra a superare uno ad uno i diversi ostacoli che possono sopravvenire sul nostro cammino.

Incoraggiamenti

Se proseguiremo il nostro allenamento sino in fondo, ci renderemo profondamente conto che tutti gli oggetti (fisici e mentali) sono impermanenti, insoddisfacenti e privi di esistenza individuale. Raggiungeremo allora la pace illimitata del nibbāna, la cessazione degli oggetti fisici e mentali, la liberazione del ciclo senza fine delle rinascite, delle vecchiaie, delle malattie e delle morti. Buddha e tutti coloro che sono pervenuti al nibbāna hanno percorso questa medesima via. E' realmente possibile realizzare il nibbāna in due o tre mesi; o, anche, in meno di un mese. Grazie a questa esperienza saremo definitivamente liberati dai dubbi e dalle credenze erronee; come il fatto che le cose esistano di per sé e che i riti e le cerimonie siano efficaci. La realizzazione di nibbāna ci garantisce anche di non rinascere più nelle sfere inferiori. E' in questa incoraggiante prospettiva che dovremo proseguire il nostro sforzo con fiducia.

Si possa noi tutti divenire capaci di praticare vipassanā correttamente e di raggiungere rapidamente quello stesso nibbāna che hanno conosciuto Buddha e tutti gli esseri nobili, giunti alla giusta comprensione nella realtà.


info su questa pagina

Origine: Instructions pour la vipassanā

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: janvier 2007

Aggiornamento: 29 settembre 2011